Ben King ha conquistato alla Vuelta quello che rincorreva da una vita.

 

Ben King ha fatto suo un motto terribilmente americano: raggiungi la destinazione che ti sei prefissato se stai puntando nella direzione giusta, non tanto se ti impegni o meno. Detta ancora meglio: l’impegno, per quanto importante, è vano se abbinato ad una direzione errata. Se si vuole andare al Polo Nord, ad esempio, impegnarsi risulta inutile se si stanno seguendo i cartelli che ci portano dritti al Polo Sud. Ben King ha adottato questo punto di vista fin da ragazzo. Ha creduto nel ciclismo a priori, anche quando tutto sembrava suggerirgli il contrario.

Come quella volta nel 2009, vent’anni appena, quando si fece accompagnare dalla madre ai piedi di una salita. La scalava, scendeva, e la affrontava di nuovo. Lo fece per qualche volta: con una mano sola, la destra, perché la sinistra era imbrigliata nel tutore insieme al braccio. “Avevo la clavicola fratturata, non le gambe”, si giustificò.

O come quell’altra volta, nel dicembre del 2015. Decise di pedalare da Lucca, la sua base europea, a Volterra. Per sfuggire ad un acquazzone, rischiò troppo in un tratto di discesa e cadde rovinosamente. Sudato, sanguinante, infreddolito, affamato, assetato, investito dal temporale. Non aveva soldi, dal cellulare provò a contattare un albergo nelle vicinanze. Chi doveva soccorrerlo si perse nelle colline e King tornò a casa alle nove di sera. Avvilito e ammalato, si lavò in una tinozza perché non usciva acqua calda dalla doccia e andò a letto. E poi avanti.

Da adolescente, invece, Ben King dovette fronteggiare un nemico troppo grande: andare avanti sembrava impossibile. Gli allenamenti e la scuola riempivano le sue giornate, le aspettative ciclistiche che venivano riposte in lui finirono per esaurirlo. Finì vittima della bulimia. Si ficcava due dita in gola e vomitava. Lo faceva per dimagrire, “più sono leggero e più andrò forte”, pensava. Diventò un vizio, una brutta abitudine, una trappola. Divenne irascibile, intrattabile, ombroso.

Una sera, lavando i piatti, ruppe una saliera alla quale la madre era legatissima. Lei lo rimproverò, lui uscì di casa sbattendo la porta e corse a perdifiato per qualche minuto. Una volta solo e lontano dalle case, arrivò a credere di sentire delle voci. Magari le sentiva davvero, la suggestione rende tangibile l’inesistente. Convinto di essere posseduto, urlò a pieni polmoni: “se ci sei fa’ qualcosa, altrimenti torna all’inferno!”.

Quando Ben King partecipò con successo al suo primo Tour de France, la stampa della Virginia salutò con un clamore incredibile l’impresa del suo ragazzo. Edizione 2014, quella vinta da Nibali, l’americano concluse cinquantatreesimo a due ore e quarantadue dal siciliano.

Siccome la maggior parte dei giornalisti americani deve ancora prendere confidenza col ciclismo, esaltarono qualsiasi cosa fatta da King in quelle tre settimane. Si stupivano della sua tenacia, lo applaudirono quando seppero che nella generale era il primo della sua squadra, sottolineavano con ardore che tra la prima e la seconda settimana Ben era passato dal centocinquantesimo al settantesimo posto della classifica. È proprio vero: ognuno fa con quel che ha. Lui, assai più posato, lasciò comunque cadere una perla: “Portando a termine il mio primo grande giro e il mio primo Tour de France non ho centrato un obiettivo: bensì, ho realizzato il sogno che avevo da bambino”.

I talenti americani, soprattutto per il livello evidentemente non eccezionale delle corse dilettantistiche, vincono tanto da giovani salvo poi perdersi tra i professionisti. Ben King non ha fatto altro che ripercorrere le orme di tanti altri connazionali. Un paio di vittorie e tanta fatica resa vana dalla mancanza di risultati. La consapevolezza di pedalare nella giusta direzione, però, non l’ha mai abbandonato.

E così, improvviso come l’arrivo della primavera, il bruco diventa farfalla e King conquista due frazioni alla Vuelta dello scorso anno. Il traguardo della seconda era posto in cima a La Covatilla. Dopo il traguardo, l’americano ha dovuto appoggiarsi alle transenne, le gambe non lo sorreggevano più.

Ha dichiarato di non aver mai sofferto così tanto, perlomeno è servito a qualcosa. In ogni momento di smarrimento, a Ben King basta abbassare lo sguardo sulla divisa della propria squadra. Sopra, una parola: Qhubeka. Termine nguni: significa continuare, progredire, andare avanti.

 

Foto in evidenza: @Ben King, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.