Le parole di Pinot e Madiot testimoniano il valore assoluto di Gaudu.

 

 

David Gaudu non avrebbe dovuto diventare uno scalatore. Nascere in Bretagna, il cui punto più alto è il Roc’h Trevezel con i suoi trecentottantaquattro metri, è già di per sé un handicap; oltretutto, essere figlio di un piastrellista e di una contabile non autorizza svolazzi eccessivi. Il piastrellista e la contabile, tuttavia, hanno una passione in comune che vogliono trasmettere anche al figlio: la montagna. E così, Gaudu si ritrova a sciare d’inverno e a pedalare d’estate.

Ogni scalata ha la sua storia. Il Tourmalet, ad esempio, era troppo duro per le sue giovani gambe: sicchè il padre gli propose, con successo, di pedalare per un chilometro per poi affrontare quello successivo facendosi trainare dall’automobile di famiglia. Il Mont du Chat, invece, fu di parola: durante una corsa giovanile, un gatto tagliò la strada a Gaudu facendolo rovinare a terra. Alla Planche des Belles Filles, infine, è legato uno dei suoi ricordi più indicativi. Quand’era ancora juniores, fece registrare un tempo impressionante: quindici secondi in meno di Bardet, soltanto sei in più di Pinot. “Non conta molto, poiché io ero abbastanza fresco mentre loro avevano alle spalle diverse salite”. Marc Madiot, il general manager della FDJ, non era dello stesso parere: rimase talmente impressionato da aggregare Gaudu alla squadra non appena ci fu la possibilità.

Il primo anno tra i professionisti, era il 2017, fu elettrizzante. Alla Freccia Vallone chiuse nono, il primo a rompere gli indugi a duecentocinquanta metri dall’arrivo. Qualcuno definì la sua condotta di gara “imprudente”, ma lui rispose per le rime: “Cos’altro avrei potuto fare? Ero davanti e avevo buone sensazioni; così non avrò rimorsi, d’altronde non posso sapere come sarebbe andata se fossi stato a ruota”. Che le sensazioni erano buone se n’era già accorto tre settimane prima alla Catalunya, quando verso l’arrivo di Lo Port si ritrovò in compagnia di Valverde, che vinse la tappa, e di Froome, che chiuse secondo. Gaudu terminò settimo e incredulo. “Quando ho rivisto le immagini alla televisione, quasi non ci credevo. Mi dicevo: guarda un po’ dove sei arrivato”. Ad agosto dello stesso anno conquistò il suo primo successo da professionista e, da allora, la sua crescita non ha mai subito interruzioni. Anzi, ancora non si riesce a intravederne la naturale conclusione.

L’ultima primavera di Gaudu è stata brillante: terzo all’UAE Tour, nono alla Liegi-Bastogne-Liegi, quinto al Romandia con una vittoria di tappa e la maglia di miglior giovane. È il gregario più importante di Pinot e uno degli scalatori più promettenti del gruppo. Secondo lo stesso Pinot, “David non deve perdere l’ardore della sua giovinezza”, anche se questo piglio si è rivelato troppo dispendioso. Marc Madiot è stato ancora più diretto, affermando che le prestazioni di Gaudu, nemmeno ventitré anni, sono le stesse che facevano registrare Bardet e Pinot alla sua età. E Pinot, che come si sarà intuito stravede per il suo delfino, non pone limiti alla provvidenza: “Chissà che non sia lui il primo francese dai tempi di Hinault in grado di vincere il Tour de France. Magari, tra qualche anno, sarò io a fargli da gregario. Sarebbe bello”.

 

 

Foto in evidenza: ©Équipe Cycliste Groupama-FDJ, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.