Edoardo Affini è grande, grosso, forte e pronto: adesso tocca alla Mitchelton.

 

Edoardo Affini ritorna molto spesso su un concetto in particolare: crescere. Ci gira intorno, ci gioca, non si allontana mai. Prende tangenti ma si ritrova al punto di partenza, che poi non è né partenza né arrivo ma viaggio. Quando non usa “crescere” o “crescita” pensa a termini affini. Non vuol essere un esercizio di stile, è il ciclismo che s’interseca con la quotidianità e rimarca la sua grande tradizione nei cognomi: come Boonen, corrispettivo olandese di “fagioli”, senza dimenticare Marie Le Net, tradotto alla lettera Maria la Pulita.

Affini parla di crescita perché è giovane, perché ci spera, perché è autorizzato a farlo. Fisicamente non ne ha bisogno: centonovanta centimetri per ottanta chili. Cancellara, il suo modello, era leggermente più basso ma più tozzo; Dumoulin, che apprezza per la capacità di gestirsi e la trasformazione da cronoman a passista scalatore, pesa invece dieci chili in meno.

Predisposizione e passione fanno di Affini un eccezionale uomo da pianura: nel 2018 ha centrato il prologo al Giro d’Italia di categoria, i campionati italiani contro il tempo (ma anche in linea, perché quando si è forti si vince e basta), la prova a cronometro dei Giochi del Mediterraneo e quella degli europei. Al Mondiale ha chiuso quarto, “un buon piazzamento ma ero deluso: potevo fare meglio”.

Le cronometro di Affini sono quelle di un qualsiasi altro corridore che punta a vincerle: le gambe che bruciano, tanti traguardi intermedi che si susseguono per digerire meglio la prova, il ripasso mentale del percorso (in questo è avvantaggiato dagli anni scolastici, quando poteva permettersi di studiare poco e andare bene perché aveva una buona memoria e gli bastava stare attento in classe). Per il resto non c’è tempo né spazio per ulteriori pensieri: “e se ne faccio altri non li ricordo, sarà la fatica che li cancella”. Per pensare ha avuto tanto tempo nelle ultime due stagioni, durante i vagabondaggi che lo portavano da Buscoldo, Mantova, casa sua, all’Olanda, dove ha sede la SEG Racing Academy.

Edoardo Affini ha un rimorso: non aver scelto prima la squadra olandese. Ci sarebbe stata la possibilità, ma diversi fattori gli hanno impedito di scegliere serenamente e quindi ha preferito ritardare di un anno. Sentendolo parlare di questa realtà, si capisce perché dia così importanza alla crescita: perché in soli due anni è cresciuto tantissimo.

“Concorrenza importante, tante brevi corse a tappe, organizzazione impeccabile: soprattutto non c’è l’assillo della vittoria. Si prendono tante scoppole che, col tempo, diventano esperienza. Non mi permetterei mai di pormi al di sopra dei miei coetanei italiano in quanto a motore e bravura: ma se si parla d’esperienza, allora sì”.

Col passaggio alla Mitchelton (“una delle squadre più forti, mi hanno coinvolto fin da subito con un progetto serio e a lungo termine”), Affini si è dovuto confrontare fin da subito con i problemi dei grandi. “Togliere radioline e misuratori di potenza mi sembra fatta apposta per tentare di segare le gambe alla Sky. Per me ha poco senso: averne o non averne non è un fatto tecnologico, in più ogni professionista si conosce alla perfezione e quindi sa gestirsi anche senza attrezzatura. Lo spettacolo deve venire da sé: e ricordarsi che noi atleti non siamo carne da macello non sarebbe male”.

I percorsi di Giro e Tour li ha visti e improvvisamente si è accorto di cos’è riuscito a fare. “Per la prima volta mi sono detto: questa roba potrebbe riguardare anche me”. Si cresce all’improvviso, si cresce senza accorgersene; si cresce col tempo, sorprendendosi di se stessi.

 

Foto in evidenza: ©Granada, Wikimedia Commons

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.