Carlos Betancur e l’amore perduto

Carlos Betancur è un inno complesso alle potenzialità inespresse di un corridore.

 

 

È proprio vero quello che si dice: in alcuni posti della Colombia, a volte, sembra non smettere mai di piovere. A Ciudad Bolívar uno stillicidio scava la roccia, penetra nelle terra, si insinua nei pensieri di Carlos Betancur, oramai adulto, che si guarda allo specchio, scruta di traverso la bilancia, pensa a quello che è stato e che sarebbe potuto essere e ripete tra sé non per farsi coraggio, ma per decifrare meglio la sua realtà: «Sì, so di essere il peggior nemico di me stesso».

Betancur quella battuta la manda a memoria quando Thomas Blanco, giornalista colombiano, questo inverno lo avvicina per intervistarlo. «A me quello che dicono i giornalisti non interessa. Non vanno in profondità. Stai male? Poco importa, a loro interessa solo ferirti. Quando vinci ti osannano, quando perdi sono pronti a buttarti la croce addosso: guardate cosa hanno fatto a Quintana al Tour dello scorso anno. Perde terreno e parlano di fallimento, di corridore finito; il giorno dopo vince: “è ritornato il super mostro”. E quando parlano di me non ci bado più, mi hanno tradito: fanno male solo alle persone che mi stanno vicino e per quanto mi riguarda, lo so, sono sempre stato il mio peggior nemico».

Quando Franco Gini lo scopre e lo porta a correre in Italia nel 2011 con la maglia dell’Acqua &  Sapone, Carlos Betancur era un ragazzino vivace, a volte indisciplinato. «È un burlone, ama scherzare, quando arriviamo in aeroporto fa sempre finta di aver dimenticato il passaporto. I suoi compagni di squadra lo chiamano testina di…», si interruppe sul più bello Franco Gini mentre lo raccontava. Il dirigente fu come un padre adottivo per quel ragazzo che all’epoca non aveva ancora conosciuto la pressione, mentre le delusioni le aveva sempre dimenticate lasciandosi andare a scatti d’ira.

©Carlos Betancur, Facebook

Rimase estasiato, Gini, la prima volta che lo vide, un po’ come tutti; era il 2009 e Betancur «non sapeva nemmeno cosa fosse una gara in bicicletta di buon livello, eppure aiutò Sarmiento a vincere il Giro Bio e pochi mesi dopo fece secondo al mondiale Under 23 a Mendrisio». Betancur l’anno dopo tornò in Italia e vinse quel Giro riservato ai dilettanti. «Potente, elegante, ambizioso, era sempre a casa mia a cena, e mi chiedeva cosa doveva fare per diventare un corridore affermato», raccontava sempre lo storico direttore sportivo italiano, scomparso pochi anni fa.

L’Europa, negli anni, divenne croce e palcoscenico principale di Betancur. A volte era talmente efficace che sembra di fargli uno sgarbo a parlarne in un certo modo; un attore capace di catalizzare l’attenzione, spesso in cima alla lista dei favoriti quando, tra il 2012 e il 2014, si presentava al via di una qualsiasi corsa – un periodo paragonabile ormai ad un amore adolescenziale.

La sua carriera è un inno alle potenzialità inespresse: è un sunto della complessità dell’animo umano, delle debolezze, delle sfaccettature, del desiderio e della passione, di quella nostalgia di casa tramutata in tentazione che ha rischiato di sfociare in ossessione; un attaccamento alla famiglia, al suo paese natale ai suoi usi e costumi che lui cercava sempre di portare con sé pedalando, andando forte, vincendo, firmando contratti onerosi con squadre importanti. «La cosa più bella di Betancur», affermava Gini al termine della tappa con arrivo a Firenze durante il Giro d’Italia del 2013, e dove solo un Belkov in stato di grazia costrinse Betancur al secondo posto, «è che lui va in bicicletta per cambiare il destino della sua famiglia». Alla quale ha sempre cercato di dare una mano nonostante si sentisse a suo agio nei panni del ribelle, con quel carattere che a volte faceva impazzire i suoi genitori, malgrado il chiacchiericcio costante sul suo modo di affrontare la vita. «Una volta da ragazzo, al termine di una corsa andata male, era così incazzato che distrusse la bici», raccontava suo padre tempo fa.

©Carlos Betancur, Facebook

Assecondando la sua indole, Betancur passa l’adolescenza dividendosi tra il lavoro nella fattoria, le fughe in bici e i giri a cavallo. A colpi di machete estraeva le radici di yucca, raccoglieva chicchi di caffè, aiutava il padre – Don Ignacio – a seminare il coriandolo e ad allevare i maiali, osservando il suo viso bruciato dal sole e le mani usurate dal lavoro di campesino. «Avevo bisogno di una mano e chiesi ai miei figli di aiutarmi; Carlos Alberto si offrì, ma in cambio mi disse che voleva correre in bicicletta. Lo accontentai e lui ci ripagò portando a casa medaglie e trofei», racconta Don Ignacio Betancur.

El Tiempo riporta un aneddoto che serve a inquadrare un ragazzo completamente differente da quello che ci siamo sempre immaginati vedendolo correre; un corridore a volte sin troppo remissivo, assente, forse perché oppresso dalle responsabilità, oppure perché in vita sua ha indossato maschere diverse, interpretando ruoli completamente differenti, adattandosi ad alcune situazioni, rimanendo schiacciato da altre, facendoti credere di essere quello che volevi che lui fosse. “Don Ignacio tornò a casa nel pomeriggio e chiese a sua moglie, Dona Piedad Gómez, dove si trovava il cestino per la raccolta di Carlos Alberto. «Carlos è arrivato presto; ha lasciato alcuni chicchi e se ne è andato a fare un giro in bicicletta», rispose la madre. «Este es mucho berraco. Non ci aiuterà, quindi?», gridò il signor Betancur mentre aspettava con ansia il ritorno di suo figlio per rimproverarlo“.

Estefanía, da una vita compagna di Carlos Betancur, racconta come andavano a finire quelle giornate. «Cercava ogni scusa per non lavorare nei campi e uscire in bicicletta. “Non posso raccogliere il caffè”, diceva ai suoi, “perché mi rovino le unghie”». E i due scappavamo insieme come innamorati.

Spavaldo

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Carlos Betancur arriva da Ciudad Bolívar, piccolo comune a sud ovest della provincia di Antioquia e definito dalle guide locali “un posto pittoresco, colorato, famoso per il biliardo, la birra e la vita notturna“. Nasce trentuno anni fa e noi vorremmo che il tempo si fosse fermato a quell’azione sul San Luca al Giro dell’Emilia 2011 quando, neoprofessionista quasi ventiduenne, vinse come se non avesse fatto altro che pedalare dalla nascita, pronto a guidare la nuova ondata colombiana che nel giro di qualche anno si sarebbe imposta ai vertici del ciclismo. Vorremmo che il tempo si fosse fermato per raccontare una storia diversa rispetto a quella che lui costruirà prima con le vittorie e poi con i problemi dettati dal suo carattere multiforme, deciso a disegnare una linea che presto virerà verso terra come una foglia secca, andandosi a poggiare sul terreno dell’ordinarietà e facendosi sotterrare dalla sabbia della modestia.

La storia iniziale di Betancur è quella di un ragazzo che attraversa la periferia del suo paese a cavallo per andare in città insieme a suo padre a vendere i frutti del loro lavoro con la terra. Col sorriso un po’ di traverso, la voce rauca – da qui il suo soprannome La Roca -, i capelli lunghi quasi gialli, gli occhi chiari sempre vivi: gli stessi che in gruppo, dopo pochi anni, smisero di accendersi a causa di quella sorta di male di vivere che ogniqualvolta se ne presentava la possibilità lo portava a scappare dall’Europa verso casa sua, per poi tornare nel vecchio continente con qualche chilo di troppo. «Lo vedevamo solo prima delle corse» racconta il suo ex compagno di squadra alla AG2R Péraud «passava quasi tutto il suo tempo in Colombia».

A El Manzanilla, il villaggio dove viveva in una piccola fattoria con la sua famiglia – padre, madre e cinque fratelli -, a lui importava andare in bicicletta o a cavallo. «Ho sempre avuto la fissa dei cavalli, fino a poco tempo fa ne avevo tre, ora purtroppo ho dovuto darli via». Spesso le sue fughe in bici terminavano in città, dove si recava per conto suo a sbrigare qualche commissione e arrotondare per non essere di peso ai suoi genitori.

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Lo hanno definito spavaldo e sembra di non crederci. Se forse quella sua indole l’avesse trasportata anche in bicicletta per uscire dalla mediocrità nella quale si calò da un certo punto in avanti, chissà cosa staremmo raccontando. Più la gente lo criticava e più invece di dare una risposta si chiudeva in sé stesso, spariva, ingrassava: la pressione e le attenzioni, dopo un po’, finirono per divorarlo.

Spavaldo, si diceva: nel 2009 rientra a casa dopo la medaglia conquistata nel mondiale Under 23 e lo accolgono le autorità cittadine. C’è grande festa per questo ragazzino leggermente abbronzato e con l’orecchino: sembra più un abile ribelle che uno che frequenta uno sport spesso reticente alla trasgressione – e lo capirà sulla sua pelle, Betancur, qualche stagione dopo. Il primo cittadino lo accoglie sul palco con un enorme assegno di cartone; dopo aver incassato i complimenti, Carlos Betancur risponde: «Amico, ciò di cui la mia famiglia ha bisogno a Ciudad Bolívar è un posto dove vivere con dignità». Il Governo regionale regala così una casa alla sua famiglia e con i primi soldi che il ragazzo stava guadagnando, padre e zio comprarono un bar smettendo di lavorare nei campi – un lavoro che fruttava all’incirca duecentocinquanta euro al mese -, potendo così mantenere i numerosi figli.

Sogni, delitti, passioni

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Carlos Alberto Betancur respinge la normalità. Sembra sempre di osservarlo attraverso un caleidoscopio. Di lui in Colombia raccontano che chi lo conosce non lo conosce per davvero, che ogni volta che lo incontri trovi un Betancur diverso e ognuno dà una versione differente se lo deve descrivere come persona.

La scuola di ciclismo a Jardín dove va a correre e a formarsi, e dove conoscerà Arredondo, anche lui di Ciudad Bolívar, e Urán, lo mette alle corde: si comportava male, era distratto, indisciplinato, litigava con i suoi compagni, era irascibile, vulnerabile. Forte in bici quanto debole nei rapporti con gli altri ragazzi. «Lo minacciai di non farlo correre più e allora iniziò a mettere la testa a posto: la bicicletta per lui era tutto», racconta il suo primo allenatore Gabriel Jaime Vélez. «Negli anni non è mica cambiato, però!», incalza José Diego Ramírez, meglio conosciuto come Pacheco, un altro dei suoi tecnici. «È maturato, ma resta sempre quel travieso, quel discolo, che avevamo conosciuto quando si allenava con noi». Pacheco lo definisce, nel 2014, agonisticamente cattivo, un combattente instancabile; eppure, a un certo punto, davanti a lui si materializzò un destino radicalmente diverso.

Nel 2009 conquista la Vuelta de la Juventud de Colombia e partecipa al Giro Bio come supporto fondamentale al vincitore finale Sarmiento; al Giro della Valle d’Aosta conquista la maglia di miglior scalatore indossandola fin dal primo giorno attaccando dalla prima salita: chiuderà secondo nell’ultima tappa, battuto solo dallo sloveno Koren, e finendo lontano nella classifica generale vinta da Thibaut Pinot. Poche settimane dopo arriva l’argento nel mondiale di Mendrisio, solo Romain Sicard andrà più forte di lui. Prima di partecipare alla festa dedicata al suo ritorno in patria, al telefono con Jesús Piedrahíta, dirigente della sua squadra, la Orgullo Paisa, Betancur dice: «Chucho, non dimenticarti di portare la mia ragazza quando mi verrete a prendere all’aeroporto di Rionegro».

Nel 2010 si consacra in Europa, domina il Giro Bio con due vittorie di tappa  – la Peschiera del Garda-Gallio e l’arrivo sul Monte Grappa – e la classifica finale. Al termine di quella corsa firmerà per l’Acqua & Sapone. Torna in Colombia per provare a vincere la Vuelta a Colombia, ma diventa spalla di Sergio Henao, capitano designato, e chiuderà lontano in classifica. Anni dopo dirà: «Correre in Colombia è più difficile che in Europa. Corse dure: c’è tanto talento, tanta concorrenza. Oggi è diventato più difficile far parte della selezione nazionale colombiana che di quella spagnola. Il mio sogno sarebbe conquistare il Clásico RCN, oppure la Vuelta a Colombia o il Tour de Antioquia». A fine anno sarà il miglior colombiano nel mondiale Under 23 di Melbourne, trentottesimo, su un circuito tutt’altro che adatto alle sua caratteristiche. Ma la testa era già al 2011, quando sarebbe diventato professionista.

Un viso acqua e sapone

©Carlos Betancur, Facebook

Gini se lo coccola, lo definisce «il bambinone biondo»; afferma che una volta, quando gli mostrò le bici con le quali avrebbero dovuto correre, «reagì come se a un suo coetaneo italiano gli regalassi una Ferrari». La sua sembra un’ascesa difficile da arrestare: ecco il colombiano che cambierà le regole del ciclismo. Va forte ovunque, fa paura quel suo cambio di ritmo in salita; addirittura lo fanno esordire subito sulle pietre: la sua seconda corsa in carriera tra i professionisti sarà l’Omloop Het Nieuwsblad, seguita dalla Kuurne-Brussels-Kuurne – concluse entrambe con un ritiro. «La gente pensa che l’Europa sia il paradiso e invece devi combattere a fondo. Quando sono arrivato all’Acqua & Sapone mi hanno buttato nella mischia in una gara sul pavé: ero giovane e quando mi sono ritrovato accanto a Tom Boonen mi sono venuti i brividi. Voleva dire che ero davvero arrivato nel mondo del ciclismo».

Senza pause, nel 2011 la sua squadra decide di mungerlo finché in tempo. Nonostante avesse iniziato a prendere confidenza con l’Europa solo da poche settimane, Betancur partecipa al Giro d’Italia, lo conclude, e nella penultima tappa, arrivo sul Sestriere, finisce quarto dopo essere stato in fuga dietro a Kiryienka, Rujano e Purito Rodríguez. L’indomani chiuderà stremato, nelle ultime posizioni, la cronometro di Milano vinta da David Millar.

A fine stagione, con un’azione che sarebbe dovuta diventare il suo marchio di fabbrica ma che invece resta come un ricordo primordiale che ti appare solo in sogno, vince il Giro dell’Emilia: sul San Luca stacca tutti e conquista la sua prima vittoria da professionista. Sarà nono al Giro di Lombardia e poche settimane dopo, a testimonianza del peso che stava assumendo nel mondo del ciclismo a soli ventidue anni, Betancur è testimonial per un’importante azienda di occhiali al salone Eurobike 2011.

E tutto questo non sembra travolgerlo: Betancur assume l’aspetto di un personaggio capace di tutto. Scattista quando il traguardo si impenna, resistente quando le salite e le corse sono in successione una dopo l’altra, vincente quando si tratta di portare a casa il risultato: nel 2012 conquista altre tre vittorie in maglia Acqua & Sapone, più diverse classifiche parziali come quella del miglior giovane o dei gran premi della montagna. «Una delle mie vittorie più belle e importanti è quella al Giro del Belgio nel 2012: ho battuto Gilbert a casa sua e su un arrivo adatto alle sue caratteristiche. Ero orgogliosissimo». Pochi giorni dopo quel successo vince il Trofeo Melinda, ancora su uno strappo, ancora con uno scatto, ancora mettendosi alle spalle corridori di spessore: Moreno Moser, Giampaolo Caruso e Rebellin. Freccia Vallone, Liegi e Giro di Lombardia diventano i traguardi sui quali scommettere.

World Tour, bilanci e bilance

E poi, come in ogni storia che segue uno schema tipico, arriva il momento topico che precede la caduta. Oggi potremmo dire tra il 2013 e il 2014, ma a quei tempi sembrava l’attimo in cui Betancur sarebbe stato pronto a spiccare il volo per vincere qualsiasi tipo di corsa. Dopo i successi con la squadra abruzzese arriva il salto nel World Tour. Le sue ambizioni sono le stesse dell’AG2R, una squadra che non era ancora ai vertici ma che cercava in corridori come Bananito l’uomo giusto per farsi strada: forte un po’ ovunque, bello da vedere, attaccante estroso, portavoce di una nazione che esprimeva – ed esprimerà – sempre più talenti capaci di imporsi.

La sua stagione è un antipasto di mare: inebriante, ricco, gustoso. Brevi corse a tappe fino alle Ardenne, dove esordirà facendo terzo alla Freccia Vallone e quarto alla Liegi-Bastogne-Liegi. Nella corsa belga che si tiene a metà settimana, Betancur prova a rompere gli schemi e invece di aspettare la volata sul Mur de Huy anticipa tutti a inizio salita, scardina le difese del gruppo e manda all’aria i piani di molti, tanto che a vincere, superandolo in vista del traguardo, fu un sorprendente Dani Moreno. Betancur viene preceduto anche da Henao, connazionale e vecchia conoscenza; i due, dopo essere stati compagni e avversari in Colombia, avevano iniziato a inscenare battaglie già qualche giorno prima al Giro dei Paesi Baschi, sempre su un arrivo in pendenza: avranno entrambi una parabola che li porterà a iscriversi nella categoria dei grandi incompiuti.

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Alla Liegi-Bastogne-Liegi è ancora lui ad anticipare strappando il copione: attacco sul Saint-Nicolas, e tutti noi con le pulsazioni che superavano quelle dei corridori ci siamo definitivamente innamorati di Betancur, immaginandoci quale meraviglioso avvenire si sarebbe prostrato davanti, come quando sei giovane e senti la primavera come un segnale di vita e di rinascita, non come l’ennesima stagione che scandisce il tempo che passa. E che dire del suo Giro d’Italia? Tre secondi posti di tappa, quinto nella classifica finale, primo in quella dei giovani. Mentre Giovanni Visconti si regala una delle imprese più belle della sua carriera, Betancur esce dalla bufera di neve che spazza il Galibier anticipando il gruppo dei migliori – Nibali, Urán e Majka compresi. Poco importa se pochi giorni prima, verso Firenze, lui esulta come mai in vita sua, convinto di aver vinto, quando invece si piazzerà secondo alle spalle di Belkov.

E se stessimo raccontando un dramma, adesso saremmo probabilmente a metà del secondo atto. Dovremmo raccontare una parabola ascendente – esponenziale; dovremmo raccontare di come da lì in poi Betancur abbia iniziato a prendersi tutto, a fare suo il mondo del ciclismo, a fare breccia nel cuore dei tifosi di tutto il mondo, storditi da quei suoi scatti così potenti da lasciare tutti sul posto. Ma invece iniziano i colpi di scena: l’impasto esplode e inizia a sgonfiarsi. Dopo quel Giro d’Italia se ne va in Colombia, ha bisogno di staccare. E quando ritorna, non è più lui. Probabilmente, da lì in poi, non lo sarà più.

Sempre Estefanìa – all’epoca la sua ragazza, ora signora Betancur – racconta: «Mangia di tutto: è più facile dire cosa non gli piace, come ad esempio il sedano». Pittoresco, quasi contornato da un alone mitologico, in Colombia si narra anche che va matto per il biliardo e quando fa ritorno a casa sfida i suoi vecchi amici a colpi di carambola; qualcuno pensa anche che abbia persino qualche debole per la vita notturna. «Quando rientra lo trovi stressato, ma uguale a com’era prima: dolce, tranquillo, quel ragazzo di cui mi ero innamorato e con il quale scappavamo in bici appena potevamo. Si alza presto la mattina nonostante sia appena tornato dall’Europa poche ore prima; si mette le infradito e va a parlare con il proprietario di un negozio di dolciumi che qui è famoso perché fa marmellate da mandare al Papa; oppure lo trovi a parlare fuori dal negozio di biciclette della zona, seduto a chiacchierare con tutti, come quando era ragazzino».

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Quando rientra in Europa diventa un punto interrogativo enorme, un impiccio per la sua squadra. Nel 2016 Julien Jurdie, direttore sportivo dell’AG2R, in un’intervista apparsa su L’Équipe, ricorda: «Alla fine del Giro del 2013 lo mandammo in Colombia per staccare un po’ e allenarsi. Il risultato? Era tornato in sovrappeso e per noi è stato un grosso problema. Lo iscrivevi alle corse solo perché era Betancur. Disputò la Vuelta e il suo miglior risultato di tappa fu un cinquantaquattresimo posto. Il fatto è che poi questa scena si è ripetuta spesso».

C’è un sussulto nella sua carriera che risale all’inizio del 2014 e che fa sembrare il suo incidente di percorso di pochi mesi prima un peccato di gioventù, una debolezza verso la quale ogni essere umano è portato. Figuriamoci se sei chiamato a fare il corridore. Vince la Parigi-Nizza, primo colombiano della storia – prima ancora di Henao, meglio di Quintana, quando Bernal era ancora di là da venire. Sembra una vita fa: Carlos Betancur conquista la corsa francese e diventa il numero uno del ranking mondiale. «Ho vinto con due chili in più rispetto al peso forma», afferma, ridendo con la sua voce roca. «Quei chili in più sono almeno quattro», ribatte Lavenu, team manager della squadra francese. Prima della Parigi-Nizza andò a segno al Tour Haut Var: vittoria di tappa, persino battendo in volata Degenkolb, e classifica finale. «Sono ancora in sovrappeso di sei chili», dirà Bananito, come lo chiamano da sempre in Colombia.

Si scopre che, poche settimane prima, nel suo esordio stagionale al Tour de San Luis, era talmente fuori forma che «il body lo stringeva così tanto da farlo sembrare una salsiccia in procinto di scoppiare», scrive Boyacaradio.com riportando le parole di alcuni colleghi di Betancur. Un brusìo intorno al corridore che ha contribuito ad amareggiarlo, a incupirlo, a rendere quel carattere burrascoso ma facilmente attaccabile sempre più chiuso, soprattutto quando si trattava di parlare con un giornalista o approcciarsi ai suoi compagni di squadra.

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Fran Reyes, su CyclingTips, lo definisce «pigro, con una personalità particolare», tanto che prima del Tour de France del 2014 di lui si perdono le tracce; sempre secondo Boyacaradio.com pare che nemmeno il suo preparatore atletico, Michele Bartoli, riuscisse a contattarlo. Poco tempo dopo le giustificazioni si sprecano: aveva contratto il citomegalovirus, al quale si aggiunsero alcuni problemi col visto che non gli permettevano di tornare in Europa. Vincent Lavenu a Cyclingweekly: «È snervante, ogni cosa con lui diventa difficile. Tra tutti i colombiani, a noi è toccato quello più complicato. Un giorno potrà vincere il Giro d’Italia, ma così con lui è impossibile lavorare. Vuole tornare in Colombia alla fine di ogni corsa e rientrare in Europa a ridosso delle gare. Ha detto che è stato male e non è riuscito a prendere l’aereo, ma non è la prima volta che succede».

Sempre Péraud racconta quegli anni in maglia AG2R: «Se mi domandano di Betancur mi viene da ridere, e solo chi lo ha conosciuto può capire perché. Ci vuole coraggio a essere come lui: arrivava in sovrappeso alle corse e vinceva lo stesso. È un corridore che non ha alcuna logica, non ne riusciamo a capire il funzionamento».

Rientrerà in Europa dopo quattro mesi, nell’estate del 2014, dopo aver perso aerei e ritardato il rinnovo del visto. Lo farà senza lasciare il segno: alla Vuelta chiuderà quasi tutte le tappe in coda al gruppo, ritirandosi al mondiale di Ponferrada, al Gran Piemonte e al Giro di Lombardia.

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Poco prima del via del grande giro spagnolo, Betancur si scaglia contro la sua squadra: «Ho letto molti commenti denigratori nei miei confronti. Quello che fa più male è che sono arrivati anche dalla mia squadra e dai miei compagni. Diventa frustrante quando la tua squadra non ti supporta e non ti capisce. Sono stato male e non potevo presentarmi al Tour in quelle condizioni. È vero, tutti hanno il diritto di dire quello che pensano, ma io sono uno dei pochi corridori di questa squadra che quando gareggia vince».

Nel 2015 continua il tira e molla con l’AG2R. Si presenta con un peso da fare invidia ad altri sport, la squadra lo manda al Giro dove giorno dopo giorno migliorerà finendo al ventesimo posto in classifica generale – a oltre un’ora e un quarto da Contador -, chiudendo al secondo posto la tappa di Imola disputata sotto la pioggia. Siamo a maggio e quella sarà la sua ultima corsa della stagione e la sua ultima corsa con la maglia della squadra francese. «Cosa fai quando non vai d’accordo con tua moglie? Divorzi». Eloquenza betancuriana.

L’infatuazione di Eusebio Unzué

©Movistar Team, Facebook

Perché quando qualcuno vede andare Carlos Betancur in bicicletta se ne innamora? Succede in patria, ed è normale vista l’attrazione che generano i corridori sui tifosi colombiani; succede a chi ha ammirato i suoi scatti dal divano o dalle strade del Giro o dalle colline ardennesi; ma quello che più conta è che è successo anche tra i dirigenti delle squadre del ciclismo. Prima Franco Gini, che gli rimarrà accanto anche una volta lasciato l’Acqua & Sapone, poi Eusebio Unzué.

«È la più grande scommessa della mia vita e sono convinto che prima o poi riuscirò a vincerla», è il motivetto che ripete ancora oggi il team manager della Movistar. Vi ricordate i numeri snocciolati sul suo peso, quel fardello che di volta in volta si portava dietro come uno zaino appesantito? Bene, cancellateli. Quando Bananito si presenta la prima volta in ritiro con la maglia della Movistar, i chili in più sono una ventina. «Paffuto», lo definisce ridendo un membro dello staff della sua nuova squadra nel 2016. «A Unzué piacciono queste scommesse, ma questa è destinata a perderla», aggiunge durante la presentazione della sua squadra alla quale mancavano Malori, vittima di un grave incidente in Argentina qualche settimana prima, e proprio Betancur. «È ancora in Colombia per problemi di visto», ovviamente.

E il 2016 gli serve per conoscere Valverde. «Il fatto di essere accostato da Unzué a uno come Valverde è uno stimolo in più», dirà. Se avesse preso esempio dall’ex campione del mondo, oggi forse parleremmo del ciclista più forte in circolazione, mentre i suoi quattro anni – il quinto, anno 2020, per il momento passa in cavalleria – alla Movistar sono un continuo elogio alla mediocrità. Da protagonista bello e tenebroso ai limiti del picaresco, alla normalità dell’Ivan Il’ic di Tolstoj: “La storia della vita di Ivan’Ilic era la più semplice, la più comune, la più terribile”. Non c’è più un vero e proprio spunto, un picco che ci dia la possibilità di raccontare l’epica, la bellezza, tutto ciò che un corridore di questo genere sarebbe capace di scolpire a pedalate.

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Se Gini lo coccolava come un figlio prediletto, Unzué lo vorrebbe plasmare come si fa con l’erede del proprio impero: lo convince a trasferirsi in Spagna con la famiglia, a Gorráiz, esattamente di fronte alla sede della squadra spagnola. Medici e preparatori lo seguiranno da vicino per permettergli di riequilibrare il fisico e Betancur otterrà anche risultati importanti durante i test, affascinando Sanz, medico della squadra, per la sua muscolatura: «Ha le gambe potenti, delle cosce enormi; ma non è grasso, sono fasce muscolari degne di un campione: in questo ricorda tantissimo Valverde».

Negli anni, con la maglia della Movistar, Betancur conquista tre delle sue dodici vittorie totali: roba di poco conto, fatta eccezione per il significato assunto dalla prima. Dopo essere tornato in corsa dieci mesi dopo il Giro d’Italia e aver ottenuto cinque ritiri nelle prime sette gare disputate, vince la prima tappa della Vuelta Castilla y León nel segno di Franco Gini, colui che lo portò in Europa e che lo definiva «un estroverso, forte e potente: un Bettini più forte in salita». Gini morì due mesi prima stroncato da un infarto.

Negli anni Betancur racconta di aver capito l’importanza di mantenere il peso forma, di quanto sia fondamentale essere al cento per cento nel ciclismo di oggi, fisicamente e mentalmente, per «essere quel corridore che credo di essere: uno che vale i migliori su tutti i terreni»; ma nonostante si sia parlato più volte di una sorta di resurrezione, la sua parabola è destinata inesorabilmente a toccare terra.

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E così 2016, 2017, 2018 e 2019 vanno in archivio senza colpi indimenticabili: tantissime corse non concluse, quei continui riferimenti al peso e alla scarsa disciplina. «È una sfida personale», ripete Unzué. «Sono convinto che prima o poi si sbloccherà e otterrà qualcosa di importante. A volte lo vorrei escludere, penso “c’è gente più forte di lui”, ma non vorrei avere rimpianti per non essere riuscito a tirare fuori il massimo da quel talento incredibile che ha».

I migliori risultati del quadriennio sono il quindicesimo posto al Giro del 2018 (ma chi se ne è davvero reso conto?), il quindicesimo alla Liegi-Bastogne-Liegi del 2019 e il quattordicesimo posto al mondiale disputato nello Yorkshire pochi mesi fa, sotto il diluvio, un clima col quale Betancur, a conferma delle sue incongruenze, rende a meraviglia. Il risultato in quella corsa diventa così un punto di partenza, l’ennesimo, per guardare verso il 2020: dopo l’addio di Quintana, Carapaz e Landa, la Movistar potrebbe di nuovo puntare fortemente su di lui.

Solitario e finale

Nonostante si fosse trasferito in Spagna con la famiglia nel marzo del 2016 per stare vicino alla sua squadra; nonostante la fiducia incondizionata di Unzué; nonostante l’ammirazione per Valverde; Betancur continua a vivere come un ospite indesiderato nelle contraddizioni della sua forma fisica, vittima dei tarli che gli si insinuano nella mente. «Quando si vede grasso non è contento», afferma uno dei medici della squadra. «Ogni anno è migliorato, ma ci vorrà ancora del tempo».

Capisci la sua complessità quando provi a parlare con lui – «freddo come un iceberg», lo definisce un giornalista de El Espectador -, un Betancur che nella stessa intervista è capace di dirsi timido ma in cerca di compagnia per divertirsi. Racconta di voler correre almeno fino a quarant’anni e che in gruppo i giovani non rispettano più i campioni e i più esperti. Dice di aver sofferto la solitudine, che senza la sua famiglia sente un vuoto impossibile da colmare; senza la sua Colombia vicino incappa in momenti in cui sembra sdoppiare la propria personalità: timido, imperscrutabile in gruppo, allegro, scanzonato quando torna a casa.

E allora domandiamoci: chi siamo noi per giudicare le sue scelte e il suo atteggiamento? Chi siamo noi per sostituirci a quello che Carlos Betancur sente dentro? Al suo estro, alla sua vita quotidiana, alle sue debolezze? Originale ma impenetrabile, di facile lettura e allo stesso tempo chiuso ermeticamente, il racconto dell’esistenza di Carlos Betancur resta una ballata: quella dell’amore perduto.

 

 

Foto in evidenza: ©Emanuela Sartorio

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.