Chi è il velocista che nel 2019 ha battuto Sagan e Ackermann?

 

 

Sul traguardo della Nokere Koerse 2019 sono tutti convinti che il corridore della Sunweb che ha anticipato Ackermann sia Walscheid; dopo qualche secondo di confusione, ci si rende conto dell’improbabilità di quanto affermato dai commentatori televisivi e dallo speaker presenti: Walscheid è rovinato a terra nella caduta che a trecento metri dall’arrivo ha spezzato il gruppo e sbalzato in aria van der Poel. A trionfare è stato quello che, fino a quel momento, era il suo ultimo uomo: Cees Bol, che dunque ha sopravanzato uno dei velocisti più forti del mondo al termine della prima classica belga disputata in carriera.

È professionista da un paio di mesi, Bol, ma durante la stagione si toglie altre soddisfazioni: battere Sagan nell’ultima tappa del Tour of California, ripetersi con Kristoff in Norvegia, concludere al quinto posto la prova in linea dei campionati olandesi. Bol dice che spesso e volentieri gli addetti ai lavori confondono lui e Walscheid e i loro compagni di squadra ci ricamano sopra scambiando apposta i loro nomi. Bol, tuttavia, non ne è infastidito: “Vincere scaccia qualsiasi dubbio”, ha dichiarato a Soigneur.

Eppure tutto questo ben di Dio sembrò dissolversi all’improvviso un paio di giorni prima dell’inizio della stagione 2017. Bol era sdraiato sul divano in attesa che il padre ritornasse dal supermercato, quando alzandosi per andare in bagno si ritrovò stordito a terra. Era svenuto, rimediando una commozione cerebrale che lo avrebbe tenuto lontano dalle corse per gran parte dell’anno. Le ultime corse di settembre gli servirono per rinsaldare la tranquillità e la fiducia di cui aveva bisogno, l’inverno invece contribuì concedendogli il tempo necessario per gli allenamenti.

Quando tornò nel 2018, il ciclismo giovanile riscoprì il Bol che conosceva: diciannove piazzamenti tra i primi dieci, dieci podi, sei volte secondo e tre vittorie. La SEG Racing Academy, che il giovane ha sempre ringraziato per la pazienza e il supporto dimostrati, ha lanciato un altro velocista di assoluto livello: dopo Jakobsen e in attesa dell’approdo al professionismo di Dainese, la Sunweb si accaparra Bol.

Bol viene da Zaandam, Olanda nordoccidentale, e per il momento non ha nessuna intenzione di trasferirsi altrove. Per un corridore veloce come lui, d’altronde, quei territori piatti sono perfetti; per allenarsi in salita ci sono sempre i training camp che le squadre organizzano varie volte durante l’anno, e poi la vicinanza al focolare domestico lo lascia più tranquillo e felice. Tra le abitudini di Bol ce n’è una in particolare alla quale non vuole proprio rinunciare: il gruppo di allenamento del quale fanno parte Sinkeldam, ten Dam e Terpstra.

Bol racconta che loro non insegnano niente, forse non gli interessa nemmeno, ma basta pedalarci insieme per apprendere di tutto: dalla cadenza alla postura, dalla posizione in gruppo all’alimentazione, da come gestire un momento di crisi all’importanza di una vita privata serena. Anche Curvers, quarant’anni a dicembre, è una figura fondamentale per Bol: insieme al compagno di squadra ha percorso gli ultimi centosessanta chilometri del Giro delle Fiandre e lo ha ascoltato mentre gli spiegava tutte le varianti che la corsa avrebbe potuto sondare. Un giorno, più che il Fiandre, Bol sogna di vincere la Roubaix: “Strade strette, percorsi tortuosi, saliscendi, pioggia, pavé, vento, tensione”, elencò in un’intervista a PEZ, “una giornata che prevede almeno tre di questi elementi può essere estremamente buona per me”.

In origine Bol avrebbe dovuto fare il suo debutto in un grande giro alla Vuelta, ma il forfait obbligato di Dumoulin ha obbligato la Sunweb a rivedere i suoi piani, e in quelli nuovi – tutti per Matthews e non disdegnando le fughe – c’è rientrato anche il giovane olandese. Soigneur, un portale ciclistico olandese, ha colto la palla al balzo e ha chiesto a Bol di raccontare quotidianamente il suo Tour de France. I momenti positivi, fortunatamente per lui, sono stati molti: il ricordo dell’infanzia, dato che la Parigi-Roubaix è sì la sua corsa preferita, ma anche la Grande Boucle non scherza, dato che si tratta dell’evento ciclistico mediaticamente più coperto del mondo; oppure il rinnovato supporto del suo fan club – qual è il colmo per un ciclista olandese? Sapere che l’unico fan club che lo tifa è belga; e ancora, passeggiare coi genitori durante il giorno di riposo, scorgere qualche campione che va in difficoltà e mostra il suo lato umano, godersi gli ultimi due chilometri del Tourmalet, incassare le pacche di stima di Matthews.

Tuttavia, il momento più bello è stato un altro: nel corso della frazione che arrivava a Colmar, il computer della sua bici è letteralmente saltato via mentre stava affrontando l’ultima discesa di giornata; lo ha recuperato un ragazzino danese, il quale ha raggiunto Bol con un messaggio informandolo del ritrovamento. “Se verrai ad un’altra partenza, cercami e mi sdebiterò”, gli ha fatto sapere Bol; “Forse non ci siamo capiti: domani sera sono nel tuo hotel per ridartelo”, gli ha risposto il ragazzo, che il pomeriggio successivo usciva da un albergo visibilmente soddisfatto: in una mano un completo da cronometro e nell’altra un cappellino per il fratello minore.

Ma un Tour de France non può essere fatto di soli momenti belli, a maggior ragione se il protagonista è un debuttante. E allora Bol ricorderà i rischi presi per strappare l’ottavo posto nella tappa di Tolosa, il momento in cui ha bruciato le ultime energie e si è staccato dal treno della squadra nella cronosquadre di Bruxelles, il mal di stomaco dei giorni di riposo, la caduta negli ultimi chilometri della frazione di Nîmes che si è portata via le speranze di Fuglsang; infine, l’ultimo discorso della squadra, quello in cui gli ribadivano quanto detto alla vigilia: al termine della seconda settimana è meglio ritirarsi, altrimenti rischi il sovraccarico.

A malincuore, Bol ha assecondato la linea dei suoi tecnici e non è ripartito per la diciassettesima tappa. Non gli è andata male, comunque: ha fatto in tempo a sognare di vincere una tappa simile a quella del Tourmalet“Posso solo sognarla, appunto” -, ha provato la soddisfazione di far parte del ventaglio giusto e si è rivisto nelle registrazioni che la Sunweb mostra sul bus dopo ogni tappa – “una strana sensazione, considerando che lo scorso anno vidi il Tour de France dal divano di casa”. Le parole con cui ha terminato la sua avventura sono quelle di un ragazzo contento e intelligente: ha detto che è stata dura, che deve migliorare ancora molto e che l’idea dell’abbandono non gli è andata giù del tutto, ma un corridore che partecipa al Tour de France può definirsi soltanto un uomo felice.

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.