Nelle prove di triathlon c’è un ragazzo che in bici va fortissimo.

 

Al termine della Vuelta a España 2016, Andrew Talansky definì il quinto posto finale “il risultato più importante della mia carriera”. Perché fu il risultato di ventuno tappe corse ad alto livello, perché seppe precedere corridori come Simon Yates, Scarponi e Valverde, perché davanti a lui arrivarono Quintana, Froome, Chaves e Contador, il rango di questi ultimi attutisce l’eventuale dispiacere. Andrew Talansky era raggiante soprattutto perché quel quinto posto simboleggiava il coronamento di una estate fruttuosa, un nuovo inizio dopo un biennio incolore.

Due anni prima Talansky conquistò il Delfinato, il successo più pesante della sua carriera. Stravolse la classifica nell’ultima tappa. Era già messo bene, si infilò nella fuga giusta, Contador e Froome lo lasciarono talmente andare che non lo rividero più. Quando lo spagnolo si mosse, Froome era già crollato e Talansky aveva ormai concluso il colpo. La tappa la vinse Nieve, all’epoca dei fatti in maglia Sky, quando bisogna riscattare una parziale delusione di squadra il suo timbro è una certezza. L’americano arrivò quarto ma fu sufficiente per vestire il simbolo del primato.

Talansky non vive sulle nuvole. È un ragazzo che bada al sodo, estremamente sintetico. “La vittoria al Delfinato”, ha spiegato, “falsò le aspettative che c’erano sul mio conto. Arrivata in quel modo, poi: con un attacco da lontano scalzando Contador e Froome. Improvvisamente tutti si aspettavano molto da me. Sapevo di essere un buon corridore ma allo stesso tempo sapevo anche che quel giorno andò veramente tutto bene”. Dopo qualche settimana, Talansky si presentava ai nastri di partenza del Tour de France con migliaia di occhi che, curiosi, lo fissavano.

Tutto ciò che nei primi dieci giorni di corsa poteva andare storto, andò storto. Talansky finì prima diverse volte a terra, dopodiché fuori classifica. Ammaccato e abbattuto, dovette incassare perfino dieci secondi di penalizzazione per scia, d’altronde “compassione” è un termine sconosciuto da quelle parti. Durante l’undicesima tappa, la tragedia toccò il suo apice: Talansky arrivò ultimo, ultimissimo, a più di mezz’ora da Gallopin, vincitore di giornata. Rimase dentro il tempo massimo per meno di cinque minuti, tanti altri li passò seduto su un guardrail a piangere con Robert Hunter che lo spronava a risalire, a provarci, a chiudere questo stupido conto in sospeso con una cosa troppo più grande di lui.

Il giorno dopo Talansky non ripartì. Provò a farlo un’estate più tardi ancora sulle strade di Francia: decimo al Delfinato, undicesimo al Tour de France, non male per un venticinquenne in cerca di sicurezze e verità ma i grandi risultati sono altri. La fiamma che alimentava le sue giornate si stava lentamente spegnendo. Quel che era una passione diventò improvvisamente un lavoro. Stancante, stressante, pesante. I lunghi periodi di assenza da casa, le prestazioni scadenti: la monotonia, se forzata e non voluta, sa essere devastante. Una volta toccato il fondo nella primavera del 2016, Talansky si rialzò fino al famoso quinto posto conquistato alla Vuelta di quell’anno. Ma qualcosa si era rotto per sempre.

Il suo 2017 si può condensare in due momenti: la vittoria sul Mount Baldy al Giro di California e il lavoro sporco per portare Rigoberto Urán sul podio di Parigi. A fine stagione, inaspettato ma comprensibile, l’annuncio del ritiro. Il ciclismo era diventato ormai troppo invadente, nella vita di Talansky. Un dovere, più che una priorità; un onorare il contratto e non assecondare il desiderio del bambino che ogni ciclista è stato. Da padre sincero e responsabile, Andrew Talansky ha preferito trovarsi un’attività che gli permette di rimanere più vicino ai suoi affetti: il triathlon.

Partecipare ai campionati del mondo di Ironman che si tengono annualmente alle Hawaii è diventato il suo obiettivo principale. La prima uscita ufficiale, durante lo scorso inverno, fu un trionfo: distanziò di dieci minuti il secondo classificato. La corsa e il nuoto lo affascinano perché sono sforzi intimi, privati, singoli. Per queste due specialità si sta allenando molto. Con la bici, invece, ogni tanto fa il furbo e la lascia stare. Se lo può permettere, tra l’altro sembra vada ancora piuttosto forte.

 

Foto in evidenza: @Andrew Talansky, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.