Azizul Awang e il valore di un corridore

Il forte corridore malese Awang dà spettacolo più in pista che fuori.

 

 

José Saramago, nel suo romanzo Cecità, riprendendo le parole di Omero scrisse: “un medico, da solo, vale più di un uomo“. Azizulhasni “Azizul” Awang avrebbe potuto realizzare il sogno dei genitori e diventare proprio un medico, invece prese i suoi centimetri (pochi) e i suoi muscoli (possenti) e li trascinò su un velodromo. E allora quanto vale un corridore come Awang? Proviamo a raccontarlo.

A Dungun, dov’è nato, ma in generale in tutta la Malesia, quando Azizul Awang sale su una bicicletta è festa nazionale. A onor del vero, però, prima di conquistare la medaglia di bronzo nel keirin a Rio de Janeiro nel 2016, in pochi dalle sue parti sapevano come funzionasse quella strana disciplina, dove sei costretto a stare dietro a una moto prima di lanciarti in una folle volata.

Una specialità inventata, resa grande e celebre dai giapponesi – una specialità che spesso crea dipendenza dalle scommesse, arricchisce chi la corre e svuota i portafogli di chi la segue. Tempo fa il grande Mario Fossati annotava sulle pagine di un giornale: “I bilanci del keirin (in Giappone N.d.A.) valevano quindi un impegno, una devozione professionale. Bisogna, infatti, dire che il keirin interessa sessanta milioni di spettatori, che vi scommettono sopra per sei miliardi e mezzo di dollari“. Passati oltre trent’anni, chissà i numeri quali sono.

In tutto il mondo, quando Azizul Awang sale su una bicicletta, ci si sfrega le mani: chissà quale acrobazia ha in serbo quella crapa pelata del ragazzo malese? Quando Azizul Awang scende in pista, chi gli costruisce le biciclette esprime due desideri che riguardano l’attrezzo uscito dalle proprie fabbriche: deve essere perfettamente ritagliato su misura, nessuna sbavatura, nessuna mancanza, in modo da poterlo aiutare a esprimere la massima velocità possibile; e soprattutto non deve spezzarsi tra le sue braccia, possenti come quelle di un lottatore, tanto che a prima vista spesso ti chiedi cosa ci faccia in un velodromo.

Ha otto fratelli e sceglie la bici per imitarne uno, ma se fosse diventato davvero un medico avrebbe curato con delicatezza e abnegazione i suoi pazienti – allo stesso modo di come tratta i suoi figli, ragione di vita. Se fosse stato un pompiere avrebbe portato in salvo donne, gatti e bambini con la medesima forza e attenzione con cui porta al traguardo la sua bici. Se fosse stato uno stradista, probabilmente, avrebbe circoscritto i suoi risultati tra un Tour of Langkawi e poco più, e non avrebbe raggiunto fama, né gloria, né quel bel gruzzoletto che gli permette da tempo di vivere e allenarsi in Australia, nella patria dei padroni del ciclismo su pista.

Azizul Awang batte forte nei velodromi, specializzandosi nei furiosi sprint della velocità. Nonostante il suo essere totalmente agli antipodi del solito atleta, resta uno dei riferimenti assoluti nel keirin. Il fatto di essere uno dei corridori più spettacolari e rappresentativi, tra impennate, colpi di reni, rimonte fatte e spesso subite, gioca a suo favore, almeno per quanto riguarda lo stuzzicare il palato del pubblico e influenzarne il tifo; anche di chi lo segue da casa, lo racconta sui giornali e in televisione, oppure lo acclama in pista.

Si è fatto crescere baffi a manubrio per caratterizzarsi ancora di più; indossa una tuta a volte nera, a volte con inserti gialli luminosi, banalmente come il sole della sua terra; a volte richiama persino il mantello della tigre, banalmente come l’animale simbolo della sua terra. Awang non passa di certo inosservato.

A Pechino, durante la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici del 2008, in tanti si domandavano chi fosse quello strano ometto piccolo e tarchiato: forse un lottatore, un sollevatore di pesi; ma no, era Awang ancora ventenne. Nel 2011 a Manchester, invece, c’è in gioco la classifica finale della coppa del mondo di keirin. È caos in una volata convulsa, lo sottolineiamo perché lo fu più del solito: in cinque su sei vanno giù per terra. Vince un mostro sacro, Chris Hoy, l’unico a restare in piedi. Dietro accade che qualcuno si rialza: chi con la bici, chi senza, chi correndo saltellando sui tacchetti delle scarpe; chi, come Awang, con una scheggia di oltre venti centimetri di parquet siberiano conficcato nel polpaccio trapassato da parte a parte. Chiude terzo: vincerà quella coppa che assume ancora oggi un valore inestimabile.

Nel 2014, ai giochi del Commonwealth, mentre divampa il conflitto in Palestina, ecco cosa racconta Vivian Ghianni: “(Awang) si presenta con due guanti recanti la scritta “Save Gaza”, esibiti dopo aver superato gli ottavi di finale. Una scelta ponderata, una presa di posizione coraggiosa, per lui a cui il coraggio non manca di certo ma che non piace affatto al comitato dei Giochi, che minaccia di mandarlo a casa senza tanti complimenti se ripeterà il gesto“.

Il suo alias è “The Rocket Pocket Man”, presto detto: è così basso che la prima volta che si presentò a un allenamento il suo allenatore gli disse che non ce l’avrebbe mai fatta a competere ai livelli più alti. È così esplosivo che chi lo ha seguito dal vivo giura di averlo sentito deflagrare come un motore a scoppio.

La storia di Awang non ha chissà cosa di originale, è più interessante vederlo girare in pista. Piccolo come nessun altro, in un mondo di adoni, attenzione a sfiorarlo: pronto a detonare, a fare scintille come i pistoni di un motore a scoppio, come un piccolo razzo tascabile. Attenzione a farlo cadere: lui arriverebbe lo stesso al traguardo in qualsiasi modo. Attenzione a dargli un valore: sembrerebbe inestimabile, come quello di un medico, di una coppa conquistata con la scheggia in un polpaccio, come quello di un ciclista.

 

 

Foto in evidenza: ©UCI, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.