La carriera di van Vleuten è una perenne ricerca della vera libertà.

 

 

Non fosse diventata una ciclista professionista, oggi Annemiek van Vleuten potrebbe essere una cavallerizza vincente o una calciatrice dei mondiali. Noi crediamo di più alla prima ipotesi. Invece è diventata una ciclista professionista, niente cavalli e prove a ostacoli. Ma non del tutto. Qualcosa di quegli anni a cavallo resta ancora. I cavalli sono indomiti per natura, affezionati alla libertà delle vaste praterie quasi quanto alla loro pellaccia. Gli uomini e le donne somigliano ai cavalli: l’istinto di libertà emerge spesso. Almeno ogni volta in cui la gabbia sociale non coincide con il sentire interiore. Tuttavia, sia gli uomini che i cavalli, ad un certo punto si rassegnano e capiscono che nella vita reale tertium non datur: o accetti la perdita di qualche libertà o lentamente vai alla deriva. Così si domano i cavalli. Così si domano gli uomini. Poi c’è la bicicletta, una sorta di variante per coloro che non si rassegnano del tutto. Forse Annemiek van Vleuten sale per questo in bicicletta. Ma non è così semplice, questa cosa chiamata libertà.

Van Vleuten vittoriosa alla Strade Bianche 2019. ©Strade Bianche, Twitter

Innanzitutto, la ciclista olandese non aveva i crismi della libertà sin da giovane. Già chiamarsi van Vleuten, essendo nata a Vleuten, è una sorta di marchio, una radice inestirpabile. Dover poi abbandonare due sport, l’equitazione e il calcio, amati sin da bambina per diverse operazioni al menisco è forse la negazione della libertà di scelta. Arrivare al ciclismo, lo sport della libertà (almeno in sella, al netto di lacci e lacciuoli burocratici), avendo già ventiquattro anni sembra quasi una beffa. Sì, insomma, una magra consolazione: lo sport dei liberi quando ormai sei troppo grande per essere davvero libera di diventare ciò che vuoi. Una campionessa, ad esempio. Che poi per diventare campionessa servirebbe anche andare forte in salita e in Olanda le pendenze più aspre sono sui cavalcavia. Le prime tre stagioni nel professionismo (2008-2010) sono la trasposizione fattuale di tutti questi assiomi: pochi risultati e per giunta poco importanti.

Van Vleuten, però, è ribelle ai dettami della vita sin da bambina. Non ci sta come non ci stava a non praticare sport per quel diavolo di menisco. Nel 2010 prova a sterzare; arrivano i primi risultati, anche una prova di coppa del mondo, ma non basta: non basta se fori a dieci chilometri dal traguardo mentre ti stai giocando un Mondiale a Melbourne e arrivi venticinquesima. La consolazione è che forare è sfortuna. Anche privazione della libertà di pedalare, ma pur sempre sfortuna. E la sfortuna gira. L’anno successivo forerà qualcun’altra e tu sarai davanti. Ed infatti la sfortuna gira, non da sola s’intende: nel 2011 van Vleuten vince il Giro delle Fiandre, fa sua la coppa del mondo e si ritrova in squadra con Marianne Vos sotto la guida del velocista simbolo degli orange, Jereon Blijlevens. I risultati vanno e vengono, le caratteristiche restano. Van Vleuten è una combattente: la sua ribellione è la grinta. Così supera un’operazione all’arteria iliaca arrivata proprio quando tutto sembrava andare bene, sempre per quella sfortuna che gira come le pale dei ventilatori in estate e ti ammazza la libertà. Alla fine torna in sella avendo perso solo un mese di gare e risultati.

Van Vleuten e la sofferenza di chi è costretto a seguirla. ©Filip Bossuyt, Wikipedia

Va a finire che la sfortuna, proprio per la vista aguzza che tutti le riconoscono, si stufa di coloro che la irridono. Cade in frantumi proprio come gli incubi dei bambini quando un adulto si siede nel letto accanto a loro. Il momento in cui un’ipotetica personificazione della cattiva sorte si volta ed esclama: “Basta, fai ciò che vuoi”. Il problema è la temporalità. Il problema è che quella frase rischi di dirla prima tu, lasciandoti andare. Rinunciando alla tua libertà anche se hai la grinta ed il coraggio della trentaseienne olandese. Ammesso di averlo, il tempo. Alcuni tagli netti non te lo consentono. L’otto agosto 2016, Annemiek van Vleuten non ha avuto il tempo di pensare, figuriamoci di parlare. Prova in linea dei Giochi Olimpici di Rio, discesa: van Vleuten è in testa alla gara ma cade malamente; le immagini televisive spaventano, il corpo della ciclista olandese sembra privo di vita. Non è così, ma la situazione è comunque grave. Ricovero in terapia intensiva, commozione cerebrale e tre fratture spinali. La carriera sembra in bilico. E invece van Vleuten cosa fa? Viene dimessa dall’ospedale tre giorni dopo e torna in bici dopo tre mesi. I conti con la sorte deve averli sistemati in quell’occasione. Una sorta di rendez-vous: gli spettri che cadono e la libertà che torna a essere possibile.

Da quel drammatico pomeriggio di agosto, van Vleuten diventa anche quello che non sembrava: contro il tempo è sempre andata forte, sia in bici che nella vita, lo confermano i due titoli mondiali nelle prove contro il tempo conquistati nel 2017 e nel 2018. Nel 2018 vince anche la classifica finale del World Tour, ma soprattutto vince il Giro Rosa. Lei, almeno inizialmente ciclista da classiche; lei, che da quel giorno a Diga di Campo di Moro, dove conquistó la maglia rosa, al gran finale di Cividale del Friuli, avrà pensato almeno una volta a dove potesse nascondersi quella catena che più di una volta le aveva incatenato la libertà, a quanta forza ci sarebbe voluta per rialzarsi se le cose fossero andate male; lei, che non ha mai avuto alcun dubbio: non sul Giro, sul fatto che comunque non sarebbe stata la fine.

©GiroRosaIccrea, Twitter

Perché Annemiek van Vleuten, a forza di lottare, ha capito una cosa. Una realtà che rende liberi. Questa sì, senza cavalli, biciclette o chissà cosa. La libertà, per dato di fatto, non si ha. La libertà si fa. Per questo la libertà sta tanto bene accanto ad una donna come van Vleuten: una donna che cerca di plasmare il circostante senza mai adeguarsi. Si fa negando la sua negazione. Non credendo alla possibilità che fattori esterni all’umano agire possano atterrirci o suscitarci definitivamente, lasciando sempre aperta la possibilità e avendo il coraggio di giocarci dentro. Si fa pensando alle altre possibilità. Annemiek van Vleuten avrebbe potuto anche non vincere nulla da quel 2016. Forse anche da quel 2011. Di più, avrebbe anche potuto scegliere un altro sport o un’altra strada. Ma sarebbe stata comunque libera. Libera come sa essere solo chi sceglie e non viene scelto. Libera come Annemiek van Vleuten.

 

 

Foto in evidenza: ©WielerFlits.nl, Twitter

Stefano Zago

Stefano Zago

Redattore e inviato di http://www.direttaciclismo.it/