In Francia ha trovato il suo mondo e una finestra sul professionismo.

 

Tra Pinot, Valverde e Alaphilippe, Christian Scaroni preferisce quest’ultimo. Perché è sempre nel vivo della corsa, perché vince spesso e volentieri, perché un po’ si assomigliano, seppur con le dovute proporzioni. A Scaroni, però, non è andata male: avendo scelto la neonata squadra Continental della Groupama-FDJ, la distanza tra lui e Pinot si è sensibilmente ridotta.

Lo ha conosciuto in uno dei primi ritiri stagionali, quando professionisti e dilettanti possono pedalare insieme senza dover sentirsi diversi. Ci ha scambiato solo due parole: non ci si poteva certo aspettare di più, dato che Scaroni non conosce ancora il francese mentre Pinot sa farsi intendere solo in francese. O a gesti, magari a smorfie.

La possibilità di conoscere una nuova lingua, certo; anche la volontà di far parte di un progetto importante che si affaccia sul professionismo: questi due fattori hanno influito tantissimo nella scelta di Scaroni. Quello decisivo, però, è quello mai detto: nonostante un’annata sostanziosa, nessuna realtà italiana si era fatta avanti per lui.

Scaroni, trovando negli strappi la sua vocazione, non poteva sperare di meglio: il territorio francese gli si adatta alla perfezione. I pochissimi dubbi che c’erano d’inverno sono stati dissipati dal rumore delle prime pedalate: marzo è a malapena arrivato e Scaroni ha già vinto due volte.

Che una Continental potesse essere la soluzione giusta, Scaroni lo ha capito dopo la prova in linea dei campionati europei di Glasgow. Soltanto tre atleti seppero fare meglio di lui: Hirschi, Lafay e Barcelò. Le loro squadre attuali: Sunweb, Cofidis ed Euskadi. “E poi”, aggiunge Scaroni, “in Francia si corre come piace a me. Anche i favoriti si muovono da lontano, le gare sono frizzanti e ci si affronta a viso aperto. In Italia, invece, si segue il solito canovaccio: si manda via la fuga, la si riprende a pochi chilometri dall’arrivo e soltanto a quel punto entrano in gioco i capitani”.

Scaroni ha imparato a proprie spese che provarci senza criterio è deleterio. Glielo ha fatto capire Provini a suon di pacche e rimproveri. Da quando gli è entrato in testa, sono poche le corse che butta via. Adesso sa come si corre, che non vuol dire stare sempre a ruota ma portare pazienza e dare una botta al momento giusto. Magari c’avrà messo mano anche lo zio, Giambattista Bardelloni, professionista all’Atala dal 1986 al 1988, anche se l’unico modo per capire la bicicletta è soffrirci sopra.

Tutto in Scaroni richiama i ventuno anni che ha: la barba solo accennata, la leggerezza di alcune scelte, la disponibilità con la quale si racconta. Oppure l’esultanza, che può far storcere il naso ma che, allo stesso tempo, dice molto: qualche colpo di pistola preso in prestito da Krzysztof Piątek, l’attaccante che sta trascinando il Milan in quest’ultima parte di stagione calcistica.

Scaroni gli ruberebbe il carattere nonostante non ne sia sprovvisto. Dice di non aver paura di niente e di nessuno, di non porsi limiti e di voler lavorare giorno e notte per rincorrere gli obiettivi veramente importanti. Quando gli chiedo cosa significherebbe per lui diventare un ciclista professionista, mi risponde: la cosa più bella del mondo. Quando indago sui suoi punti deboli, lui fa finta di pensarci per poi rivelarmi che non ne trova, che non gliene viene in mente nessuno. Qual è il confine tra gioventù e fiducia in se stessi?

 

Foto in evidenza: ©La Conti Groupama-FDJ

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.