Cesare Benedetti è una delle colonne della BORA-hansgrohe e gregario infaticabile.

 

Non bisogna meravigliarsi del disincanto di Cesare Benedetti, quella schiettezza che gli fa dire che il ciclismo insegna a non mollare mai ma anche a non elargire fiducia a tutti, che bisogna avere spalle larghe, che per molti vale il “mors tua vita mea” e chi s’è visto, s’è visto. Quel disincanto che lo fa sorridere di chi, in passato, gli ha consigliato di lasciar perdere i capitani e fare la corsa per conto proprio, “come se non c’avessi mai pensato: se non lo faccio, è perché il talento non mi assiste”. La sinteticità l’ha conosciuta una mattina di giugno del 1999. Un’amica di famiglia che lavorava nella carovana del Giro d’Italia gli allungò un lasciapassare per vivere la corsa da dentro. Benedetti non poteva arrivare in un momento più complicato: Pantani che viene allontanato da Madonna di Campiglio, dal ciclismo, dalla sua stessa vita. Il primo appuntamento di Benedetti col ciclismo è un bacio negato.

A vent’anni di distanza, e dopo nove e mezzo di professionismo, Benedetti non ha ancora capito perché va in bicicletta. “Forse non me lo sono nemmeno mai chiesto sul serio. Mi sono sempre divertito, ma più di ogni altra cosa mi interessava arrivare. So solo che il ciclismo mi fa stare bene”. Bello sentirlo dire da un ragazzo che di mestiere fa il gregario. Prima, quando la BORA non aveva Sagan, Schachmann, Bennett e Ackermann in grado di finalizzare, Benedetti era tra coloro che andavano sempre all’attacco nella speranza di fare risultato. “Preferisco il ruolo attuale: so quello che devo fare, c’è meno casualità e mi riesce bene. E poi, con capitani del genere è tutto più semplice: la fatica rimane tanta, ma quando sai che alla tua ruota c’è uno come Sagan non esiste nessun’altra possibilità se non quella di raschiare il fondo e ancora più giù”.

Benedetti è uno dei tre corridori della BORA-hansgrohe (gli altri due sono Schillinger e Schwarzmann) a far parte dell’organico dall’inizio: era il 2010 e la squadra tedesca si chiamava ancora NetApp. “Feci uno stage con la Liquigas però mi fecero capire che di spazio per me non ce ne sarebbe stato. Scegliere quella che all’epoca era una piccola realtà tedesca non fu facile”. La precisione e l’organizzazione tedesca emersero lampanti. Annunciarono che nel giro di pochi anni sarebbero entrati prima tra le Professional e poi nel World Tour: praticamente quello che è successo. “Sono arrivato in alto un po’ troppo in ritardo”, riconosce Benedetti. “Se certi capitani li avessi avuti fin da subito, anche il mio percorso di crescita ne avrebbe guadagnato. E comunque far parte di un team che in meno di dieci anni scala tutte le classifiche del ciclismo professionistico è un vanto”.

L’aria silenziosa e fiera del gregario popola il volto di Benedetti anche nella quotidianità. È di poche parole e si dedica perlopiù alla famiglia: una compagna polacca e una figlia che compirà tre anni ad agosto. E della Polonia gli piacciono tante cose: l’accoglienza che il pubblico gli regala alla partenza delle tappe del Giro di Polonia, ad esempio; oppure un sistema valoriale che in Italia viene maltrattato, irriso. “Nei paesi mediterranei c’è l’idea che i polacchi e le persone dell’Est siano tristi e chiuse. Invece non è vero niente, sono come noi trentini: introversi e riservati. Ma quando si sciolgono sono persone normalissime, anzi: ad averne. I bambini polacchi danno quasi sempre del lei, il sistema scolastico è più severo, ci sono stati progresso e miglioramenti senza che questi abbiano sconvolto la vita di tutti i giorni”.

Al termine del 2015, il rapporto tra Benedetti e la BORA sembrava giunto al capolinea. I vertici gli avevano comunicato che nella formazione della stagione successiva il suo nome non c’era. Scosso ma con niente da perdere, Benedetti disputò un finale di stagione sontuoso. Andò in fuga, resisté al ritorno dei migliori sul Muro di Sormano e concluse quattordicesimo davanti a Bardet, Simon Yates, Landa e Gilbert. Strappò un’altra chance ad un destino che aveva deciso altrimenti. E se Benedetti, che da professionista non ha mai vinto una corsa, è ancora uno degli uomini più preziosi di una delle squadre più forti del mondo, significa che il ciclismo tecnologico che viaggia a cinquanta all’ora non ha tranciato del tutto le sue radici: il gregario che non fa punti per le classifiche ma che esaurisce le proprie forze per mettere i capitani nella miglior posizione possibile è ancora utile. Se Benedetti è ancora in gruppo, lo deve al suo coraggio nell’esplorare il confine massimo dei suoi limiti: una volta toccato, si è adattato resistendo alle intemperie degli anni che passano. Il bacio che il ciclismo gli aveva negato in diverse occasioni, Cesare Benedetti se l’è preso con la forza.

 

Foto in evidenza: @Cesare Benedetti, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.