Davide Ballerini ha un cognome pesante e spalle sufficientemente larghe per conviverci.

 

Davide Ballerini è un marcantonio di un metro e ottantatré per settantasette chili (“fai settantasette e mezzo”, precisa lui come si fa dal salumiere). È grande e grosso, alto e robusto, uno di quelli che quando pedalano in sintonia col mezzo riempiono gli occhi. Uno di quelli nati per la bici, che se la bici non fosse esistita sarebbe nata per essere cavalcata da uno come Ballerini. Essendo piazzato, dispone di un bel motore. Talmente prestante da anticipare al Matteotti corridori veloci come Visconti, Sbaragli e Rojas; talmente potente da vincere la volata del Memorial Pantani che avrebbe invece dovuto tirare a Gavazzi.

Eppure, Ballerini ha rischiato di non passare tra i professionisti. Ha fatto fatica, come a suo tempo la fece De Marchi. Non è un vincente ma è costante, è interessato al lungo periodo, dice che ha ancora così tanto da imparare da non potersi permettere di sentirsi arrivato, pronto, definitivamente maturo. “E poi lasciatemelo dire: a volte mi capita di andare alle corse dei più giovani e ci rimango male. Sono dei professionisti in miniatura, stanno già attenti a tutto. Alla loro età io pedalavo e basta, figurati se pensavo al resto. Così arrivano tra i dilettanti e sono già esauriti. E poi ci lamentiamo che non ci sono giovani”. Parole di un ventiquattrenne, anche ne dimostra dieci in più.

Quando il ciclismo non gli basta, Ballerini sogna il rally; quando il ciclismo lo porta al limite, va a pescare per distrarsi e rilassarsi. Con l’acqua ha un bel rapporto: da bambino nuotava e guardava Phelps, poi ha smesso perché la monotonia sovrastò la passione. Adesso di acqua ne prende abbastanza, ma non gli dà fastidio: “anzi, col freddo e la pioggia rendo di più”.

Ballerini è talmente didascalico e diretto da sembrare scocciato: e invece è soltanto chiarezza e consapevolezza. Ci siamo abituati al pomposo, al ricercato, al volo pindarico e alle frasi fatte, e ormai non riconosciamo la trasparenza. Corridori di riferimento? “Mai avuti, cerco di portare via qualcosa ad ogni campione”. Il Giro d’Italia? “Bellissima esperienza, correrlo non è una cosa da tutti i giorni”. E l’Astana? “Ci vado convinto dei miei mezzi e voglioso di conoscere certe corse. Ringrazio l’Androni: ha puntato su di me quando non era scontato farlo”.

Ballerini è uomo da pianura. Deve, però, per forza interessarsi anche alla salita: come lui stesso sottolinea, se oggi non si è bravi anche lì di soddisfazioni se ne colgono poche. Questo aspetto non lo lascia tranquillo: “Io, e tanti altri, in salita ci stacchiamo da quelli bravi, gli scalatori in pianura invece non si staccano mai”. Mentre spera che venga disegnato un Lombardia più abbordabile, Ballerini ha messo nel mirino la Roubaix. D’altronde, col cognome che si ritrova sembra quasi un obbligo.

“Franco non l’ho mai conosciuto ma so chi era: se vincessi la metà mi andrebbe bene”. Si ferma, ci pensa su. “Ma chi lo dice? Perché non posso fare meglio? Chissà cosa riserva il futuro”. Ballerini non è arrogante, bensì appassionato. Le illusioni sono fondamentali: si possono riconoscere ma non castrare. “I filosofi che credono di poter distruggere le illusioni”, tuonava Leopardi, “sono dei mezzi filosofi”. Sarà dunque soddisfatto Ballerini, che di mestiere fa il corridore.

 

Foto in evidenza: ©Tour of Oman, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.