La bellezza di storie che rimangono nascoste, incastrate, impolverate come vecchi libri.

 

 

Quando Armindo Fonseca si rese conto di esser l’unico a voler animare la tappa numero tre del Tour de France 2016, ci rimase male. Attaccò, si voltò e rimase a guardare per un istante. Non lo aveva seguito nessuno, nemmeno con lo sguardo. Chi rideva, chi scherzava, chi parlava, chi mangiava, chi pisciava. Ce ne fosse stato uno che sognava. Quando al termine della tappa (per la cronaca, vinse Cavendish) venne premiato Voeckler come supercombattivo del giorno, Armindo Fonseca ci rimase ancora peggio. Jalabert, uno dei membri della giuria che assegna il numero rosso, spiegò che nel contrattacco di Voeckler ai meno sessanta dall’arrivo c’era più coraggio e sfrontatezza che in quello di Fonseca, ancora solo là davanti, partito quando alla volata mancavano più di duecento chilometri. Di relativismo e di diritti prima o poi si morirà.

L’iperattività che aveva addosso da bambino gli è rimasta anche da grande, la sfoga in palestra con due guantoni alle mani e un sacco da colpire. Fonseca dice che la boxe lo aiuta: lo svuota, gli ha insegnato l’arte dell’attesa e l’importanza di saper incassare i colpi degli avversari. Ha fatto una carriera modesta, qualche vittoria e tanti piazzamenti, ma per uno che fino ai quindici anni non aveva mai visto il Tour de France in televisione è un qualcosa da incorniciare. Di Tour de France, poi, ne ha corsi e finiti tre. La sua corsa preferita è sempre stata la Freccia Vallone, ma accontentarsi del Tour è un bell’accontentarsi. Ha sempre militato nella Bretagne, adesso Arkéa Samsic: gli sponsor e i nomi cambiavano in continuazione, lui è sempre rimasto. Pericoloso negli sprint a ranghi ristretti, Fonseca è sempre stato mosso da una sana invidia: guardava chi era più forte, lo studiava, cercava di rubargli qualcosa. Quando la gamba lo tradiva, non aveva problemi a dedicarsi ai compagni di squadra. «Anzi», ha spiegato, «mi è sempre piaciuto molto».

A nemmeno trent’anni, al termine del 2018, Armindo Fonseca ha detto basta. Ha rivelato di aver convissuto (e di dover convivere per sempre, dato che è inguaribile) col morbo di Bechterew o spondilite anchilosante. In sostanza è una patologia della colonna vertebrale che spesso inizia con infiammazioni delle articolazioni tra l’osso sacro e l’osso iliaco; le infiammazioni possono estendersi all’intera colonna vertebrale. È una patologia nobile: colpiva addirittura i faraoni egizi. Averla nascosta per una vita curandola con la passione è ammirevole. Armindo Fonseca ha concluso dicendo che voleva far passare un messaggio di speranza: non ha corso per sé stesso, ma per gli altri; non per un sogno, ma per un ideale.

 

 

Foto in evidenza: ©France tv sport, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.