Solitudine, sofferenza, sfortuna: Cadel Evans, un campione integro e dai tratti umani.

 

Durante la preparazione al Tour de France 2011, Cadel Evans ha molto tempo a disposizione per riflettere. Ha scelto il silenzio della Sierra Nevada: nessun giornalista sa che l’australiano sta rifinendo la sua forma lassù, in compagnia di qualche membro dello staff. Alloggiano in un hotel modesto, convinti che la frugalità propizi il successo. Nella giornata più esigente, Evans totalizza cinquemila metri di dislivello in appena cinque ore.

Si sente bene, nel pieno delle forze. Sa, però, che nemmeno questi requisiti sono sufficienti per la matematica conquista del Tour de France. Di matematico, alla Grande Boucle, ci sono soltanto i numeri: persino la legge del più forte o del più furbo vacilla.

A posteriori, il Tour de France 2011 è un canto del cigno generazionale con tutti i crismi. Basso e Cunego non torneranno mai più così in alto sulla scena internazionale; Samuel Sánchez dovrà accontentarsi di traguardi parziali e piazzamenti nelle corse di un giorno; i fratelli Schleck entreranno in un circolo vizioso che, in breve tempo, li ridurrà al gregariato, costringendoli poi in un secondo momento a un insipido ritiro.

Per Contador, l’edizione 2011 coincide con l’ultimo grande giro disputato prima della squalifica: quando ritornerà, fatta eccezione per la Vuelta a España 2014, misurerà su se stesso gli effetti devastanti dell’esistenza proseguita anche senza di lui. Finanche Evans e Voeckler hanno sfruttato al meglio l’ultima possibilità che il ciclismo ha dato loro di brillare. Sky, ambiziosa e organizzata, sta arrivando nell’indifferenza generale.

Tutte le esperienze, i confronti, i personaggi e le pulsioni fatte, avuti, conosciuti e provate da Cadel Evans nella sua lunga carriera confluiscono nel luglio 2011. Il Tour de France, un viaggio al centro di se stessi, lo mette davanti e a contatto col passato. La corsa è ricordo e il ricordo è racconto.

©Siobhán Silke, Flickr

Ecco la vostra intervista

Cadel Evans, dalle retrovie del gruppo, apprende poco interessato che Mark Cavendish ha vinto. Durante il Tour de France 2011 succede per ben cinque volte: Cap Fréhel, Châteauroux, Lavaur, Montpellier e Parigi. Evans non ha niente da condividere con questo corridore: i successi di uno corrispondono ad un intermezzo dell’altro.

In compenso, Cavendish gli ricorda McEwen, il velocista col quale ha dovuto convivere per qualche estate. Un cacciatore di tappe troppo importante e letale, per privarsene; la classifica generale di Evans finiva per risentirne, trovandosi spesso da solo senza un gregario sul quale poter contare. Così facendo, però, la Lotto si dimostrava una delle poche squadre competitive dal prologo alla chiusura. E il bene del gruppo, questo Evans lo sa bene perché se lo è sentito ripetere fino alla nausea, è sacro e inattaccabile.

Il filo rosso che collega Evans, Cavendish e McEwen è rosso di rabbia, di tensione, di impulsività. Cavendish e McEwen non hanno mai raccolto consensi grazie alla loro simpatia: l’adrenalina che confluiva in loro negli ultimi chilometri di gara finiva per strabordare. Si ricordano testate, spallate e gomiti alti: su quanto avvenuto talvolta dopo il traguardo, meglio sorvolare. Evans, seppur silenzioso e discreto, ha perso la pazienza più di una volta.

La tensione trapelata e tramutatasi in gesti inconsulti durante il Tour de France 2008 contribuì a creare un’immagine sbagliata dell’australiano: lui, dal canto suo, non fece niente almeno in un primo momento per invertire questa tendenza. Assunse una guardia del corpo, Serge Borlee, già protettore di Lance Armstrong, e si esibì in spezzoni deplorevoli, che fecero il giro del mondo su YouTube: il “don’t touch me” con annessa manata indirizzato ad un tifoso troppo invadente; la testata alla camera di un operatore, reo di averlo inquadrato in un momento evidentemente sbagliato; la minaccia, causata fortunatamente da futili motivi, che rivolse ai giornalisti al termine della quindicesima tappa, quando Frank Schleck gli sfilò la maglia gialla: “Fate del male al mio cane e vi taglierò la testa”, intimò Evans, coccolandosi la sua Molly portata sul traguardo per regalargli quantomeno un attimo di leggerezza e intimità. “Don’t stand on my dog” sarà la frase che Evans farà stampare su alcune magliette messe in vendita, un tentativo di imbonire l’opinione pubblica.

E, infine, l’intervista rilasciata al nugolo di avvoltoi che lo attendevano, asfissianti, a Bagnères-de-Bigorre, teatro del secondo successo di Riccò. Evans, dolorante e sanguinante per una brutta caduta, tagliò in due il gruppo di operatori, lasciò la bici ad un uomo di fiducia e salì su un van che lo avrebbe riportato in albergo. Un attimo prima di partire, l’australiano abbassò il finestrino, si tolse il casco visibilmente danneggiato e lo mise in mano al primo giornalista che gli si parò davanti: “Ecco la vostra intervista”.

McEwen è stata, per anni, una figura ingombrante nella carriera di Cadel Evans. La Davitamon Lotto non puntava tutto su di lui proprio perché la presenza di McEwen garantiva alla squadra un numero importante di vittorie. ©Kevin Hoogheem, Flickr

Evans, dispiaciuto ma per niente remissivo, è tornato sui suoi passi soltanto parzialmente. Ha riconosciuto di non essere per niente bravo né con le parole né con le telecamere, senza tralasciare però la malizia che annebbia la maggior parte dei giornalisti. “Mi hanno dipinto come un mostro, ma in realtà sono soltanto una persona normale alla quale non si può chiedere di essere costantemente serena, disponibile e rilassata”.

Qualche settimana più tardi, quando il gruppo si sarebbe spostato a Pechino per le Olimpiadi, Evans catturò di nuovo l’attenzione della stampa e dei giornali dichiarandosi dalla parte del Tibet e del Dalai Lama, vittime in quel periodo del polso duro dei cinesi. “Mi ricorda la triste situazioni degli aborigeni australiani”, spiegò lui.

La discrezione e la trasparenza di Cadel Evans non vanno bene nell’odierna società dello spettacolo: la debolezza è scandagliata e ingigantita, l’errore rimarcato, la presa di posizione forte presa con le pinze e, possibilmente, etichettata. Nudo in corsa e fuori corsa, eternamente sofferente in sella a una bici da corsa e davanti alle telecamere, senza il carisma a fare da corazza: Cadel Evans è stato un uomo in mezzo a superuomini, incapace di recitare un copione che non fosse il suo.

Ne è passato di tempo

Contador, Cunego e Basso appartengono alla generazione nella quale rientra anche Cadel Evans: diventati professionisti all’inizio del nuovo millennio, ne hanno di storie da raccontare.

In un possibile gioco di abbinamenti, Cunego sarebbe il primo nome che a molti appassionati verrebbe in mente se venisse chiesto a loro di trovare il corrispettivo italiano di Evans. Esigenti, limpidi e talvolta permalosi, la disciplina e la passione che hanno caratterizzato le loro carriere sono esemplari. Il testa a testa sugli acquitrini senesi del Giro d’Italia 2010 è ancora fresco nella memoria di entrambi. Una giornata primordiale ha premiato le quattro gambe più sincere e dignitose di quel decennio ciclistico.

Quel giorno vinse Evans. Basso, notevolmente attardato, realizzò che Nibali, il suo delfino e in quel momento la maglia rosa del Giro d’Italia, non era ancora adatto a nuotare per tanti giorni consecutivi in acque così tumultuose. Lui, invece, dopo aver sbagliato ed essere stato allontanato, aveva reimparato. Il solito, stoico Evans consumò ogni stilla di energia accartocciandosi sulla sua bici nel tentativo di evitare l’inevitabile: Basso, più solido e completo, si rivelò inscalfibile. L’australiano, divertito dalla corsa, chiuse quinto.

Basso, Scarponi ed Evans sullo Zoncolan al Giro d’Italia 2010. ©foto!, Flickr

Un anno più tardi, sulle strade del Tour de France 2011, Cunego, Basso ed Evans si ritrovano ancora una volta davanti nelle ultime battute di gara. Dopo la vittoria di Samuel Sánchez a Luz-Ardiden, l’australiano individua in Basso l’uomo da battere: “se continuerà così, saranno dolori”, ammette sincero. È un fuoco di paglia. Negli ultimi dodici mesi, il varesino sembra essere invecchiato di colpo: ingolfato e appesantito, il ritmo che impostava per stroncare gli avversari è adesso più accettabile e gli serve per difendersi. Cunego, sesto a Parigi, accuserà un ritardo superiore ai sei minuti. Quello di Basso, settimo, sfiorerà i sette e mezzo.

Con Contador, invece, Evans condivide qualcosa in più. Il primo Tour de France, ad esempio: era il 2005. Lo spagnolo concluse trentunesimo, l’australiano ottavo. Due anni più tardi, Contador avrebbe resistito al ritorno di Evans nella cronometro di Angoulême per ventitré secondi. Quando venne interpellato a riguardo, Greg LeMond non usò mezzi termini: “Per una serie di fattori, tra i quali rientra assolutamente anche il doping, Cadel avrebbe potuto conquistare almeno altre due edizioni del Tour de France”. Pur essendo poco diplomatico, LeMond non aveva tutti i torti.

I sette corridori che fecero meglio di Evans al Tour de France 2005 non erano delle vergini. Armstrong, Basso, Ullrich, Mancebo, Vinokurov, Leipheimer, Rasmussen: ognuno di loro ha avuto, più o meno, a che fare con l’illecito sportivo. Proprio Rasmussen fu il mattatore dell’edizione 2007. Il danese e Contador fecero registrare un tempo di scalata sul Plateau de Beille quantomeno sospetto (specialmente per lo spagnolo, s’intende: sul danese non ci sono dubbi): impiegarono un minuto e venti secondi in meno rispetto a quanto fatto registrare da Lance Armstrong nel 2004, soltanto quarantanove secondi in più rispetto al record assoluto di Marco Pantani stabilito durante il Tour de France 1998, e oggi sappiamo con certezza cosa girava nel sangue del Pantani di quell’estate. Tutto lascia pensare che se Evans non avesse dovuto rincorrere Rasmussen per due settimane e mezzo, quei ventitré secondi incassati da Contador a Parigi sarebbero stati annullati assai prima degli ultimi giorni di gara.

Nel 2008, Evans si piazzò ancora al secondo posto: fu Carlos Sastre ad anticiparlo per cinquantotto secondi. Nonostante l’inevitabile accostamento a Bjarne Riis, all’epoca suo direttore sportivo alla CSC, Sastre non ha mai avuto problemi giudiziari: per la sua onestà, venne ribattezzato “Don Limpio” dalla stampa e dagli addetti ai lavori.

Dal 2005 al 2008, Evans è stato sopravanzato da luogotenenti e campioni alterati. Si è guadagnato il soprannome di “simpatico perdente”: tifato per compassione, uno di quelli che fa tenerezza, del quale si sottolinea soltanto l’impegno.

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Mai una parola fuori posto, mai una dichiarazione sibillina, mai un’allusione. Evans ha dato due motivazioni. La prima: le azioni degli altri non si possono né prevedere né tantomeno controllare, mentre con le proprie si può fare l’una e l’altra cosa; la seconda: concentrandosi sulle altre persone si rischia di perdere di vista se stessi. Per riportare le lancette della storia a girare nel senso giusto, l’australiano vedeva soltanto un modo: vincere il Tour de France con le proprie forze, esattamente quello che stava provando a fare da ormai qualche stagione.

Quando in cima al Mûr-de-Bretagne, quarta tappa del Tour de France 2011, Evans vede Contador esultare, sembra quasi convincersi del fatto che la situazione non è ancora pronta per essere ribaltata. Il fotofinish, lui sì davvero incorruttibile, premia sempre il vincitore, il giusto: seppur di un’incollatura, la tappa l’ha vinta Evans, secondo nella classifica generale ad appena un secondo dalla maglia gialla di Thor Hushovd.

Io e te ci assomigliamo così tanto

Cadel Evans sbircia Thomas Voeckler in maglia gialla e pensa che si assomigliano tanto, più di quanto palmarès e telecamere dicano. Si assomigliano a tal punto che Evans ammette a se stesso che se non riuscirà a vincere il Tour de France 2011, allora è giusto che sia Voeckler a farlo.

Il francese è un leader furbo: al talento modesto sopperisce con un coraggio smisurato. Ha ingannato Hushovd e il resto del gruppo con una bugia bianca: andare in fuga e, se verrà, indossare la maglia gialla per qualche giorno, trattarla bene in attesa che uno dei più forti gliela sfili, portarla quasi per fare un favore agli altri capitani, alleviando loro una pressione mediatica altrimenti insopportabile.

Una bugia bianca, dunque. Una menzogna a fin di bene con una sola discriminante: che il bene è soltanto quello di Voeckler, che da agitatore si è trasformato in normalizzatore, e guardalo, mancano pochi giorni alla fine di questa follia estiva e lui è ancora lì, folle nei momenti di calma e lucido nei frangenti di marasma.

Era il 2001 quando Evans e Voeckler, giovani e magrolini, partecipavano alle prime gare tra i professionisti. L’australiano veniva dalla mountain bike, capace di arraffare due edizioni di Coppa del mondo nel cross country. Ma su strada non conta: si ricomincia da zero, come quando si tolgono le rotelle e s’impara a stare in equilibrio, quanto fatto prima non conta.

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Al primo anno, Evans conquista le prime vittorie mentre Voeckler arriva ultimo al Giro d’Italia. Nel 2002, Evans si ritrova addosso una maglia che non avrebbe mai pensato di vestire così presto: quella rosa. L’euforia dura ventiquattr’ore, il tempo che andò dalla vestizione di Corvara in Badia al crollo verticale del giorno dopo verso Folgaria: tutti dissero crisi di fame, la realtà dei fatti è che Evans era professionista da nemmeno un anno e mezzo e non era quindi fisicamente pronto per vincere il primo grande giro al quale partecipava. E poi, gli avevano detto che sarebbe stato gregario di Garzelli: non è mica colpa dell’australiano se l’italiano sarebbe risultato positivo al Probenecid dopo nemmeno metà corsa.

Evans chiuse quattordicesimo, scomparendo per le due stagioni successive. La scelta della Telekom, poi T-Mobile, si dimostrò fin da subito sbagliata: non c’era alchimia tra le due componenti, e una serie di cadute incrinò irrimediabilmente un rapporto già di per sé crepato. Nel 2004, mentre Evans riflette sugli errori fatti, Voeckler diventa un volto noto del gruppo. Da fresco campione francese, si schiera alla partenza del Tour de France: non avrebbe mai immaginato di esserne il riferimento per dieci giorni consecutivi, dal podio della quinta tappa alle ultime pedalate della quattordicesima.

Poi, per diverse stagioni, le traiettorie dei due si divisero, come due estranee che non hanno niente a che vedere l’una con l’altra: Voeckler si ritagliò il suo spazio tra una fuga e una semiclassica, Evans continuava a inseguire quel trionfo che lo avrebbe liberato dal marchio di “simpatico perdente”.

Evans e Voeckler si assomigliano così tanto perché il loro passato si assomiglia così tanto. Evans vede suo padre allontanarsi dal nucleo familiare, Voeckler lo vede morire, inghiottito dal mare durante una traversata. Evans vive per qualche anno a Upper Corindi, nel nuovo Galles del Sud, in una comunità di aborigeni: la sua era l’unica famiglia di bianchi; quella di Voeckler migra dall’Alsazia alla Martinica, luoghi nei quali il ciclismo, più che fantasia, è fantascienza. Hanno in comune anche la gavetta, fatta ora di gregariato, ora di tentativi stroncati sul più bello.

Il problema nasce quando condividono la stessa ambizione: vincere il Tour de France. Nel caso di Evans, un sogno che sta diventando un tarlo; nel caso di Voeckler, una suggestione impronosticabile ma improvvisamente vitale.

La seconda parte della loro carriera li ha visti consacrarsi: il francese ha dato prova della sua maturazione e della sua astuzia sulle strade della Grande Boucle, mentre l’australiano ha dovuto incassare due sonore bocciature nell’estate 2009 e 2010 compensando con la Freccia Vallone e soprattutto il campionato del mondo di Mendrisio. “Prima o poi sarà fatta giustizia”, gli ripeteva Chiara, che a quel tempo era la moglie e soltanto più avanti sarebbe diventata ex. Evans quasi non ci credeva più. Quando si ritrovò sul gradino più alto del podio con la maglia iridata appoggiata alle labbra sudate, stava piangendo: soltanto tentando l’impossibile sarebbe potuto apparire possibile.

©Laurie Beylier, Flickr

A Evans viene comunicato che Voeckler sta arrancando, la maglia gialla presenta il conto ed è salatissimo: per un uomo non c’è disperazione più profonda di quella scatenata dalla realtà che calpesta previsioni, progetti e speranze. Voeckler, stremato e ferito, esplode borracce piene d’acqua sull’asfalto: è imbufalito, i suoi compagni di squadra lo stanno seminando.

Quando si accorge che non sono loro ad andare troppo forte, quanto lui ad aver ormai mollato, ha un istante di lucidità: dà il via libera a Pierre Rolland, chiedendogli di vincere sull’Alpe d’Huez anche per lui, soprattutto per lui. Rolland, valoroso e leggiadro, eseguirà.

Evans immagina Voeckler alla deriva e ripensa a quando toccò a lui, al Giro d’Italia 2002. L’allestimento del traguardo non compariva mai, il ritardo andava ingigantendosi, i suoi gregari lo fissavano ormai arresi e pienamente consapevoli mentre i tifosi lo spingevano e sostenevano come farebbe un padre col figlio sprovveduto che ha fatto il passo più lungo della gamba. Evans capisce che non c’è nessuna via d’uscita: se questo Tour de France non lo vincerà lui, Voeckler non potrà più farlo.

Il ragazzo che non sono mai stato

Il Tour de France di Andy Schleck inizia quando quello di Basso e Cunego è ormai compromesso, con Voeckler e Contador prossimi alla resa. Lo spagnolo, seppur onnipresente, non ha la rasoiata che lo ha sempre contraddistinto: il Giro d’Italia dominato poche settimane prima ha lasciato il segno.

Andy Schleck frulla via sull’Izoard, ovvero a oltre sessanta chilometri dal traguardo posto sul Galibier, a Serre Chevalier. L’unico che prova a seguirlo è Pierre Rolland, ma ben presto scopre che il narratore che ha scritto quella pagina di storia non ha contemplato il suo nome. Mentre Evans, alla cui ruota si posizionano gli altri capitani, guida la caccia al lussemburghese, si convince che Schleck è il ragazzo che lui non è mai stato.

Leggiadro e slanciato, bagnato da un riverbero di luce tra il malinconico e il superbo, in grado di revitalizzare un Tour de France che sembrava perduto grazie al talento cristallino di cui dispone e ai compagni di squadra, e quindi grazie ai quattrini di cui dispone la sua squadra. Evans è all’altro capo: nerboruto e intagliato nella roccia, basso e tozzo, talvolta goffo; non è mai sembrato superbo, semmai scorbutico; non ha mai trovato una squadra che puntasse su di lui così tanto.

I fratelli Schleck. ©bgrimmni, Flickr

La Leopard-Trek, la corazzata che sostiene il lussemburghese, è nata da sette mesi soltanto ma l’organico è impressionante: Bennati, Cancellara, Fuglsang, Gerdemann, Monfort, O’Grady, Voigt, Wegmann, Zaugg. E i fratelli Schleck: Andy e Fränk.

Il primo è anche il più giovane: ventisei anni. Nonostante l’età, ha già ottenuto molto: è arrivato secondo al Giro d’Italia 2007, secondo al Tour de France 2009 e 2010, quarto nella prova in linea delle Olimpiadi di Pechino nel 2008; come se tutto questo non bastasse, ha all’attivo tanti altri piazzamenti, due vittorie di tappa al Tour de France 2010 e la Liegi-Bastogne-Liegi 2009: quel giorno, il migliore della sua carriera, percorse l’ultima parte di gara da solo. Andy Schleck pedala verso il Galibier animato dalle stesse intenzioni.

Mentre Evans si tira dietro la corsa, è pienamente consapevole che Andy Schleck è il ragazzo che lui non è mai stato. E si arrabbia. Lui, lussemburghese, nato nel cuore dell’Europa, a due passi dalla tradizione ciclistica più radicata; lui, nato in una famiglia di corridori, prima il padre e poi loro, i due figli, con Andy che viene preso dalla CSC perché talentuoso e perché Fränk lo ha segnalato alla sua squadra, e adesso può fargli da chioccia; lui, che ha già un palmarès di tutto rispetto nonostante i ventisei anni, e chissà quante altre corse potrà vincere; lui, che se non fosse incappato in quell’incidente meccanico e nell’opportunismo di Contador durante la quindicesima tappa del Tour de France 2010, forse una maglia gialla in bacheca ce l’avrebbe già; lui, che non ha dovuto fare i conti con gli spettri di un ciclismo più chimico che umano.

Da Evans, invece, per lungo tempo non si è aspettato niente nessuno. Nemmeno suo padre, che ha dichiarato più volte che mai e poi mai avrebbe immaginato un futuro sportivo del genere per il figlio. Evans, che ha avuto un’infanzia difficile e che quando ha iniziato a fare sul serio col ciclismo, doveva salutare la madre a gennaio per riabbracciarla ad ottobre, e dieci mesi d’Europa per un ragazzo australiano sono un’eternità; Evans, che aveva soltanto otto anni quando un cavallo lo colpì alla testa mandandolo in coma per sei giorni, lasciandogli per anni dei mal di testa terribili; Evans, che quando passò alla strada si rese conto che quanto fatto nella mountain bike era servito a poco; Evans, che troppe volte ha visto la corsa scivolargli di mano perché gli mancavano o le gambe o i galloni; Evans, che ha dovuto superare infortuni e rifiutare il doping imperante; Evans, la cui sofferenza dilaga persino nelle dichiarazioni: “Io, per principio, non mi ritiro. Io, sulla bici, piuttosto ci muoio. Non è proprio così, è solo un modo di dire, ma è la passione della mia vita. Se parto, voglio sempre arrivare. Meglio primo. Ma piuttosto ultimo”, spiegò a Marco Pastonesi; oppure, “ho stretto i denti quasi ogni giorno in cui ho corso tra i professionisti”, rivelò a Cyclingnews.

Mentre Evans erode il vantaggio accumulato da Schleck, pensa a tutto questo: ad Aldo Sassi, la persona che più di ogni altra ha creduto in lui e che da pochi mesi non c’è più; alle lezioni della madre, che gli ha sempre voluto bene senza mai coccolarlo e viziarlo, e che gli ha insegnato che una cosa o la si fa per bene, altrimenti è meglio lasciar perdere; a tutte quelle volte in cui le squadre in cui correva lo scaricavano per un infortunio di troppo, per un Tour de France bramato e mai posseduto; all’Australia, il suo amato paese, che ultimamente si è innamorata del ciclismo ma quand’era giovane lui era una mosca bianca, soltanto chi era alto, forte e robusto poteva sperare di sfondare nel mondo dello sport.

©Michiel Jelijs, Flickr

E poi pensa, Cadel Evans, che non può tollerare un’altra sconfitta: se il Tour de France non lo vince quest’anno, quando allora? Tirare il gruppo dei migliori da solo non può essere una scusa: Evans è solo da una vita, la sua vita lo ha costantemente preparato per questo momento.

Andy Schleck veste di giallo sull’Alpe d’Huez, il giorno dopo aver alzato le braccia al cielo sul Galibier. Le doti contro il tempo di Evans, però, permettono all’australiano di entrare a far parte di quella storia che lo aveva sempre rifiutato. Finalmente, il personaggio ha trovato un autore.

Nella cronometro decisiva chiude secondo, a soli sette secondi da Tony Martin ma rifilando oltre due minuti e mezzo ai fratelli Schleck. Ai giornalisti che gli chiedono se l’Evans visto nella cronometro sia stato il più forte di sempre, l’australiano risponde di no: “se fossi stato eccezionale, l’avrei vinta”. A tutti coloro che gli fanno notare, come se ce ne fosse bisogno, di essere il primo australiano a vincere la Grande Boucle, Evans ribatte parco e sereno: “Nella storia della corsa, sono una maglia gialla come tante”.

Il primo Tour de France lo seguì nel 1991: vinse Indurain, il suo modello. Il primo Tour de France lo disputò nel 2005: fu l’ultimo di Armstrong. Il primo, e unico, Tour de France lo ha vinto nel 2011: sono passati vent’anni, eppure sembrerebbero molti di più.

 

Foto in evidenza: ©Laurie Beylier, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.