Cos’è rimasto nelle gambe di Michael Schär

Gregario fedele di Greg Van Avermaet, riferimento imprescindibile per la CCC.

 

 

Un letto di pietre sul quale collocare i rulli per simulare un tratto della Parigi-Roubaix, la sua corsa preferita; uno sprint dietro-moto in giardino, vale a dire sua moglie Vera che dà gas a vuoto e lui dietro, ancora sui rulli, che pedala a più non posso; partite memorabili a ping pong, «ne abbiamo giocate così tante che siamo diventati dei professionisti»: è così che Michael Schär, angelo custode di Greg Van Avermaet ed esponente di spicco del partito dei gregari, ha trascorso le ultime settimane, le più strane della sua carriera. «Non potrebbe essere altrimenti», ha spiegato, «dato che siamo degli animali da competizione e viviamo d’obiettivi». A Schär non è andata così male: vivendo in Svizzera ha potuto pedalare anche all’aria aperta e il ciclismo, nonostante i trentaquattro anni che incombono, è ancora la sua passione più grande.

Quella che gli ha trasmesso Roland, suo padre, ex professionista che oggi manda avanti un negozio di biciclette a Geuensee e che in carriera ha vinto una volta sola, nel 1976, battendo Merckx in una semitappa della Setmana Catalana. Se Schär non si è lasciato andare, tuttavia, c’è anche un altro motivo: la lealtà e il rispetto di cui si nutre il suo rapporto con Jim Ochowicz, il team manager della CCC, praticamente il suo datore di lavoro.

Nel dizionario ciclistico, “lealtà” significa molte cose e le varie accezioni non sono necessariamente positive: negli anni del doping, ad esempio, “lealtà” rimava piuttosto spesso con “omertà”. Nel caso di Schär e della sua squadra, invece, “lealtà” significa riconoscere i valori in campo: la CCC sa che Schär non è un vincente e Schär sa che per meritarsi un posto al sole deve continuare a fare quello che sa fare meglio, vale a dire creare le condizioni necessarie affinché a vincere siano i suoi capitani. Finché questi presupposti reggono, il rapporto andrà avanti. L’orizzonte sembra sgombro di nuvole: Schär corre per Ochowicx dal 2010, da quando la CCC si chiamava BMC.

Siccome Schär è un gregario, crede fermamente che un’emozione non valga la pena d’esser provata a meno che non possa essere condivisa con i propri compagni di squadra. E allora ecco che la soddisfazione più grande non è l’affermazione personale, bensì la vittoria in una cronosquadre del Tour de France, quella del 2018. Pensate che combinazione: poter celebrare coi compagni un successo nell’esercizio prediletto della squadra sulle strade della corsa più prestigiosa. Anzi, di più: quella che meglio riassume la parabola di Schär.

Nove partecipazioni consecutive e solo un ritiro, nel 2013. La prima nel 2011, pedina fondamentale nella vittoria finale di Cadel Evans; l’ultima nel 2019, il più combattivo della quarta tappa, quand’era rimasto in fuga per duecento chilometri con Offredo e Backaert della Wanty, i quali gli avevano lasciato sbrigare il grosso del lavoro nonostante la superiorità numerica. Perché se la Parigi-Roubaix è la corsa che più gli si addice, metronomo di due metri e ottanta chili, il Tour de France è quella in cui risaltano maggiormente le sue qualità. La devozione e la sensibilità per partecipare ai successi altrui, ad esempio.

Ne sa qualcosa Greg Van Avermaet, otto giorni consecutivi in maglia gialla al Tour de France 2018: condivideva la camera proprio con Schär e ogni sera, quando riportava quella reliquia in stanza, il più contento dei due sembrava proprio lo svizzero. Forse è a causa di questo rispetto nei confronti della Grande Boucle se Schär non ha risparmiato le critiche nei confronti dell’organizzazione. «Un Tour de France a porte chiuse? Non esiste», ha dichiarato pochi giorni fa. «Dobbiamo aspettare e cercare il modo di coinvolgere anche il pubblico. E ogni organizzatore deve essere trattato nella stessa maniera, i più grandi magari potrebbero fare un passo indietro: non mi piacerebbe sapere che il Tour de France ha impedito il regolare svolgimento di altre corse».

In maniera decisamente inaspettata, nell’ultima parte della sua carriera Michael Schär godrà di una libertà maggiore. Non tanto per una questione d’esperienza e riconoscenza: certo, queste non mancano, non a caso è colui che coordina le tattiche e i movimenti della squadra. Se Schär potrà attaccare di più lo si deve all’assenza di scalatori per i quali lavorare: da quest’anno c’è Zakarin, è vero, ma il russo non dà tutte queste garanzie. Schär, quindi, tornerà a correre come una quindicina d’anni fa, quand’era uno dei talenti svizzeri più promettenti.

Sembrava poter raccogliere molto e invece ha dovuto accontentarsi di due vittorie: la prova in linea dei campionati svizzeri nel 2013 e una tappa al Tour of Utah 2014, una lunga fuga che i crampi e il ritorno del gruppo stavano per vanificare. Più che la vittoria, però, a Schär è stato chiesto di dare l’esempio e di pensare ai più giovani. All’inizio c’era quasi rimasto male: s’era reso conto che il tempo era passato troppo in fretta e che adesso alcuni suoi compagni di squadra lo vedevano con gli stessi occhi coi quali lui, giovane professionista, osservava Chechu Rubiera. «Me ne sono fatto una ragione e ho accettato questo compito», ha scherzato recentemente. «Ma con qualche riserva: dentro mi sento ancora molto giovane».

 

 

Foto in evidenza: ©Ray Rogers, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.