Ángel Madrazo, l’importante è non arrendersi mai

Ángel Madrazo ha conosciuto la popolarità alla Vuelta a España 2019.

 

 

Il primo obiettivo era andare in fuga e la Burgos-BH c’era riuscita: di corridori davanti ne aveva piazzati ben due, Madrazo e Bol, proprio coloro che la fuga l’avevano propiziata; a loro si aggiunse poi il maggiore dei fratelli Herrada, José. Il secondo obiettivo, decisamente più ambizioso, era provare a vincere la tappa: la quinta della Vuelta a España 2019, quella che terminava al culmine della salita che ospitava l’Observatorio Astrofísico de Javalambre. Difficile, tra la fatica, le pendenze e la rincorsa del gruppo; impossibile, poi, se perfino la propria ammiraglia con una sbandata rischia di investirti: è quello che pensa Ángel Madrazo lungo la scalata, apparentemente più in difficoltà degli altri due, inseguendoli sempre con qualche metro di ritardo. Indossa la maglia di miglior scalatore della corsa, ma non è veritiera e si vede.

Tuttavia, per una di quelle leggi inspiegabili del ciclismo, Madrazo quella tappa la vince e Bol chiude secondo: è la giornata più gloriosa della storia della Burgos-BH. Tagliato il traguardo, non si capisce se più stremato o più contento, Madrazo piange. «So che i miei figli, oggi, sono davanti alla televisione con mia moglie», gli esce dalla bocca. «Può essere che non mi vedano vincere, ma non mi vedranno mai arreso». Bol, il suo compagno, fu meno poetico. «In televisione ci avranno descritto come tre stupidi, però oggi uno di quegli stupidi ha vinto».

©Angel Madrazo, Twitter

Nel ciclismo chi rischia di passare per stupido è il gregario: ora perché non regge il ritmo, ora perché si sacrifica per la vittoria di un altro, ora perché deve andare in fuga a morire. È che a volte, se si vuole avere una speranza, nel ciclismo bisogna rischiare di passare per stupidi: una maschera, insomma, che all’occorrenza – se tutto va bene – può essere gettata e sostituita con quella del furbo, del fine calcolatore. Tuttavia, l’unico dei due ad aver esagerato è Bol, non di certo Madrazo: è vero che i suoi figli non lo vedono mai vincere. Prima della Vuelta a España 2019 gli era successo appena altre due volte: una nel 2015 e una nel 2016.

Quando dice d’essere un gregario, Ángel Madrazo è serio. Anzi, più che esserlo, Madrazo si sente gregario: nell’aspetto fisico, sbarbato e con gli occhiali, assomiglia più ad un impiegato che non a un ciclista professionista; nel soprannome, il Passero di Cazoña, dato che l’Aquila era stata affibbiata al padre, amatore di buon livello; e nella carriera, trascorsa perlopiù tra le Professional. Se Vladimir Propp avesse scritto la “Morfologia del ciclismo”, alcune delle trentuno funzioni avrebbero riguardato il gregariato: e di queste, ne siamo sicuri, Ángel Madrazo sarebbe stato il corridore scelto come modello.

©Rueda lenticular, Twitter

Soltanto all’inizio della carriera Ángel Madrazo ha lasciato intravedere un futuro diverso: niente di così eccezionale, beninteso, quantomeno la possibilità di mettersi in proprio di tanto in tanto anche ad alti livelli. Era passato al professionismo con la Caisse d’Epargne che non aveva ancora ventuno anni, nel 2009, ma qualche acciacco di troppo – nel 2012 anche una frattura cervicale – ne frenarono l’ascesa. Nel 2013 maturò l’idea di scendere di categoria, dalle World Tour alle Professional, ma non sarebbe stato Ángel Madrazo se non avesse restituito almeno in parte quello che la Caisse d’Epargne – ora Movistar – gli aveva dato: all’ultima corsa con la squadra, il Tour of Britain, andò in fuga quasi ogni giorno e vinse la classifica degli scalatori.

Arrivato tra le Professional – prima la Caja Rural, poi la Delko Marseille e infine la Burgos-HD -, Madrazo ci è rimasto per lo stesso motivo che lo spingeva in fuga quotidianamente al Tour of Britain 2013: la riconoscenza. «Non inseguo il denaro e non temo il domani», ha affermato recentemente. «Qui ho lo spazio e le possibilità che altrove non avrei e devo sdebitarmi, finché riesco, con chi mi dà queste possibilità».

Perché di offerte, specialmente dopo la vittoria alla Vuelta 2019, Madrazo ne ha avute eccome. Quella vittoria gli ha portato in dote diverse cose, tutte quelle che fino ad ora non aveva mai conosciuto. Tante offerte dal World Tour, s’è detto, ma non solo: anche la notorietà. Nel prosieguo della Vuelta, il bus della Burgos-BH era uno dei più assediati alla ricerca di Madrazo, di una foto o di un autografo. Qualcuno lo ha ringraziato d’averlo avvicinato al ciclismo, dato che prima della sua vittoria lo trovava noioso; qualcun altro, invece, si è detto dispiaciuto del fatto che Madrazo non abbia primeggiato nella classifica degli scalatori – secondo dietro a Bouchard. Toni Moncho, poliziotto di quarantuno anni amico di Madrazo, poche settimane fa ha scritto su Twitter che “nei momenti di difficoltà e di stanchezza dovuti alla lotta contro il coronavirus, penso al mio amico Ángel Madrazo che non si arrende mai. Ripenso al finale della tappa che ha vinto alla Vuelta nel 2019, lottando e soffrendo: e alla fine mi rialzo e vado avanti”.

©Gema Igual Ortiz, Twitter

Oltre alle offerte dal World Tour e alla notorietà, infine, la vittoria alla Vuelta gli ha fruttato una PlayStation 4. «Spero che adesso mia moglie mi lasci comprarla», aveva scherzato subito dopo il trionfo. «Ognuno ha le sue passioni: lei legge, io no; io amo i videogiochi, lei no. Io e i miei figli le stiamo mettendo pressione». La PlayStation 4, tuttavia, gliel’ha consegnata il patron della sua squadra alla partenza dell’ottava tappa nell’ilarità generale. Madrazo l’ha alzata al cielo, come fosse un trofeo – e forse lo è, un premio che senza la vittoria di tappa non sarebbe arrivato e che può condividere coi figli.

Nei giorni scorsi, tra quarantene e adattamenti, Madrazo dichiarava di cavarsela tutto sommato bene. «Sono uno che si alza col sorriso sulle labbra», ha dichiarato. E avere la PlayStation 4 in un momento simile è stata una benedizione. I videogiochi gli piacciono perché gli permettono di staccare e non pensare a nulla, anche se a quelli ciclistici preferisce FIFA. Alla fine ha ammesso che sì, di tanto in tanto ha fatto una partita – o una corsa? – anche a Pro Cycling Manager, ritrovandosi perfino a correre con la Burgos-BH. E magari ha selezionato pure Ángel Madrazo. «No», ha fatto sapere lui. «Per quello mi basta essere me stesso».

 

 

Foto in evidenza: ©BH Bikes, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.