Drikus Coetzee, dalla Namibia s’intravede Parigi

La rincorsa olimpica di Drikus Coetzee, namibiano in cerca del successo.

 

Se devo morire, sarà una morte storica sulla Fury Road!”. È con queste parole che, nella pluripremiata pellicola d’azione del 2015 “Mad Max: Fury Road”, Nux (uno dei fanatici servitori del tiranno Immortan Joe) si lancia all’inseguimento della fuggiasca imperatrice Furiosa in quella che, a tutti gli effetti, si connota come una missione kamikaze. L’obiettivo? Immolarsi per mostrare la propria devozione al despota e accelerare la personale marcia verso il Valhalla, il paradiso dopo la morte tanto agognato dai Figli della Guerra come lui.

Nel corso del film, però, il folle istinto del personaggio viene soppiantato da una coscienza che probabilmente anche lo stesso Nux pensava di non possedere. I rimorsi, il cambio di fazione, la successiva determinazione nel sacrificarsi e aiutare le concubine del tiranno in fuga, Furiosa e il protagonista Max Rockatansky stravolgono internamente lui stesso e gli sviluppi della trama, rendendolo un’insospettabile figura chiave nel determinare la vittoria finale del bene sul male.

©Drikus Coetzee, Twitter

Ossessione, cinismo, follia, conversione, fedeltà e spirito di sacrificio consentono dunque a Nux di indirizzare le sorti di un film avvincente e spettacolare, con pochi attimi di respiro, molti imprevisti, numerosi ostacoli da superare e diversi cambi di rotta, gli stessi affrontati a livello tecnico anche in fase di confezionamento della pellicola. Prima di uscire nelle sale, infatti, “Fury Road” ha dovuto fronteggiare molteplici difficoltà, da quelle legate alle tempistiche da rispettare a quelle riguardanti il budget, fino ai problemi con la location. Originariamente le scene dovevano essere girate a Broken Hill, in Australia, luogo delle riprese di “Mad Max 2″, ma un’insolita e più che abbondante ondata di pioggia nei mesi precedenti ha poi reso quello che avrebbe dovuto essere lo scenario del film troppo verde e rigoglioso, costringendo tutta la produzione a trasferirsi nella più secca Namibia e ad allestire perciò il campo base dell’immensa (anche 1700 persone impegnate contemporaneamente in alcuni frangenti) macchina produttiva a Swakopmund.

Lì, negli aridi e polverosi spazi del deserto circostante preso d’assalto da un esercito di cameraman, attori hollywoodiani, tecnici e scenografi, è partita a suon di prove e “ciak” la (lenta) rincorsa alla realizzazione del quarto capitolo di una saga inscenata per la prima volta nel 1979. Lì, nelle stesse strade e negli stessi incroci percorsi per mesi dalla troupe, nel 1993 è iniziata anche un’altra avventura, o meglio, un altro inseguimento: quello ai Giochi Olimpici di Drikus Coetzee.

Vivo per raggiungere il successo in ogni aspetto della vita, non importa quanto ci vorrà o quante energie dovrò investire“. Togliendo quel velo di drammaticità e catastrofismo dato dal contesto cinematografico, il senso delle parole pronunciate in “Fury Road” da Nux, pronto nella sua follia omicida a dare la propria vita per giungere alla piena realizzazione di sé stesso, non è molto dissimile da quello degli ambiziosi intenti professati dal ventunenne Coetzee qualche anno fa: dare tutto ciò che si ha (restando però in vita) per completare i propri obiettivi e trovare così soddisfazione, appagamento e compiutezza. Nel caso del namibiano, questo è sempre stato ed è tuttora possibile solo prendendo parte alla massima manifestazione sportiva internazionale: le Olimpiadi, appunto.

©Drikus Coetzee, Twitter

Per conseguire il suo scopo, il giovane, nato in quello che in passato è stato un importante avamposto coloniale tedesco, nel 2017 ha dato (proprio come accade a Nux nella pellicola di George Miller) una decisiva svolta alla propria carriera sportiva, passando dal triathlon (la sua prima vocazione) al ciclismo. Dedicatosi alla combinata delle tre discipline per tutti i suoi anni da teenager, Drikus si è poi cimentato con discreti risultati in competizioni ufficiali dal 2013 al 2016, bramando di strappare un posto per la gara a cinque cerchi di Rio de Janeiro 2016. Fallita però quell’occasione, dopo anni dedicati alla triplice causa, Coetzee ha coraggiosamente deciso di puntare al pass olimpico prendendo un’altra strada, una da percorrere interamente su due ruote.

«Delle tre specialità, il ciclismo era di gran lunga quella in cui andavo meglio», ha dichiarato quando si è trattato di spiegare la scelta del nuovo mezzo con cui tentare di concretizzare il sogno della sua vita. Dal 2017, quindi, dopo ventisette partecipazioni a gare riconosciute e diversi titoli nazionali nel triathlon, il namibiano ha riversato tutte le proprie energie e il proprio talento atletico sui pedali, concentrandosi sulla strada ma non disdegnando ogni tanto di cimentarsi (con profitto) anche con le ruote grasse (vedi la vittoria nelle Gravel & Dirt MTB Marathon Series del 2018). Tolti in ogni caso questi saltuari impegni su sterrato, grazie alle doti di fondo e resistenza naturali coltivate nel triathlon, Drikus è riuscito praticamente fin da subito a trovarsi a proprio agio nelle prove contro il tempo, faticando invece un po’ di più ad imporsi e ad individuare la propria dimensione in una tipologia di manifestazione soggetta a un più alto numero di variabili come la gara in linea.

Sospinto dalle proprie potenti levi e dal suo grandioso sogno, per tre anni consecutivi Coetzee si è laureato campione nazionale a cronometro, risultando allo stesso tempo tra i migliori cinque del continente nella specialità. Le sue performance contro le lancette, unite ad alcuni successi in corse di rilievo locale come il Namibian Pick ‘n Pay Cycle Classic («La miglior gara della Namibia», secondo lui) e l’Omaruru Spar Cycle Race, nel 2019 l’hanno spinto a volare ben oltre i confini africani sbarcando in Europa, dove oltre ad alcune corse in Belgio Coetzee ha avuto il privilegio di scrivere una piccola ma importante pagina della storia ciclistica del proprio paese. Prendendo parte alla rassegna iridata in Yorkshire, infatti, il rappresentante commerciale della Cymot (azienda privata dedita alla vendita di materiale e accessori per diversi tipi di attività e sport outdoor) a Winhoek non solo ha inserito il proprio nome nella lista di chi ha preso parte ad un Mondiale di ciclismo, ma è diventato il quarto rappresentante della sua nazione a misurarsi nella gara contro il tempo riservata agli élite (prima di lui Dan Craven, Erik Hoffmann e Martin Du Plessis) e solo il secondo (sempre dopo il già citato Craven) a prendere il via della prova su strada.

©Drikus Coetzee, Twitter

Sebbene i risultati finali non siano stati dei più brillanti (55° su 58 partenti a cronometro, ritirato dopo 80 chilometri sotto il diluvio nella corsa che ha incoronato campione del mondo Mads Pedersen), l’esperienza accumulata per lui è stata enorme e soprattutto funzionale al voler raggiungere la partenza della gara olimpica di Tokyo 2020. «È stato qualcosa che non avevo mai vissuto prima d’ora. La folla era davvero pazzesca. Considero questo l’inizio della mia carriera a livello internazionale e non vedo l’ora di compiere quei progressi che so di poter realizzare. Ho capito qual è il livello a cui dovrei correre e questo mi stimola decisamente a inseguire il mio sogno».

Sulla scorta della fiducia e della consapevolezza accumulate, Coetzee ha puntato con slancio al 2020, l’anno che teoricamente avrebbe dovuto consegnargli il biglietto per Tokyo. Nelle manifestazioni in cui però, a suon di risultati, avrebbe dovuto mettersi in luce e guadagnarsi la convocazione, è stato un altro nome a spiccare: quello dell’inossidabile Dan Craven. È proprio grazie alla performance registrata da quest’ultimo ai campionati africani 2019 (gara dove la sua quinta posizione ha garantito un posto alla Nambia per la prova su strada in quanto primo stato africano al di fuori dei primi cinquanta del ranking), e poi al titolo nazionale su strada ottenuto nel febbraio del 2020, che il trentasettenne che in passato ha corso Israel Cycling Academy ed Europcar si è guadagnato i gradi per essere il rappresentante namibiano ai Giochi giapponesi, ruolo poi opportunamente riconosciutogli anche dalla federazione locale attraverso la convocazione ufficiale recapitatagli lo scorso marzo.

Se per lui – una laurea in filosofia, scienze politiche ed economiche e nipote dell’Hall of Fame di rugby Danie “Doc” Craven – l’essere selezionato per Tokyo ha rappresentato un’incredibile ricompensa personale (negli ultimi anni è stato tormentato dagli infortuni e più volte è stato costretto ad allontanarsi dalla moglie e dalla figlia appena nata per inseguire la qualificazione) e un indicibile motivo d’orgoglio (sarà la terza partecipazione a Giochi Olimpici dopo il 2012 e il 2016, primo del suo paese per quanto riguarda il ciclismo), per Coetzee invece questa scelta ha assunto i contorni di un enorme ostacolo da aggirare e di un’altra lunghissima deviazione da fare sulla propria via della gloria.
Drikus, infatti, dopo aver dedicato otto anni e due cicli olimpici a inseguire il suo sogno, prima come triatleta e negli ultimi tre anni come ciclista, per l’ennesima volta ha trovato la strada a cinque cerchi sbarrata di fronte a sé.

Daryl Impey. ©BIKENEWS.IT, Twitter

Tuttavia, per quanto sia evidente il rammarico provato, Coetzee ha accolto l’esclusione con filosofia, sostenendo che evidentemente questo era il suo destino. «Probabilmente non era ancora il mio momento, perché Dio non sbaglia mai i tempi. Lui non è mai in anticipo e mai in ritardo, ma sempre puntuale». Per il namibiano, dunque, questa decisione non ha segnato la fine della propria avventura a pedali, bensì ha delineato solamente un’altra impervia erta da scalare in un quadriennio in cui, ispirato dalle gesta del proprio idolo a pedali, Daryl Impey, («Un africano umile che negli ultimi anni ha raggiunto grandi risultati vestendo la maglia gialla al Tour de France e vincendo il Tour Down Under», spiega), convinto delle proprie possibilità e con grinta e determinazione sempre maggiori, in maniera graduale dovrà provare a dare concretezza al motto bartaliano “l’è tutto da rifare”.

«L’importante», come ha detto Coetzee dopo una corsa disputata lo scorso anno, «è non mollare mai e essere pazienti»; comandamenti recitati a sé stesso che in questo caso assomigliano tanto a delle coordinate, a dei personali punti cardinali da seguire per non perdersi. E partendo dal secco deserto che ha fatto da sfondo tanto a un esempio cinematografico di folle tenacia quanto ai suoi primi passi, arrivare con un sorriso beato ai piedi della Torre Eiffel nel 2024. Perché Drikus l’ha dichiarato: «Parigi, sto arrivando».

 

Foto in evidenza: ©Drikus Coetzee, Twitter