Più che un campione, Carl Fredrik Hagen è un esempio.

 

 

Intervistato dalla stampa norvegese alla partenza della nona tappa della Vuelta a España 2019, Carl Fredrik Hagen era irrequieto. Non avendo mai disputato una corsa di biciclette che andasse oltre le otto tappe, nessuno poteva sapere quello che gli sarebbe successo dalla nona in poi. È pur vero, tuttavia, che fino a qualche anno fa Hagen non avrebbe mai immaginato di partecipare ad una corsa come la Vuelta.

Aveva iniziato giocando a calcio, ala destra, soltanto perché era veloce e correva a perdifiato. Però il pallone non gli piaceva: smise quando si rese conto che il numero di allenamenti saltati per andare a correre da solo nella foresta era maggiore di quelli effettivamente svolti. Del calcio gli è rimasta appena una passione giovanile: Ole Gunnar Solskjær, l’ex attaccante e attuale allenatore norvegese del Manchester United, l’unico sportivo che gli abbia mai trasmesso qualcosa.

Dopo il pallone, insomma, venne la corsa. Hagen, ormai sedicenne, ad una carriera nel professionismo sportivo non ci credeva più. Forse non gli interessava nemmeno così tanto, se è vero che dopo un po’ di tempo, a causa di una lunga serie di infortuni e acciacchi, mollò la corsa per passare allo sci di fondo. L’ennesimo sport che avrebbe abbandonato, è vero, ma in compenso fu proprio nei momenti di pausa dallo sci di fondo che Hagen scoprì la bicicletta: era il 2013, aveva già ventidue anni.

Iniziò con la mountain bike e alcuni amici, barattando la delicatezza con la sincerità, gli fecero notare che a pedalare era molto più bravo che a sciare. Al ciclismo su strada arrivò soltanto nel 2015, quando approdò al Team Sparebanken Sør, la squadra Continental gestita da Thor Hushovd. Poi, nel 2017, il Team Joker Icopal. Nel 2019, a ventisette anni già compiuti, la Lotto Soudal.

©Arctic Race of Norway, Twitter

Alla Vuelta a España 2019, Hagen si era presentato con due obiettivi: terminare la corsa e, energie permettendo, concluderla tra i primi venti. Quella famosa – e impegnativa – nona tappa gli andò bene: undicesimo. In quel momento era sesto in classifica generale a meno di due minuti dal leader, Nairo Quintana. Così in alto c’era arrivato centrando la fuga vincente nell’ottava tappa, mossa che gli permise di guadagnare quasi dieci minuti sui favoriti per la vittoria finale. La Vuelta l’avrebbe vinta Roglič, il corridore al quale Hagen s’è ritrovato a pensare spesso e volentieri, soprattutto quando malediceva d’esser stato scelto da un sogno così difficile da realizzare.

Hagen, tuttavia, di quella Vuelta sarebbe stato l’ottavo della classifica generale: mai uscito dai primi dieci dalla nona tappa in poi, un debutto nei grandi giri oscurato soltanto dalla prestazione eccezionale d’un altro debuttante, Pogačar. Hagen, che nella diciottesima tappa seppe arrivare addirittura sesto, rimase a galla perfino nella cronometro di Pau: trentaduesimo a tre minuti e venti da Roglič. «Non mi lamento», dichiarò. «Si trattava dell’ottava cronometro della mia vita».

Carl Fredrik Hagen, scalatore dotato di un’invidiabile resistenza, ha niente da perdere e tutto da guadagnare. Racconta che vuole soltanto imparare dai migliori, aiutare la squadra e diventare il miglior corridore possibile. La classifica generale delle brevi e grandi corse a tappe rimane il suo pallino, ma in futuro non disdegnerebbe nemmeno un tentativo sulle Ardenne. Di sicuro non ha rimpianti, Hagen. «Ognuno matura a suo tempo», dichiarava tempo fa. «Non siamo tutti come Edvald Boasson Hagen, che a vent’anni era già un campione. Io a vent’anni non sapevo neanche cos’era il ciclismo».

A differenza di Boasson Hagen, tuttavia, Carl Fredrik Hagen ha margini inesplorati e l’impeto fanciullesco di chi ha scoperto la sua passione più grande. Diventare un ciclista professionista era il suo sogno e l’ha realizzato. Per farsi benvolere dalla Lotto Soudal ha imparato un po’ di fiammingo, per non rovinarsi invece ha dato un freno alle proprie ambizioni. «Voler diventare un campione non avrebbe senso: non lo sono, non mi compete», raccontava. «Mi basta essere un buon corridore». Per il 2020 Hagen scommetteva molto sulla prova in linea delle Olimpiadi, ma dovrà aspettare. A malincuore, certo, ma con la consapevolezza di saper aspettare molto meglio di tutti gli altri.

 

 

Foto in evidenza: ©Flandrien, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.