Scaricato senza motivi dalla FDJ, Davide Cimolai si è messo in proprio.

 

Gli stereotipi sono dei demoni: stanno a metà tra il reale e l’inventato, superficiali da una parte e saggi dall’altra. Per una manciata di verità, c’è sempre un corrispettivo d’ignoranza. Possiamo raccontarcela quanto vogliamo, ma senza stereotipi nessuno di noi saprebbe come difendersi dal mondo che lo circonda. Nemmeno Davide Cimolai, dunque, può sfuggire a questo sgradevole ma necessario meccanismo. Non è sbagliato, ad esempio, associare a Cimolai interessi come la moda, l’automobilismo e la musica solo perché sorridente, aitante e mai fuori posto. Si finirebbe fuori strada, invece, nel mettere in relazione la ricchezza esteriore di cui gode ad una povertà interiore che non lo riguarda.

Cimolai dice che non sopporta il sistema dei punteggi che regola il ciclismo odierno, che il gregario che si offre interamente al capitano non esiste quasi più, dato che ogni corridore è chiamato a racimolare almeno qualche punto. E se Mark Cavendish è il velocista più forte che abbia mai visto, lo stesso non si può dire da un punto di vista squisitamente umano. “Non voglio essere frainteso: a me non ha mai fatto nulla, mai torto un capello. Ma ho visto come si è comportato spesso con colleghi e compagni, e la cosa non mi è andata a genio”. Arrivato alla soglia dei trent’anni, gli obiettivi sono gli stessi di dieci anni fa: la Milano-Sanremo per predisposizione, il Giro delle Fiandre per atmosfera e il campionato del mondo per prestigio. Sono i sogni di un ragazzo che ha sempre pedalato per vincere. È forse un difetto credere molto in se stessi?

Perché questo è Davide Cimolai: un ottimo corridore che corre per vincere (Trofeo Laigueglia, due tappe alla Volta a Catalunya, una alla Parigi-Nizza e un ottavo posto alla Milano-Sanremo 2015) senza che questo gli impedisca di mettersi al servizio di capitani più blasonati. Arnaud Démare, ad esempio, il velocista della FDJ per il quale Cimolai si è immolato nelle scorse due stagioni. “Un grandissimo ciclista”, ricorda con affetto, “e ancor più una bellissima persona. Il blocco che si muoveva con lui aveva guadagnato molto rispetto in gruppo: eravamo io, Guarnieri, Konovalovas e Le Gac”. Eppure, nonostante un lavoro sontuoso e una professionalità esemplare, la FDJ ha deciso di abbandonare Cimolai al suo destino. Si è trovato a piedi nella seconda metà della stagione, un momento delicato.

“Volevo smettere, sono sincero. Ero frustrato: mi sembra d’essere un buon corridore, non mi lamento mai, sto attento a tutto pur di dare il buon esempio e rimango a piedi. E poi ci sono corridori che per correre pagano o portano uno sponsor”. Nell’ambiente cresce e si diffonde una diceria pericolosa: come mai Cimolai è stato mollato di punto in bianco dalla FDJ? Porsi delle domande implica darsi delle risposte: c’è chi pensa a problemi fisici, chi tira in ballo quelli psicologici. Nonostante i bei momenti trascorsi insieme, Cimolai oggi non rifarebbe la stessa strada. “Con Démare mi sento spesso, lo staff e i compagni tuttora mi vogliono bene: può sembrare incredibile, ma io ancora non conosco i motivi dietro a questa scelta”. Lo scorrere degli eventi gli ha concesso una possibilità unica: diventare capitano in una realtà valida e tranquilla.

Che la Israel Cycling Academy sia un ambiente stimolante lo si capisce dai nomi degli atleti che l’hanno scelta per rilanciarsi e per sbocciare: Hermans, Minali, Neilands, Plaza, Räim. Cimolai è partito con la gamba giusta: decimo al Laigueglia, secondo dietro ad Alaphilippe nella tappa di Jesi della Tirreno-Adriatico, ventiduesimo alla Sanremo subito dietro ai favoriti di giornata. E proprio alla vigilia del Giro d’Italia, Cimolai ha conquistato due tappe e la classifica generale della Vuelta a Castilla y León. Dopo cinque edizioni del Tour de France, è arrivato il momento di misurarsi sulle strade italiane. Farà leva sul suo punto forte: lo spunto veloce al termine di giornate vallonate. Vuole essere davanti fin dalla seconda tappa, quella di Fucecchio, mossa quanto basta. Dice che in fuga non c’andrà, evitando anche le volate di gruppo. “Mi fanno paura, non lo nego: penso alle conseguenze di un’eventuale caduta. Spesso le vince chi è incurante del pericolo: io ci penso, invece, ma riconosco che questo approccio mi costa molto in termini di risultati”.

Il ciclismo è come la vita, scriviamo e leggiamo dovunque: una frase vera, forse un po’ inflazionata, nella maggior parte dei casi interpretata in maniera positiva, come se il lieto fine fosse l’esito scontato di così tante vicissitudini. Ma il ciclismo è come la vita tanto nel bene quanto nel male. Cimolai è sincero quando dice che il ciclismo non gli ha insegnato nulla. “Anzi, è vero il contrario: che tutto quello che so e che sono l’ho imparato fuori dal ciclismo. Me lo hanno insegnato e io l’ho messo in pratica”. La diligenza, l’abnegazione e lo spirito di sacrificio che ai campionati europei di Glasgow gli hanno ricordato che il suo ruolo era il solito, quello del gregario: e lui ha obbedito, chiudendo al quinto posto una giornata che lo avrebbe visto lottare alla pari in volata con Van Aert e van der Poel. Cimolai ha realizzato che il ciclismo non è soltanto l’immagine del nonno che si faceva dodici chilometri per andare a trovarlo, e dodici chilometri gli sembravano un viaggio. Il mondo dello sport è fatto anche di delusioni, di inganni, di parole portate via dal vento e parole pesanti come macigni. Come nella vita, dunque, si può anche cadere. Ma sempre, come fantasticava Alfonso Gatto e come ha introiettato Davide Cimolai, “sognando di volare”.

 

Foto in evidenza: ©Davide Cimolai, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.