Serge Pauwels ha poche vittorie in carriera e tanta voglia di pedalare.

 

 

Proprio quando il traguardo di Fox Valley stava per materializzarsi davanti ai suoi occhi, Serge Pauwels si sentì mancare: buttando un’occhiata alle sue spalle da sotto l’ascella, come usa fare il fuggitivo che non vuol perdere tempo e ritmo girandosi del tutto, si accorse che qualcuno lo stava rimontando; poi, un attimo più tardi, si tranquillizzò: riconobbe che le ruote della bicicletta che lo stava inseguendo erano uguali alle sue e quindi doveva trattarsi di un compagno di squadra. Era Omar Fraile, infatti, il quale gli lasciò vincere la terza e ultima tappa del Tour de Yorkshire 2017. Non solo: il successo, arrivato grazie ad una coraggiosa azione in solitaria a una decina di chilometri dal traguardo, diventava un trionfo dal momento che Pauwels si era aggiudicato anche la classifica generale della corsa. La sua prima – doppia – vittoria tra i professionisti nonostante i trentatré anni.

Prima di quell’affermazione, il palmarès di Serge Pauwels era un cimitero di speranze bruciate: la classifica degli scalatori al Tour Down Under 2007, una cronosquadre al Tour de l’Ain con la Omega Pharma-Quick-Step. Una vittoria anche al Giro d’Italia 2009, a dire la verità: quel giorno era in fuga con Leonardo Bertagnolli quando la sua squadra, la Cervelo, lo fermò per aiutare Sastre, il quale temeva un attacco di Basso. L’attacco non arrivò, mentre Bertagnolli la tappa la vinceva senza tanti complimenti: anni dopo, tuttavia, Bertagnolli avrebbe rivelato l’uso sistematico di EPO e autoemotrasfusioni e Pauwels sarebbe rimasto con un pugno di mosche. Per il resto, la carriera del belga era una sfilza di piazzamenti e di fughe andate male, le quali purtroppo non fanno né morale né risultato. In particolare quelle al Tour de France: le più cercate, le più inseguite, le più volute.

Del ciclismo e del Tour de France, Serge Pauwels si innamorò nell’estate del 1994. Da bordo strada assisté al passaggio del gruppo della Grande Boucle all’altezza di Le Grand-Bornand; la tappa, che arrivava a Cluses, la vinse Ugrjumov e in maglia gialla c’era Indurain. I genitori di Pauwels, che di ciclismo non capivano un bel niente, lo lasciarono fare: e lui fece, pedalando sempre di più e sognando di ripetere le imprese di Pantani, il corridore che lo ha esaltato più di ogni altro. Di Pantani non avrà replicato i successi, ma il coraggio senz’altro: ne ha da vendere, Pauwels. Dice di sentirsi estremamente portato per le grandi corse a tappe, di andare meglio mano a mano che aumenta l’usura, di scorgere le debolezze degli altri quando li vede ingozzarsi di gelato durante il secondo e ultimo giorno di riposo. Lui, invece, serio e inappuntabile, non perde un colpo: all’inizio della sua carriera professionistica riuscì persino a laurearsi in economia.

Dal 2015 in poi, Serge Pauwels ha sempre partecipato al Tour de France lasciando sulla strada tutto quello che aveva: quarto a Cauterets, sesto a Saint-Jean-de-Maurienne e a Culoz, nono a Pra-Loup e a Valloire, decimo a Le Puy-en-Velay. Quinto a Le Grand-Bornand, proprio dove incontrò il ciclismo, e secondo sul Mont Ventoux, la volta in cui è andato più vicino alla vittoria di tappa al Tour de France: lo batté soltanto Thomas De Gendt, si arrivava allo Chalet Reynard e non all’osservatorio per il troppo vento. Dallo scorso anno, Serge Pauwels continua la sua caccia con la maglia della CCC, una squadra di attaccanti nella quale non può non trovarsi bene. In più c’è Greg Van Avermaet, suo grande amico nonché compagno di camera nella memorabile esperienza olimpica del 2016.

Odile e Marcele, le due figlie di Serge Pauwels, hanno già iniziato a storcere il naso: lo vorrebbero a casa più spesso. Tuttavia, come spiegò qualche anno fa nel corso d’una intervista, il ritiro per lui sarà un momento estremamente complicato: si vede soltanto in bicicletta, a fare quello che gli piace. «Perché per me», puntualizzò, «il ciclismo, più che una professione, è un qualcosa che ha a che fare con l’anima». Odile e Marcele dovranno avere ancora un po’ pazienza: il loro papà ha una questione in sospeso con le salite e col Tour de France e non può accettare di non averci provato. Almeno per qualche tempo ancora, Serge Pauwels continuerà ad inseguire la sua anima e le sue illusioni lungo le salite di Francia. Se non vogliamo che la realtà rovini un’altra bella storia, c’è da augurarsi che l’anima di Serge Pauwels scali le montagne più velocemente del suo proprietario.

 

 

Foto in evidenza: ©CCC Team, Facebook

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.