Un percorso brillante interrotto da un brutto incidente: adesso prova a rilanciarsi.

 

La vita e la carriera di Cezary Grodzicki sono un rompicapo psicologico, una fitta intelaiatura che la psiche ha ordito per ribadire il suo primato sul corpo e sulla bruta forza fisica. Grodzicki ha sperimentato tutto ciò fin da piccolo, anche se ovviamente non poteva saperlo. Un giorno suo padre lo portò in campagna, lo spinse a pedalare e, un po’ per gioco e un po’ sul serio, gli disse di continuare così, che stava andando benissimo, che era una scheggia. Queste ultime quattro parole rimbombarono nella testa del ragazzo fino a sedimentarvisi.

Non per destino, non per amore spassionato, non per dovere: Cezary Grodzicki iniziò ad andare in bici perché la considerava il miglior passatempo che conosceva. Poi, al secondo anno da dilettante, quando il fisico reclamava la sua parte, la mente gli fece scattare un’altra molla: sai che questo simpatico diversivo potrebbe diventare un lavoro? Finché lo scorso anno l’equilibrio non si ruppe.

Gli ci vollero diversi giorni per realizzare quello che gli era successo. Dovette farselo raccontare più e più volte dalla sua squadra: ora non ci credeva, ora se lo dimenticava di nuovo. E pensare che il Toscana Terra di Ciclismo era iniziato così bene: sesto posto nella prima tappa appena dietro a Bagioli, che avrebbe poi vinto la terza e la classifica generale. I ricordi più nitidi di Grodzicki si interrompono a quel pomeriggio.

Dei due successivi rimembra poco o nulla. Non gli sovviene né la giornata di scarico del 29 aprile né la frazione del 30 che arrivava sull’Amiata. È proprio in questa che si verificò il cortocircuito. Una crepa nell’asfalto, la bicicletta si incastra e Grodizcki viene sbalzato in avanti. Se non avesse avuto il casco, il coma in cui comunque è finito sarebbe potuto essere irreversibile, oppure essere sovrastato da un esito ben più drammatico.

Dove non arrivò la mente, sopperì il fisico. Un busto da portare sempre tranne che a letto e un collare da portare sempre, anche a letto, lo rimisero in piedi nel giro di tre mesi. Mettiamoci anche il corpo di Grodzicki, ovvero quello di un ciclista, perché si sa, il corpo di un ciclista non reagisce come quello di una persona normale. Nel frattempo, visto che c’era, è tornato dai parenti in Polonia, la sua terra d’origine che lasciò quando aveva quattro anni. Una riabilitazione serena e umana, quasi terapeutica.

Poi arrivò il momento di riprendere quella bici che per troppo tempo era rimasta ferma a prendere polvere. Ci risalì il giorno in cui gli vennero tolti busto e collare: alla mattina in ospedale per gli ultimi controlli, il pomeriggio in sella per dimenticarlo, l’ospedale. Tanta fatica e nessuna paura: “né del gruppo né delle strade”, spiega lui, “anche perché non mi ricordavo di niente”. Certe cose possono andare perse, si campa anche senza. “E non mi pare, a essere sinceri, che quest’esperienza mi abbia cambiato: chi mi conosce bene mi dice che sono lo stesso rompipalle di prima”.

La ripartenza è complicata ma, a differenza dell’attesa e della stasi, sottintende una speranza, una bozza di futuro. Il 2019 di Grodzicki è iniziato sugli strappi del Laigueglia. Niente di emozionante da segnalare, “se non il ritmo dei professionisti e la lunghezze delle corse”, racconta. E questo è nulla, per uno come lui che sogna di vincere la Milano-Sanremo proprio come a suo tempo fece Cavendish, il corridore che da piccolo ammirava perché se lui era una scheggia quello alla televisione era un missile.

Prima dell’incidente c’erano un paio di squadre che lo seguivano ma non fa i nomi. Non perché non se li ricordi, semplicemente perché non li sa: il suo direttore sportivo non glieli disse per tenerlo più tranquillo, ché per familiarizzare con la pressione c’è ancora tempo. Il quinto posto al Giro del Belvedere 2018 giustifica quest’attenzione: i primi quattro furono Stannard (oggi alla Mitchelton), Scaroni (passato alla Continental della FDJ), Sobrero e Battistella (entrambi alla Continental della Dimension Data).

Quando gli chiedo se oltre alla bici coltivi qualche altra attività, tentenna. Dubbioso, dice a mezza voce che non gli viene in mente nulla, che ci dovrebbe pensare. Lascia stare, gli dico io, su queste cose non c’è da ragionarci, se non vengono subito significa che non ci sono. E non c’è niente di male, è ancora giovane. Ha tutto il tempo di costruirsi il tempo libero, la carriera, la vita.

 

Foto in evidenza: ©Elisa Nicoletti

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.