Sastre paga la sua mitezza e il periodo nel quale ha pedalato.

 

 

Non c’era solo Carlos su quella bicicletta. Quando stava cercando da mangiare nelle tasche, assetato, affamato, stremato, la sua pelle sfiorava un oggetto inusuale per un ciclista o per un uomo adulto.

Siamo sui Pirenei, si sale verso Ax 3 Domaines, tutt’altro che una scampagnata. È il 2003, che per la storia del Tour de France equivale a un anno come un altro durante il quale si aspetta il mese di luglio per vedere come Lance Armstrong farà sua la Grande Boucle. Tempi andati e tempi cancellati, per certi versi: l’UCI ha fatto tabula rasa di quei trionfi.

Sul traguardo di Ax 3 Domaines, però, non ci arriva lo statunitense a braccia alzate, né tantomeno uno tra Ullrich e Vinokurov (secondo e terzo in quella edizione). Appare, in solitaria, un uomo della CSC venuto al Tour in appoggio a Tyler Hamilton e concessosi quel giorno un’uscita libera dai compiti di squadra. Il ragazzo è stremato dalla fatica, ma trova la lucidità per frugare nelle tasche della tuta. Rischia persino di cadere, ma ne vale la pena. Estrae, con una certa sorpresa dei presenti, un ciuccio, che esibisce fieramente, prima di metterselo in bocca e finalmente esultare. Quell’oggetto non lo leverà più dalla tuta; asfalto o sterrato, salita o discesa, non sarà mai solo su quella bicicletta.

È un gesto semplice, una dedica semplice – alla figlia; un corridore semplice, per il quale non sono mai servite tante parole proprio per questa linearità concettuale.

Carlos Sastre sull’Alpe d’Huez, Tour de France 2008. ©Carlos Sastre Candil, Twitter

Carlos Sastre non ha bisogno di sovrastrutture, non culla il desiderio di essere narrato da chissà quale moderno menestrello: lui voleva vincere il Tour, solo questo.

Don Limpio. Così venne chiamato dai media, i quali erano tempestati da notizie di positività e di controanalisi; troppo facile l’accostamento tra i furfanti dopati e il cavaliere senza macchia, unico in grado di vincere senza l’aiuto della chimica. Che poi, è lo stesso Sastre a inquadrare, meglio di tanti altri, il problema del doping. “Penso che sia un problema sociale, un problema della nostra cultura, non un problema dello sport”. Semplice, lineare, efficace.

Cercare di sviluppare analisi sociologiche dai molteplici casi di doping nel ciclismo è assai più complesso che spiattellare in prima pagina l’ennesima storia strappalacrime dalla natura manichea. O sei contro o sei a favore. Magari fosse così facile.

Tuttavia, la storia di Sastre, come tutte le storie ciclistiche relative ai primi anni 2000, è parecchio intrecciata con le vicende giudiziarie. Il 23 maggio del 2006 la Guardia Civil spagnola fa irruzione nella casa di Manolo Saiz, arrestando lui, il dottor Fuentes e altri quattro membri dello staff della Liberty Seguros. È l’inizio dell’Operación Puerto, il più roboante scandalo ciclistico degli ultimi tempi. Ci finiscono dentro atleti come Contador, Valverde, Basso, Ullrich, Fränk Schleck. Una gigantesca macchina che mirava ad alterare le prestazioni degli atleti viene smontata pezzo dopo pezzo. Saiz fu l’uomo che per primo diede fiducia al giovane Sastre, arruolandolo nell’allora ONCE, quando il ragazzo di Leganés era pronto a mettere un punto su questa scocciatura chiamata ciclismo: troppi anni da amatore, nessuna offerta in vista, i giochi da bambini sono finiti.

Nel 1998 arriva il contratto, nel 2000 vince la classifica scalatori alla Vuelta, nel 2002 passa alla CSC, dove inizia un lungo e meticoloso apprendistato agli ordini di Bjarne Riis, da tre anni direttore sportivo della squadra. Con l’eclettico manager danese funziona un po’ come nello spogliatoio dei San Antonio Spurs, storica franchigia NBA: prima si impara a seguire, poi si impara a guidare. Nel mondo anglosassone la chiamano followership, tanto importante almeno quanto la più conosciuta leadership.

C’era una volta. ©Jorge Zamorano Ulloa, Twitter

Sastre non ha fretta, ma arrivati al 2006 l’Operacion Puerto ridisegna, almeno in parte, gli equilibri della squadra: Ivan Basso andrà via nel giro di un anno, Fränk Schleck verrà raggiunto dai rumor circa il suo coinvolgimento nel luglio del 2008, durante il Tour de France, ma c’è da scommettere che non abbia vissuto quei due anni in maniera del tutto serena. Nel 2007, l’unico successo di livello colto dalla squadra di Riis è la Parigi-Roubaix, firmata da Stuart O’Grady. Quando vengono annunciati i partecipanti al Tour de France 2008 è chiaro che le chance di vincere, finalmente, la Grande Boucle, sono consistenti per la CSC. A guidarli sarà Fränk Schleck, coadiuvato dal fratellino Andy e da Sastre.

Ci eravamo dimenticati di lui? Può capitare, la sua carriera è fatta di tanto lavoro e poche parole, l’occhio di bue si ferma raramente sul corridore spagnolo. Sarà anche vero, ma nel frattempo ha collezionato due podi alla Vuelta e un podio (assegnatogli dopo la squalifica di Floyd Landis) al Tour.

Nel luglio del 2008 i favoriti sono Evans e Valverde. Non c’è l’Astana (squadra non gradita), quindi mancano Contador, Leipheimer, Klöden; ci sono invece i fratelli Schleck, c’è un Menchov in grande spolvero e c’è Sastre. La penultima tappa di quel Tour, prima della sfilata di Parigi, è una cronometro di cinquantatré chilometri da Cérilly a Saint-Amand-Montrond, dove gli specialisti, se in forma, possono abissare i meno avvezzi alla ruota lenticolare. Per Riis c’è un’unica strategia predominante: attaccare, attaccare, attaccare.

Non è un caso che proprio nel 2008 il connubio Sastre-Riis abbia dato i risultati migliori. Un anno dopo le strade dei due si separeranno, con Sastre che si unirà alla nuova Cervélo (squadra formatasi da una costola della CSC, dopo che quest’ultima optò per i materiali Specialized invece che continuare con la casa canadese) e Riis che rimarrà alla fu CSC, poi Saxo-Bank, poi Tinkoff. Il rapporto tra i due rimarrà di stima: quando Sastre dovrà parlare del suo ex direttore sportivo preferirà sempre glissare, dire che avevano caratteri diversi, punti di vista diversi. Nel 2008, però, le intenzioni collimano, e la vena istintiva e battagliera di Sastre si trova con l’indole più tattica e conservativa di Riis.

Carlos Sastre oggi. ©Service Course, Twitter

La notte prima della tappa dell’Alpe d’Huez è nevrastenica per tutti. Riis non dorme, ne inventa una ogni dieci minuti, vuole staccare Evans e Menchov a tutti i costi: il fatto che la maglia gialla sia sulle spalle di Fränk Schleck non lo rassicura per niente. “Se volevamo vincere dovevamo attaccare all’inizio dell’Alpe d’Huez, fare corsa dura: quell’anno avevamo la squadra più forte, dovevamo controllare la corsa”.

La squadra esegue alla perfezione. Si arriva alle pendici dell’Alpe d’Huez: Sastre ha deciso con largo anticipo che lui, la scalata, la farà da solo. Parte all’inizio della salita, una progressione decisa ma non perentoria, tanto che Menchov si attacca alla ruota dello spagnolo. Duecento, trecento metri, il gruppo inizia a scremarsi sempre di più; la maglia gialla di Schleck e il drappello dei migliori si riporta su Sastre, il momento è propizio. Seconda staffilata, questa volta senza ammissioni di repliche. Nessuno ha il coraggio di andargli dietro: mancano tredici chilometri e sono tutti in brutale ascesa.

I big si guardano; Evans e i fratelli Schleck sono quelli più intraprendenti; Efimkin e Vande Velde sono le sorprese; la maglia a pois di Kohl si conferma una certezza quando la strada inizia a salire (ci vorrà poco per capire che anche le sue prestazioni erano figlie di sostanze dopanti). Nessuno, tuttavia, ha il passo di Carlos.

Venti secondi, venticinque, trenta, quaranta, un minuto: nessuno si accorge realmente di quello che sta succedendo, le attenzioni sono tutte sulla maglia gialla e sui diretti rivali. In realtà Sastre ha iniziato la tappa da quarto in classifica generale, eppure è come se l’attenzione che gli andrebbe tributata non voglia coccolarlo come gli altri campioni. Il suo è un assolo che nessuno riesce a contrastare, anche perché i fratelli Schleck a quel punto sono stati catechizzati dall’ammiraglia della CSC, avendo tutto l’interesse a non propiziare una rimonta di Evans o Menchov, i clienti più scomodi a cronometro.

Sastre arriva in cima stremato, il ghigno di fatica non lascia trasparire nemmeno un briciolo di gioia, come se un’emozione di quel tipo richiedesse una forza che lo spagnolo aveva speso sulla strada. Alla fine, per Evans e Menchov saranno più di due i minuti di ritardo, una batosta dalla quale già si intravede l’esito finale del Tour de France.

In maglia gialla sui Campi Elisi. ©Celso FLORES, Wikimedia Commons

Tre giorni dopo, Evans riuscirà a guadagnare soltanto una trentina di secondi nei confronti del corridore della CSC, sancendo la prima vittoria sulle strade francesi per Bjarne Riis nelle vesti di direttore sportivo. Ne arriverà un’altra, nel 2010, con Andy Schleck, ma solo perché Contador verrà squalificato per motivi che ormai non hanno più ragione di essere spiegati.

In quel magico 2008, Sastre farà ancora in tempo a provare la doppietta con la Vuelta, ma l’avventura spagnola si conclude “solo” con il terzo gradino del podio, battuto dai due Astana assenti al Tour, Contador e Leipheimer. Una stagione memorabile e irripetuta.

Il divorzio dalla CSC sancirà, formalmente, anche la fine della carriera di Don Limpio, capace di coronare il suo sogno ma inadatto al ruolo di superstar. Eppure, nonostante non si possa parlare di un campione scolpito nella leggenda, Sastre ha dimostrato più volte di essere un grande corridore che avrebbe meritato più fortuna a livello di palmarès. Tuttavia, essere forti non basta.

Per sua stessa ammissione, la Cervélo gli chiederà di essere molto più che un leader sulla strada, sventolandolo a destra e a manca come una bandiera capace di trasmettere il messaggio di protesta (manco fossero un’associazione sindacale) insito nella creazione della squadra stessa. Troppo, per un uomo che voleva soltanto vincere il Tour de France. Nel 2009 si presenta al Giro, ma non riuscirà mai a giocarsi la vittoria finale: troppo più forti Menchov e Di Luca. Vincerà comunque due tappe, due tappe durissime, e alla fine chiuderà quarto, pardon, secondo: ancora doping, ovviamente. Cosa avrà fatto il ciclismo di male per meritarsi tanta infamia?

©filip bossuyt, Wikimedia Commons

Durante quel Giro d’Italia ritornerà a incrociare le pedalate di Ivan Basso, emigrato alla Liquigas, che un anno dopo vincerà la corsa Rosa a coronamento della sua notevolissima carriera. Per Carlos, invece, niente giro d’onore, niente parate. Lentamente la memoria fa il suo lavoro e lo relega tra le meteore ciclistiche della prima parte dei duemila. Limitandosi a guardare le sole statistiche (esercizio da non reiterare), sarebbero sei podi nei Grandi Giri, di cui una vittoria; ma le statistiche, si sa, in certi casi sono poco più che un orpello.

Nel 2011 il trasferimento alla Geox, per un’ultima cavalcata sulle strade di casa, il tempo di vedere sorgere il nuovo corridore generazionale. Lui, che ha visto Armstrong da molto vicino, apprezzerà i primi vagiti ciclistici di Chris Froome, da avversario, da principale scudiero di Juan José Cobo Acebo (trovare un nome ciclistico più letterario è praticamente impossibile). Alla fine, dopo un’epica battaglia contro Cobo Acebo, saranno appena tredici i secondi a separare il kenyota bianco dalla sua prima affermazione in un grande giro.

Carlos Sastre vive con sua moglie e le sue due figlie, ha aperto un negozio di biciclette, o forse una gioielleria: sul serio, non è importante, la comprensione dell’uomo e del corridore è già sufficientemente emersa. Sastre è stato un corridore semplice, è stato un ciclista forte, è stato un uomo rispettabile, è stato magnifico sull’Alpe d’Huez; è, ancora oggi, uno dei pochi a poter dire di aver vinto il Tour de France. Fidatevi, non è poco.

 

 

Foto in evidenza: ©Kevin Hoogheem, Flickr