La sofferenza Willie Smit l’ha conosciuta nella vita, non pedalando.

 

 

Come la stessa vicenda umana insegna, spesso è da una scissione, una separazione tormentata, che può prendere vita qualcosa di immensamente e sorprendentemente bello. Anche il Mpumalanga, una delle nove province dello stato del Sud Africa, è nato in questo modo diversi milioni di anni fa, quando le superfici di Madagascar e Antartide si sono violentemente allontanante l’una dall’altra originando quello che oggi non è solo uno dei territori più selvaggi del continente nero, ma anche uno dei più incantevoli e variegati a livello di biodiversità e paesaggi.

Questo specifico scorcio del Sud Africa racchiude in sé le prove inequivocabili di quanto possa essere duro vivere qui, di quanto possa essere complicato condurre un’esistenza normale e soddisfare le più banali necessità. Non è un caso che uno dei centri urbani che circonda tutte queste meraviglie naturalistiche porti insito nel nome il termine “sofferenza”. Lydenburg, paese sito a una novantina di chilometri dalla capitale della provincia Mbombela (ex Nelspruit), deriva infatti dall’olandese “Lijdenburg”, ovvero “città della sofferenza”; una condizione, quest’ultima, che nell’ex avamposto coloniale nederlandese è più assimilabile a un onnipresente sottofondo musicale che accompagna le vite degli abitanti, piuttosto che ad una semplice sensazione fisica o stato mentale.

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Le condizioni di vita di una parte della popolazione locale, le stesse di molte altre zone del Sud Africa, non lasciano spazio a equivoci: solo con sacrifici e lavoro sodo si può sopravvivere e provare a guardare avanti; nulla è dovuto e niente è scontato. Voli con la fantasia e ambiziosi desideri sono ammessi, ma la realtà impone di tenere i piedi ben saldi per terra. Emergere è difficile, realizzarsi può esserlo ancora di più. Molto dipende dalle condizioni in cui si nasce e si cresce e quelle di Willie Jakobus Smit, nato nella “città della sofferenza” qualche giorno dopo il Natale 1992, non erano certo delle più brillanti: anzi, consigliavano prudenza e attenzione. Altro che corse in bicicletta, altro che una vita da sportivo professionista ad alti livelli: la sua situazione invitava a rimboccarsi le maniche e a prendere seriamente consapevolezza di dove si trovasse e cosa potesse fare con le risorse tutt’altro che infinite a disposizione della sua famiglia.

La sofferenza Smit se l’è ritrovata in casa praticamente fin da subito, sin dai primissimi anni d’età, come una sorella indesiderata, litigiosa e puntualmente pronta ad arrecare tormenti a lui e ai suoi genitori. Suo padre e sua madre, infatti, in modi molto diversi, ne sono stati travolti subendo pesantemente i suoi capricci e la sua capacità di danneggiare il nucleo familiare. Il primo, purtroppo, ha avuto pochissimo tempo per vedere crescere e interagire col giovane Smit, impegnato com’era a costruire strade, proteggere persone e bonificare campi minati in zone di guerra: in pratica, la ragione della sua lontananza era alleviare il dolore e i tormenti dei popoli coinvolti nei conflitti (Iraq, Siria e Afghanistan), proprio lui che aveva dato i natali a un figlio nella “città della sofferenza” e che di sofferenza ne avrebbe precocemente arrecata al suo discendente quando un giorno gli avrebbero comunicato che, in quelle terre dov’era andato per aiutare, aveva perso la vita.

Prima di quella data, però, in assenza del padre lontano, è toccato principalmente alla mamma sostenere il peso di crescere a Lyndeburg il proprio pargolo, il quale tuttavia si è accorto subito che qualcosa non andava nell’unico genitore presente con lui. Capitava piuttosto spesso, infatti, che sua madre non capisse quello che lui diceva, che desse segni di squilibrio e che soprattutto venisse abusata e picchiata da uomini sempre diversi, di cui lui ovviamente non conosceva mai i nomi. Passati questi momenti, sua madre tornava normale; ma giusto il tempo di riprendere le forze e dargli qualche attenzione, perché a quel punto il bisogno di rituffarsi nel narcotizzante e stordente tunnel provocato dall’alcool riemergeva in maniera troppo prepotente. Willie allora veniva lasciato a sé, praticamente senza cure, ma con la possibilità di fruire e rielaborare quello che gli accadeva attorno; ovvero, una serie di episodi traumatici che dopo poco si sarebbero fatti sentire su di lui, ad esempio facendogli dimenticare completamente il suo terzo anno di scuola elementare.

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Senza i giusti riguardi nei suoi confronti, Smit cresce malnutrito, in condizioni igieniche precarie e senza qualcuno che vigili sulla sua effettiva frequentazione degli istituti scolastici. Privo di controllo alcuno, Willie inizia quindi a fare le prime amicizie e a vedersi con alcuni ragazzi piuttosto esuberanti con i quali costituisce una piccola gang: le loro birbanterie, però, fortunatamente si limitano a qualche furtarello nei garage della zona, ai braai presso la diga della città e ai giochi comprati coi soldi rubati dal portafoglio della mamma. I genitori di diversi suoi compagni di merende, però, non sono contenti che i propri figli vaghino e si divertano in giro per la città con lui: un ragazzo sporco, poco curato e per questo poco raccomandabile, un ragazzo che così oltre alla gioia dei primi affiatamenti prova subito sulla propria pelle anche l’amarezza dell’esclusione.

Le voci su di lui, su di un giovane apparentemente lasciato al caso, senza educazione e in una condizione di disagio su più livelli, iniziano a spandersi sempre più velocemente per la città, arrivando dopo un po’ anche alle orecchie delle autorità. Valutata la situazione attraverso i servizi sociali per minori, non ci pensano due volte a darne la custodia ai suoi nonni. A dodici anni, pertanto, Willie si vede costretto a salutare la casa di sua madre e lo fa a malincuore: non tanto perché legato a quel luogo, ma piuttosto perché con la donna che gli ha dato i natali si sente naturalmente e visceralmente legato; a lei, pur in preda all’instabilità data dall’alcool, Smit non avrebbe mai rinunciato.

Coi nonni, figure in grado finalmente di occuparsi in maniera regolare delle sue necessità e di salvaguardarlo nel suo percorso di crescita personale, tutto cambia. Tuttavia, il suo approccio ad una routine quotidiana e una vita regolamentata non è privo di difficoltà. Una delle più grandi novità a cui Willie trova complicato adattarsi è la frequentazione giornaliera della scuola, luogo che prima aveva decisamente evitato di bazzicare se non in un giorno specifico, il venerdì, proprio quando la nonna gli lasciava presso l’ufficio principale dell’istituto a cui era iscritto una piccola somma di denaro da spendere al chiosco dei dolciumi. Il ragazzo, quindi, nel momento in cui varca la soglia dell’edificio, entra a contatto con un mondo a lui praticamente ignoto; un mondo fatto di lezioni, pause e compiti a casa che avrebbe dovuto conoscere già da parecchio tempo. Le assenze negli anni precedenti e la mancanza di alcune nozioni di base, invece, lo costringono a recuperare sin dall’inizio e a cominciare il proprio percorso di studi nella classe inferiore rispetto a quella dei suoi coetanei, da cui almeno tra i banchi viene diviso.

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Il gap coi pari età a scuola è infatti evidente, quasi imbarazzante, ma se Smit riesce a capire quanto gli viene detto in aula, a tramutare in azioni gli ordini degli insegnanti e anche solo a comportarsi come un ragazzo semicivile, questo lo deve in gran parte alla zia, una donna tutta amore e principi che quando la mamma non poteva essere presente si è occupata di fornire al giovane Willie insegnamenti e norme di comportamento base per non essere completamente avulso dal mondo. La sua missione, quella di allevare il ragazzo, è tanto vincente quanto breve perché purtroppo un ictus improvviso non le lascia scampo, dando l’ennesima grande sofferenza a Smit (la più grande, per lui, che definisce quello «il giorno il più triste della sua vita»), estremamente risentito per un destino sfortunato che giusto qualche settimana prima gli aveva inferto un altro crudele colpo: la morte di suo padre.

In poco tempo il giovane sudafricano, assorbiti i lutti e avendo tastato con mano l’ineluttabile sfaldarsi della sua famiglia, capisce che deve fare da solo. Con l’aiuto dei nonni non vuole sprecare altro tempo invano, ma concentrarsi sulla sua vita e su ciò in cui riesce meglio per tentare di diventare qualcuno e avere una chance di costruirsi un futuro brillante. Willie allora comprende che il settore in cui, più di tutti, eccelle è lo sport, attività a cui il padre ha avuto il merito di avvicinarlo prima di morire: fra le tante discipline in cui si cimenta in età adolescenziale scacchi, rugby e cricket sono quelle che lo vedono impegnarsi con maggior successo, ma la sua prima vera sbandata sportiva è per il golf.

Sui green, tra rough e bunker, Smit usa la sacca del padre e si destreggia alla grande, tanto da essere invitato in Scozia a giocare su alcuni storici campi del Regno Unito per un team americano. Lassù, la sua breve permanenza viene arricchita e nobilitata dall’incontro indiretto con Tiger Woods, impegnato quell’anno sul leggendario Old Course di St Andrews. Lì, Willie ha la possibilità di seguire uno dei più grandi campioni del suo sport e immancabilmente rimane affascinato e folgorato dal suo swing e dalla sua presenza in campo. A livello tecnico, osservare da vicino gesti e colpi di una leggenda come l’americano certamente rappresenta per lui un’esperienza senza eguali e un’opportunità di crescita unica, ma il ragazzo non torna in Sud Africa solo con gli occhi pieni di frame delle sue movenze, la mente piena di nozioni e il cuore colmo d’emozione; lui si spinge oltre: sfiorato un giorno dalla palla mal colpita da Tiger alla buca uno, Willie non si fa scrupoli ad infilare mani e piedi nell’acqua del mitico Swalican Burn (il fiumiciattolo che all’interno del campo di St Andrews si dipana in più canali e che alla prima buca rappresenta il principale ostacolo verso il green) per recuperare la piccola sfera bianca del campione. Sul volo di rientro per il suo Paese, dunque, Smit conserva gelosamente in valigia un rarissimo e ambito souvenir.

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Incoraggiato dagli eventi scozzesi e quasi come se quel cimelio vegliasse su di lui e sulla dedizione da lui espressa sul campo pratica, il giovane prosegue l’attività coi ferri. Arriva anche a dei buoni risultati, ma progressivamente la sua passione, parallelamente alla sua voglia di colpire cinquecento palle ogni giorno, si affievolisce fino a spegnersi del tutto senza un motivo apparente. Smit, infatti, non trova cause o ragioni oggettive per cui smette di calcare i fairway della sua regione: mosso forse dalla noia, forse dalla ripetitività dei gesti, forse dall’eccessiva compostezza dei club in cui gioca o forse anche perché non è quella l’attività che gli permette di sentirsi libero, di sognare ed evadere momentaneamente dalla realtà. Sensazioni che, nel frattempo, ha assaporato con un altro mezzo: la bicicletta.

È in sella a uno di quei cavalli di metallo dotati di ruote tassellate che Willie scopre il piacere della fatica, dello spingere sui pedali fino a sentire le gambe dure come il marmo, del dipendere dalle proprie forze per raggiungere la meta stabilita; ma soprattutto dell’esplorare scegliendo senza alcun vincolo i sentieri e le strade da percorrere. L’irresistibile fascino del velocipede, dunque, prima in una gara scolastica a cui partecipa in coppia con un amico e poi soprattutto nelle adventure races a cui prende parte assieme allo zio, lo incanta totalmente ed esercita il suo magico sortilegio anche su diversi suoi amici, i quali ben presto diventano così compagni di pedalate. Con loro, Smit non si limita a perlustrare le terre e le fattorie che circondano la propria città natale, ma si spinge fino a Sabie (a est) e Dullstrom (a sud), uscite sempre più lunghe e impegnative lungo i collinosi itinerari della zona. Giro dopo giro, la bicicletta lo assorbe sempre di più, diventando un pensiero ricorrente, un salvifico svago: più la cavalca (almeno tre ore al giorno tutti i giorni) e più cresce in lui la sensazione di non poterne fare a meno.

Per quanto però questa passione abbia attecchito in maniera forte e veloce, non è con quella che (almeno inizialmente) il giovane può pensare di guadagnarsi da vivere. La scuola e gli studi restano la via preferenziale per raggiungere l’auto-sostentamento e i nonni (che sotto il loro tetto hanno ammirato l’avvenuto contagio per le due ruote) caldeggiano fortemente questa strada. Willie, nonostante il ritardo e i problemi iniziali, è riuscito intanto a mettersi in posizione tale da poter intraprendere un promettente percorso di studi in ambito universitario: l’idea è quella di approfondire la sua predilezione per la giurisprudenza e, in particolare, il diritto familiare e commerciale. Supportato dalle uniche figure parentali rimastegli, Willie allora si iscrive all’Università di Pretoria trasferendosi da casa ed entrando in un ostello convenzionato all’ateneo.

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Come spesso accade in questi casi, la matricola appena arrivata subisce lo scotto del noviziato e, tra trattamenti non proprio amichevoli, scherzi dal gusto indubbio e le costanti tentazioni a far festa, l’inizio della carriera universitaria appare non del tutto semplice. Smit, tuttavia, abituato a contesti ben peggiori, resiste ed evade due volte al giorno da quel mondo di moduli, crediti universitari, iniziazioni studentesche e battute di scherno grazie alla bicicletta, che ovviamente non poteva lasciare a casa. Al contrario della maggior parte degli studenti aventi le giornate imperniate sul calendario e l’orario delle lezioni, le sue hanno come centro focale gli allenamenti sulla sua freccia a due ruote: il primo la mattina presto (dopo la sveglia all’alba), il secondo nel pomeriggio dopo aver scontato le ore sui banchi. Presto, i momenti dedicati ad ascoltare gli insegnamenti dalla cattedra e allo studio a casa diventano un semplice contorno alle sue intense uscite su strada, con il risultato che la carriera del ragazzo procede a rilento e con un rendimento non proprio eccellente.

Di fronte a questa situazione, i nonni, preoccupati per lui e per l’investimento fatto sul suo futuro, non possono far altro che dargli un ultimatum: o ti impegni e migliori o il nostro sostegno (specialmente quello economico) verrà meno. La gravità delle parole pronunciate dai suoi parenti ovviamente colpisce il giovane del Mpumalanga. Trovandosi da un lato schiacciato dalla pressione di non deludere chi ha sempre creduto in lui e dall’altro scottato da una passione ardente, nel suo secondo anno prova a trovare un compromesso e alzare i profitti universitari senza diminuire troppo il numero delle ore in bicicletta. Willie comprende però che non può andare avanti così troppo a lungo e nel 2013, all’età di ventuno anni, opta per una scelta definitiva: dedicarsi pienamente all’attività ciclistica interrompendo gli studi.

Entra dunque a far parte di un piccola società locale, il Team Bonitas, con la cui maglia nella sua prima stagione piena da corridore in erba mette subito a frutto i tanti chilometri di allenamento accumulati nelle gambe, correndo ed emozionandosi al Mzansi Tour (dove le prime tappe attraversano letteralmente le strade di casa) ma soprattutto piazzandosi sul podio nelle prove a cronometro dei campionati nazionali sia nella categoria Under 23 che in quella élite, risultati che portano il suo nome all’attenzione di diversi manager e talent scout fra cui anche quelli della Nippo-Vini Fantini.

La compagine italiana, impressionata dalle sue performance dietro ad atleti già avvezzi al grande ciclismo, decide di dargli fiducia mettendolo sotto contratto per l’anno successivo. Grazie a questa irrinunciabile opportunità, Willie vede profilarsi all’orizzonte il traguardo (inimmaginabile fino a qualche tempo prima) del professionismo e di una vita intera da trascorrere nelle braccia in carbonio del suo grande amore: quella bicicletta che, nel 2014, lo porta ad abbandonare l’Africa e a sbarcare sul palcoscenico mondiale. In pochi mesi, il giovane di Lydenburg capisce cosa voglia dire correre nel vecchio continente e per il mondo intero, prendendo un aereo dopo l’altro e passando dalle maestose pendici del Monte Fuji in Giappone ai bucolici scenari della Maremma toscana, dai placidi borghi dell’appenino modenese agli affollati scenari urbani di Pyeongchang, in Corea, fino alle maestose opere di urbanistica moderna di Dubai.

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L’impatto, specialmente con un tipo di ambiente agonistico così diverso dal proprio, è brutale: Smit spesso non riesce a finire le corse a cui prende parte e quando ci riesce lo fa nella maggior parte dei casi nelle posizioni di rincalzo, lontano dai flash dei fotografi e dal clamore mediatico che circonda i primi. Ad ogni modo, questo complicato processo di adattamento rappresenta di per sé già qualcosa per cui gioire e di cui lui, uno che ha mollato i libri per provare a sfondare nel ciclismo in seguito a un’infanzia tormentata con pochissimi punti di riferimento, può andare orgoglioso. Certamente la strada, a questo punto, resta ancora lunga: se davvero vuole realizzare il sogno di diventare un ciclista professionista a tutti gli effetti, ora non può fermarsi. O meglio, non dovrebbe e non vorrebbe. Perché in realtà, dopo questa lunga serie di trasferte in giro per il globo, la sua vecchia e inseparabile sorella nota come sofferenza decide a sorpresa di tornargli a far visita e inchiodarlo a lungo in casa con malsane catene, minando la sua salute e impedendogli di svolgere l’attività dei suoi sogni.

Affaticato e con le difese immunitarie più basse a causa del tipo di attività a cui si è voluto dedicare, Willie paga infatti la mancanza d’igiene che ne ha caratterizzato la gioventù. In particolare, torna a pesare la quasi totale assenza di pulizia dentale nei suoi primi dieci anni di vita, elemento scatenante ora di una serie di virus (Coxsackie e Epstein-Barr su tutti) che, in serie, ne tartassano fisico e morale. Inizia a soffrire anche di disturbi gastroesofagei, ma soprattutto di un’infezione che gli causa problemi respiratori e, all’inizio, anche diverse preoccupazioni circa la possibilità di guarire; cosa che, una volta fatti i giusti esami e diagnosticata la candida, non viene più messa in discussione.

Per l’ennesima volta, settimane di pena e tormento (per i mali fisici e per l’assenza dalle competizioni in bici) si susseguono in casa Smit, che si sottopone subito alle cure antibiotiche del caso impaziente di tornare a pedalare. Il rientro alle gare ufficiali, però, non avviene prima di tre mesi e porta con sé due ritiri in altrettante manifestazioni. Nonostante questo, Willie viene comunque selezionato dalla rappresentativa sudafricana per i Mondiali Under 23 di Ponferrada dove, quantomeno, taglia il traguardo sia della prova contro il tempo che di quella in linea, subito dopo la quale un’altra doccia fredda si abbatte ineludibile su di lui. I tanti giorni a casa passati a casa per curarsi, e ancor di più le tante indisposizioni improvvise, hanno fatto perdere la pazienza ai dirigenti della Nippo, i quali non sentendo di poter fare più pieno affidamento su di lui non gli rinnovano il contratto per la stagione seguente.

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Non avere una squadra per il 2016 costringe Smit a fare un passo indietro e riprendere a gareggiare nel proprio Paese con l’augurio che qualcun altro, notando le sue prestazioni, possa offrirgli un posto per riaffacciarsi in Europa. In quest’ottica, l’ormai ventiquattrenne torna a competere molto presto e lo fa con indosso la maglia della sua Nazionale, che con una piccola rappresentativa partecipa a una delle gare più rinomate del continente: la Tropicale Amissa Bongo, corsa a tappe che solitamente si svolge a febbraio lungo le strade del Gabon. Dopo due buoni risultati ai campionati nazionali, Willie si sente bene ed è pronto a ben figurare nella competizione centroafricana; sennonché, nella quinta tappa, ecco far capolino a bordo strada un’oscura presenza familiare: è l’ombra di sua sorella sofferenza, venuta a trovarlo e lo chiama a sé. Non passa inosservata perché emana una forte negatività e quando incrocia lo sguardo di suo fratello sulla via per Kango, questi cade malamente a terra. Il dolore è subito fortissimo e lei lo avvolge, quasi a stritolarlo, con le sue perfide braccia accompagnandolo fino all’ospedale dove la diagnosi è una delle più impietose: ovvero frattura dell’anca.

Il referto e i medici parlano chiaro: ci vorranno tre mesi prima di ricominciare a camminare gradualmente e molti di più per la bici. C’è qualcosa in più in lui che lo spinge a rialzarsi quasi subito. In quanti alla sua età hanno dovuto superare così tanti ostacoli sui pedali, ma soprattutto giù da questi? In Willie non solo alberga una passione estrema per le due ruote, ma soprattutto la convinzione cieca che la bici sarà sempre la soluzione a ogni suo problema e che le difficoltà, avendo un obiettivo da raggiungere, potranno essere sempre superate. Su quel dolore allora si può comunque lavorare.

È quello che, in barba alle previsioni dei dottori, Smit fa grazie al supporto e all’aiuto incondizionato da parte della sua ragazza, la quale sfruttando tutte le sue conoscenze in materia fisioterapica lo aiuta a rimettersi in sella, costringendo chi è a conoscenza della vicenda a rivedere la propria concezione del termine “presto”. A tre sole settimane dall’incidente, infatti, il sudafricano (che nel quotidiano è costretto a usare le stampelle) torna in sella sbalordendo tutti. La sua volontà e la sua ambizione sono chiare e risolute, a tal punto da riprendere a mulinare i pedali prima di camminare; attività che ad ogni modo, attraverso esercizi specifici, affiatamento e collaborazione con la sua compagna, riesce anch’essa a svolgere nuovamente con successo.

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Per quanto prodigioso e rapido, il recupero tuttavia non dà vita ad un seguito particolarmente fortunato, almeno nei mesi immediatamente successivi. Willie si riattacca il numero sulla schiena a novembre al Giro di Ruanda, competizione che gli serve per riprendere confidenza col ritmo, e quindi si candida spontaneamente per un posto nel team Dimension Data, l’unica società africana a rappresentare il continente nero nel World Tour. Il tentativo non va a buon fine e obbliga il corridore di Lydenburg a esplorare altre strade; o meglio, altre soluzioni per riavvicinarsi al ciclismo che conta e farsi notare. Nel pieno del suo spirito da non attendista (ormai lo si è capito), decide allora di andare incontro a una possibile svolta trasferendosi a proprie spese in Francia all’inizio del 2016. L’esperienza dura però appena quattro mesi e il tempo di un’unica corsa (Le Tour de Bretagne Cycliste) a causa di una serie di fattori climatici (le temperature rigide) e ambientali (la lingua e una certa chiusura dell’ambiente) che ne pregiudicano il proseguimento.

Torna perciò in Sud Africa e, per la prima volta, quell’inscalfibile certezza che si era creato negli ultimi anni circa il raggiungimento del massimo livello del professionismo ciclistico inizia a presentare delle crepe. Sono troppi i tentativi fatti, troppe le risorse spese, troppo il sudore versato in strada per non ricevere neanche un contatto, una proposta, un cenno di interessamento da parte di qualche formazione qualificata. Al contrario di quello che era successo durante il suo primo anno d’università, questa volta è lui, severo ed esigente con sé stesso, ad imporsi una scadenza: farà ancora un tentativo, uno solo, e se non porterà a niente si rimetterà a studiare. Con questo intendimento, stabilisce a tavolino che non sarebbe tornato a correre quella stagione, ma avrebbe puntato tutto su quella successiva assoldando un preparatore che ne avrebbe definito la condizione in vista dei campionati nazionali di inizio 2017.

Smit non si risparmia e, allenamento dopo allenamento, da maggio 2016 a fine gennaio 2017 mette assieme 14721 chilometri, l’equivalente in linea d’aria della distanza tra la sua casa di Pretoria (dove si è trasferito) e le porte di Austin in Texas. Fa fatica a tenere a bada il proprio spirito competitivo: per mesi le uniche sfide sono con sé stesso, gli unici traguardi quelli che incontra per strada (cartelli, linee), l’unica soddisfazione quella di star facendo le cose per bene. Tutto il resto, ovvero se queste energie riversate sull’asfalto porteranno ai risultati sperati, è ammantato da un velo di incertezza. Ma presto, con l’arrivo di febbraio, dubbi e paure si dipanano.

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Quell’anno, le prove dei campionati nazionali sudafricani e di quelli continentali sono racchiuse in undici giorni; in pratica si gareggia una volta ogni tre. Ebbene, nelle quattro prove (due cronometro e due in linea) riservate agli élite, Willie non scende mai oltre il quarto posto, chiudendo in terza posizione entrambe le gare della rassegna del suo Paese e, più importante, vincendo quella in linea dei campionati africani. Il lavoro ha dato i suoi frutti, Smit si è laureato campione continentale e in virtù dei risultati ottenuti in sequenza si aspetta da un momento all’altro la chiamata di quella Dimension Data che l’ha rifiutato sedici mesi prima. Il telefono però non squilla, né nei giorni immediatamente successivi al suo exploit né nei mesi seguenti, facendo inevitabilmente salire sconforto e amarezza in lui e nel suo clan. Qualche offerta da team di categorie inferiori arriva, ma alla sua età e con quello che ha investito a livello personale non può accontentarsi di tirare avanti con contratti appena sufficienti a provvedere a sé stesso. La sua ambizione è il World Tour, la massima espressione del ciclismo mondiale, la lega dove corrono i campioni, quella che per lui sarebbe niente meno che il paradiso delle due ruote. Ma dal paradiso non arrivano segnali nei suoi confronti.

Passa quindi qualche mese e col trascorrere del tempo lo spettro di un malinconico ritorno agli studi e del definitivo abbandono del sogno a pedali si fa sempre più concreto, finché a metà anno il suo ex direttore sportivo Barry Austin non gli propone di andare a fare qualche gara in Spagna, correndo per una squadra dilettantistica (la Rias Baixas) che ha messo in piedi lui stesso. Non avendo niente da perdere ed essendo quella l’ultima possibilità prima di tornare sui banchi d’ateneo, Willie fa le valigie e prende la via della Penisola Iberica dove, ad accoglierlo, trova Marcos Serrano, ex professionista e suo direttore sportivo nell’avventura che si appresta a iniziare.

Come già accaduto in altri episodi della vita di Smit, anche questa volta il ragazzo trova persone molto generose che, provvidenzialmente, si rendono disponibili ad aiutarlo e ad assecondare i suoi bisogni perché arrivi a concretizzare il suo desiderio. Dunque, dopo i nonni, gli zii e la sua fidanzata, a supportarlo in tutto e per tutto il sudafricano trova in quest’occasione l’intera famiglia Serrano, che lo fa soggiornare in casa respingendo con insistenza la sua richiesta di andare altrove e lo aiuta in tutte le piccole operazioni quotidiane (dalla spesa all’insegnamento della lingua), facilitando il suo ambientamento a quelle latitudini. Con la mente libera e un caloroso sostegno alle spalle, Willie riesce immediatamente a trovarsi a suo agio anche con le corse spagnole, infarcite di salite e dal disegno tattico molto spesso imprevedibile. Approfittando della condizione messa a punto nei mesi precedenti, infila vittorie a ripetizione: Volta o Ribeiro Termal, Vuelta a Segovia, Tour Meles Zanawi (questo in Etiopia) vedono il sudafricano fare collezione di foto a braccia alzate.

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In circa tre mesi di competizioni, Smit conquista ben sedici successi; ma tra tutti, ad impressionare maggiormente gli addetti ai lavori e Marcos in particolare è quello che ottiene alla Vuelta Ciclista a León, dove vince la classifica generale per un solo secondo grazie a una prova di grande brillantezza (oltre che di gran cuore) sull’ultimo arrivo in salita. Mentre lui è sul podio a festeggiare sul gradino più alto con l’ennesima bottiglia di spumante in mano e una coppa ai suoi piedi, Marcos non perde tempo e telefona immediatamente al suo ex compagno di squadra alla ONCE José Azevedo, manager della Katusha-Alpecin, team di matrice russa facente parte del World Tour. Serrano parla a lungo con lui del ragazzo che sta facendo trionfare la Rias dovunque lui corra: un ragazzo con le orecchie a sventola, il naso affilato, i lineamenti levigati dal tempo (e dalla sofferenza) e con un’espressione della bocca sempre a metà tra un sorriso e una smorfia. Azevedo prende nota, ringrazia l’amico e si mette subito all’opera, informandosi sui suoi parametri fisiologici e su chi sia questo ragazzo che quasi venticinquenne (quindi piuttosto tardi) sta tentando di sbarcare tra i professionisti.

Il portoghese, fatte le adeguate valutazioni, alla fine rimane colpito; ma ad impressionarlo, più dei numeri e dei dati fisici, è la sua storia dominata da una tenace e inossidabile volontà di arrivare ai vertici del suo sport. Sono perciò la determinazione, la capacità di soffrire e i sacrifici fatti negli anni passati che lo inducono a chiamarlo di persona per invitarlo a fare dei test e approfondire la conoscenza. Smit ovviamente rimane sorpreso, praticamente di sasso quando riceve questa proposta, ma la sua incredulità toccherà un picco ancora più alto quando, avvenuto il meeting prima dei Mondiali di Bergen dove avrebbe nuovamente difeso i colori sudafricani, si vedrà mettere sotto il naso il contratto da firmare per sbarcare con la compagine dalle maglie bianche e rosse nel World Tour. Dopo otto tortuosi anni, contraddistinti da tante cadute, periodi bui e attimi di sconforto alternati ad altri di indicibile abnegazione, Willie potrà esplodere di gioia: il suo sogno di diventare un corridore professionista e correre in bicicletta ai massimi livelli si è realizzato, nel 2018 sarà nell’élite del ciclismo.

«Per la prima volta ho potuto guardare in faccia i miei nonni con la sensazione di aver realizzato qualcosa. Come corridore, però, mi sentirò totalmente realizzato solo quando sarò al via di un Tour de France». Anche nel 2019 Willie ha gareggiato nel World Tour con indosso la maglia della Katusha, ma non è riuscito a far parte degli otto prescelti per rappresentare il team alla Grande Boucle. Tuttavia, pur non trattandosi della più famosa corsa a tappe del mondo, Smit è riuscito a prendere parte al suo primo grande giro venendo selezionato dalla squadra per disputare la Vuelta a España che è andata in scena su strade a lui care tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Trattandosi della prima gara di tre settimane della vita, la manifestazione rappresentava un serio test per il suo corpo in termini di tenuta ed efficienza su un periodo così lungo e ovviamente, essendo una prima volta, non poteva mancare neanche la sua malefica sorella sofferenza. Anche lei, in un modo o nell’altro, ci teneva a far sentire la propria presenza al fratello in un altro degli appuntamenti importanti della sua vita, e così nel finale della quattordicesima tappa ha ben pensato di lasciare nuovamente il segno: caduta e sedici punti di sutura al ginocchio.

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Da quel momento, nel suo calvario verso la conclusione di Madrid, i due sono stati davvero inseparabili, correndo uno in bicicletta e l’altra aggrappata al suo arto ferito. Willie, però, nonostante questa zavorra supplementare, ha portato a termine per intero tutta la sua fatica e sulla linea del traguardo nella capitale iberica, sorridendole soddisfatto, l’ha vista scappare via tra la folla. La bici, però, non ha solo alzato il numero delle sue reunion fortuite: ha compromesso molte delle sue relazioni, l’ha indotto ad una vita praticamente solitaria, ma soprattutto gli ha dato basi solide e lo ha avvicinato a valori importanti come «il sacrificio, il rispetto, la consistenza, l’integrità, l’importanza del lavoro di squadra». È anche grazie a queste se, negli anni passati con la testa bassa sul manubrio, Willie si è avvicinato a Dio, ha migliorato il proprio rapporto con la cristianità e ha riflettuto sull’influenza e l’esempio delle sue figure genitoriali, arrivando a giurare a sua moglie che lui non sarà e non potrà mai essere un codardo. Animato da queste convinzioni e sostenuto da questi principi, così come ha raggiunto il top del ciclismo mondiale, un giorno Smit riuscirà anche ad essere presente alla Grand Départ del Tour. Lì, in quell’occasione o durante il percorso di avvicinamento, quasi sicuramente anche sua sorella proverà di nuovo a fare capolino e a intercettarlo disarcionandolo dalla bici; ma allora, se mai accadrà, sarà bello vederlo ritrovare l’equilibrio e, invece che imprecare, guardarla a metà tra il divertito e lo spazientito. Perché si rialzerà, Willie Smit e lo farà pedalando, l’unico modo che conosce per alleviare la sofferenza del fisico e dell’animo.

 

 

Foto in evidenza: ©Willie Smit, Twitter