Daryl Impey, pioniere contemporaneo

Daryl Impey ha scritto la storia del Sudafrica al Tour de France.

 

 

Alla sesta tappa del Tour de France 2013, quella che avrebbe portato il gruppo da Aix-en-Provence a Montpellier, Daryl Impey non chiedeva niente. Anzi, era impossibile chiedere di più in quel momento: la sua squadra, la Orica GreenEDGE, aveva vinto la terza tappa con Simon Gerrans e il giorno dopo, grazie ad un secondo successo nella cronosquadre di Nizza, Gerrans aveva vestito la maglia gialla. A Montpellier, insomma, Impey doveva sbrigare il compito per il quale la Orica lo pagava: lanciare la volata a Matthew Goss.

Proprio perché non chiese nulla, Impey si ritrovò con tutto: chiuse tredicesimo, due posizioni più avanti di Goss, e soprattutto indossò la maglia gialla. Gerrans era stato cronometrato con cinque secondi di distacco, essendosi ritrovato in uno di quei tanti buchi che si formano al Tour de France nell’impostare le volate. Impey è stato il primo sudafricano a indossare la maglia gialla della Grande Boucle proprio nella stessa città, Montpellier, nella quale Robert Hunter nel 2007 regalò al Sudafrica la prima vittoria di tappa al Tour de France.

Tuttavia, nonostante una prima volta memorabile, il nome di Impey non figurava tra le nomination per la personalità sportiva sudafricana dell’anno. Impey ci rimase male, ma poi proseguì per la sua strada. «Mi rimane una gioia indescrivibile», glissò. «Pedalo per vincere corse, non premi».

©BIKENEWS.IT, Twitter

Fino a quel momento, più che per le vittorie, Daryl Impey era conosciuto per un incidente tanto spettacolare quanto pauroso. Una manovra azzardata di Theo Bos, infatti, lo fece rovinare addosso alle transenne che delimitavano il rettilineo d’arrivo dell’ultima tappa del Tour of Turkey 2009. Impey, che della corsa era il leader, tagliò il traguardo cinque minuti dopo Siedler, il vincitore di giornata. Il successo era al sicuro, ma il tempo per festeggiare non c’era: insanguinato e martoriato, Impey fu portato subito in ospedale. Gli vennero diagnosticate fratture d’ogni genere e forma, tant’è che per tre mesi non poté allenarsi.

Era passato professionista con la Barloworld un anno prima, nel 2008. Con lui c’erano anche Geraint Thomas e Chris Froome. Recentemente gli è stato chiesto cosa ricordava di loro. «Non avresti detto che sarebbero potuti diventare quello che poi sono effettivamente diventati», ha spiegato Impey. «Allo stesso tempo, però, mi accorsi che avevano qualcosa di speciale: la cilindrata, certo, ma anche la voglia d’imparare e la predisposizione ad allenamenti estenuanti». Nel 2010 Impey passò alla RadioShack. Ce l’aveva fatta, finalmente: era nel World Tour e Lance Armstrong era un suo compagno di squadra. Alla fine dell’anno, tuttavia, Impey dové ripartire da capo.

Del progetto Pegasus s’era fatto un gran parlare, tant’è che perfino un campione come Robbie McEwen c’aveva creduto e aveva firmato. E invece, prima ancora che il 2011 iniziasse, tutte le promesse sfumarono. Impey, che non era di certo un corridore di primo piano, fu costretto a tornare in Sudafrica. Dov’era nato e cresciuto, dove aveva imparato a pedalare sulla mountain bike, dove suo padre – un ex ciclista – lo aveva introdotto all’arte della bicicletta: e quando il giovane Impey era troppo stanco per tornare a casa, suo padre legava la bicicletta del figlio alla sua e pedalava per due.

Dal World Tour al Tour del Marocco e dell’Iran, così per qualche mese: finché non arrivò la chiamata della Netapp. Impey non ci pensò due volte: fece i bagagli e partì per la Germania. Quando arrivò all’aeroporto non sapeva chi doveva cercare, non sapeva nemmeno se sarebbero venuti a prenderlo o meno. Vennero, lo portarono in albergo e Impey s’accorse che forse la sua carriera non era del tutto compromessa. «Non potevo lasciar perdere il mio sogno», avrebbe spiegato diversi anni più tardi.

Non lo fece: anzi, rilanciò. Sul finire dell’estate del 2011, Impey venne a sapere che in Australia stava nascendo una squadra interessante. Visto il precedente aveva paura, ma non rimaneva che mandare qualche messaggio e sperare. Fu l’ultimo corridore che la neonata Orica GreenEDGE tesserò.

©Santos Tour Down Under, Twitter

Senza mai venir meno al gregariato, Impey s’è costruito una carriera di tutto rispetto: dieci volte campione sudafricano, due in linea e otto a cronometro; due tappe ai Paesi Baschi, una alla Volta a Catalunya, una al Delfinato; una anche al Tour Down Under, corsa della quale ha saputo conquistare anche la classifica generale per due anni consecutivi, nel 2018 e nel 2019, unico a riuscirci nella breve storia della corsa australiana.

E poi, dopo tanto peregrinare, la vittoria di tappa al Tour de France 2019, strappata bruciando Benoot sul traguardo di Brioude. I suoi compagni spiegarono in coro che a loro non veniva in mente un corridore che meritasse quel successo più di Impey. Quest’ultimo, invece, quasi non ci credeva. «Nel 2013, l’edizione del centenario, indossai la maglia gialla», balbettava. «E quest’anno ho vinto la tappa del 14 luglio, la festa dei francesi, indossando la maglia di campione sudafricano. È un sogno che si realizza».

Qualche giorno dopo, quando sua moglie e i suoi tre figli andarono a trovarlo, Impey rimase di sasso: non se l’aspettava. Sua moglie Alexandra, oltre a confidargli che non faceva altro che rivedere lo sprint di Brioude, gli raccontò anche che il loro figlio più grande aveva iniziato a disegnare sempre la stessa cosa: un uomo in bicicletta che alza le braccia al cielo. «Guardate», mostrava a tutti i presenti. «Questo è mio padre».

 

 

Foto in evidenza: ©Le Tour de France UK, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.