Parlare di Andy Schleck significa tuffarsi in una storia ancora oggi assurda.

 

Quando Andy Schleck decide che è arrivato il momento di prendere il volo, mancano sessanta chilometri al traguardo. L’Izoard, in quel punto, si accartoccia in una esse, come ce ne saranno altre mille tra Alpi e Pirenei. Il lussemburghese attacca perché è costretto, il suo Tour de France non sta andando come vorrebbe e non riesce a credere che Voeckler, quella maledetta smorfia ambulante, sia ancora in maglia gialla. Il gruppo viene scosso dall’agitazione del momento, c’è già nostalgia della calma di qualche secondo prima. L’unico che tenta di rispondere a Schleck è Rolland, magro come i disegni stilizzati dei bambini. Il francese, qualche giorno più tardi, vincerà sull’Alpe d’Huez staccando Contador, e il suo coraggio verrà premiato con la maglia bianca di miglior giovane. In quel momento, però, chiede troppo a se stesso. Andy Schleck sale come una motoretta, e così Rolland, vedendolo sparire all’orizzonte, gli urla le stesse parole che Euridice bisbigliò a Orfeo nel momento in cui lui si voltò a guardarla violando la parola data a Persefone e Ade: “Giusti dèi, che m’avvenne. Io manco, io moro”. Vabbè, più o meno.

Andy Schleck ha il dorsale numero undici, un doppio uno oppure uno più uno uguale due, ovvero la distanza che c’è tra i suoi sogni e la cruda realtà. Il vantaggio aumenta sensibilmente grazie anche allo splendido lavoro di Posthuma e Monfort, in fuga dalla mattina, che non si tirano indietro quando vedono sbucare il loro capitano. Un olandese e un belga, la loro professione è quella che più di ogni altra distingue il ciclismo dagli altri sport: sono dei gregari. Fanno più di quello che gli viene chiesto, barattano la soddisfazione con la solidarietà, non fanno mai domande e non si curano di eventuali risposte. Spremono il loro corpo per qualcun altro, vengono applauditi e elogiati per un lavoro che in un qualsiasi altro sport verrebbe etichettato come eccessivamente altruista o incredibilmente stupido. Soltanto un genitore è in grado di arrivare vicino al sacrificio tanto quanto un gregario. Andy Schleck sa già che vincerà quella tappa, resta solo da capire l’ammontare del suo vantaggio. Dietro, intanto, sta andando in scena un canto del cigno generazionale. Evans, Voeckler, Fränk Schleck, Basso: nessuno si riconfermerà a questi livelli. Cunego ritarderà la sentenza di un anno, Samuel Sánchez ha ancora qualche cartuccia da sparare. Contador sulle rampe del Galibier sembra un corridore in disarmo e invece è soltanto al giro di boa della sua avventura. Un anno più tardi inizierà il dominio del Team Sky. Andy Schleck trionfa, la maglia gialla non arriva per poco, come andrà a finire è inutile ricordarlo. È la sua vittoria più spettacolare, più inaspettata, più significativa. È l’ultima, soprattutto.

©bgrimmni, Flickr

Andy Schleck ha compiuto trentaquattro anni il 10 giugno. È più giovane di Contador, Valverde, Wiggins, Gilbert, Nibali. Anche di Froome, Van Avermaet e Cavendish, che lo hanno preceduto di una ventina di giorni. Si è eclissato nella terza tappa del Tour de France 2014, quella che arrivava a Londra, quando la corsa francese non era ancora rientrata nei suoi confini naturali. Qualche mese più tardi avrebbe annunciato il ritiro dalle corse, una situazione che sembra surreale ancora oggi per la rapidità con la quale si è consumata. Il padre, Johny, ha partecipato a diverse Boucle e vinto una tappa alla Vuelta tra gli anni sessanta e settanta, e anche il nonno, Gustav, fu ciclista qualche decennio prima. Johny raccontava storie di gare, soste ai bar e sigarette fumate e intanto il minore dei suoi figli si innamorava del ciclismo. Andy ha due fratelli: Steve, il maggiore, che alla bicicletta ha preferito la politica, e Fränk. Il legame che lega Andy a quest’ultimo sfugge a qualsiasi spiegazione. Pedalano insieme da una vita, sono anche saliti insieme sul podio del Tour de France. “Non ho mai pianto quando ho vinto una gara ma ho pianto quando ha vinto Fränk. Non ho mai pianto quando sono caduto e invece ho sempre pianto quando cadeva lui. Quando io ero a casa e lui in corsa raramente riuscivo a seguire la gara in TV. Soffrivo troppo, avevo paura, la morte di Weylandt ce l’ho ancora nel cuore e ogni volta mi chiedevo dove fosse mio fratello, perché non spuntasse da quella curva”. Secondo Cyrille Guimard, che lo ha avuto tra i dilettanti, il talento di Schleck era paragonabile a quello di LeMond, Hinault e Fignon. Andy racconta che si sente defraudato del Giro d’Italia 2007, secondo alle spalle di Di Luca, il quale avrebbe in seguito dichiarato di essersi aiutato con sostanze dopanti. È molto amico di Contador, “è simpatico e ogni tanto ci capita di cenare insieme”, e sull’episodio del salto della catena è serafico: “Io non lo avrei mai fatto ma evidentemente per lui fu la cosa giusta da fare. Dopo la tappa andai subito in TV per chiarire che da parte mia non c’era nessun problema. E comunque il Tour che mi hanno assegnato a tavolino non lo sento mio: tutti, e quindi anche io, sappiamo che è di Contador”. Il loro dualismo è l’ultimo ad aver veramente emozionato e diviso il pubblico dei grandi giri. Anche lo spagnolo non si è certamente dimenticato di quei giorni: “Non me ne voglia Froome ma il talento più grande che abbia mai affrontato è Andy Schleck”. Il giorno più bello della carriera del lussemburghese fu quello della Liegi-Bastogne-Liegi vinta con coraggio e fantasia. “Quell’anno andavo fortissimo, il successo alla Liegi lo pronosticai a Fränk la sera prima”. Per la prima e unica volta, ambizione e talento diventano una cosa sola in Andy Schleck.

Il tempo passa e le nuove emozioni cancellano quelle vecchie. @Andy Schleck, Twitter

Nella vita del lussemburghese, oggi, c’è una moglie, Jil, due figli, Lou e Teo, e ancora tanto ciclismo. Lo segue, gli sembra ci sia tanta paura e poca fantasia, anche se poi rivela che il suo idolo d’infanzia era Indurain e allora è meglio cambiar discorso. Bidon, in un ritratto di un paio d’anni fa, raccontava del suo negozio a Itzig, periferia sud-est di Lussemburgo: il Tour de France 2017 ha deciso di omaggiarlo facendo partire la quarta tappa, la terza in linea, da Mondorf-les-Bains, a qualche chilometro dalla sua attività . Un incendio l’aveva distrutta ma ha saputo ripartire alla grande. Qualche chilo in più, i capelli non sono mai stati tanti, probabilmente dimostra più dei trentaquattro anni scarsi che ha. E pedala ancora, Andy Schleck. Potreste aver sentito parlare del lussemburghese nel maggio del 2017, quando Kate Middleton si è recata in visita in Lussemburgo. C’è una foto in particolare che fece il giro del mondo: un bambino che le regala un mazzo di fiori per poi scappare a gambe levate per la timidezza. Era Teo, Teo Schleck.

Andy Schleck vi direbbe che la sua vita è davvero a posto così, che non aver vinto il Tour de France sulla strada non è così importante, che alla fine la sua carriera è stata scoppiettante nonostante la sua brevità. Nessuno mette in dubbio la sua sincerità, anche se oggettivamente si fa fatica a credere ad un astronauta che deve accontentarsi di guardare la luna da vicino senza potervici camminare sopra. In un’intervista rilasciata qualche giorno prima dell’inizio del Tour de France 2017 dichiarò che i suoi due favoriti per il successo finale erano Valverde e Thomas: il primo durò dieci minuti, il secondo una settimana. La carriera di Andy Schleck è una serie di frasi interrotte, di se e di ma, di periodi ipotetici rimasti ipotesi. E forse conviene fermarsi qui altrimenti questo pezzo diventerebbe un trattato di grammatica, ma io non sono Raymond Queneau e questo non vuol essere un esercizio di stile.

 

Foto in evidenza: ©Andrew Sides, Flickr

 

Pubblicato per la prima volta su: www.rivistacontrasti.it

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.