Eduardo Sepúlveda e le molteplici avversità

Eduardo Sepúlveda ha sempre corso nel nome di suo padre, Eduardo Sepúlveda.

 

 

Samuel Beckett affermava, testuale, che quando si è nella merda fino al collo non resta che cantare. Ad Eduardo Sepúlveda, tuttavia, nei momenti di difficoltà è sempre riuscito meglio pedalare.

Il primo ottobre del 2007 aveva quasi sedici anni e stava tornando a casa dopo aver appena conquistato il quinto trofeo della Copa Nacional Infanto Juvenil a Bragado, vicino Buenos Aires, vittoria che gli valse anche il titolo di campione argentino della categoria. Tempo di salire sul palco e festeggiare, raccogliere il trofeo e poi le sue cose, e via in macchina con il padre: quattrocento chilometri da percorrere su quelle strade lunghe come una pericolosa fitta allo stomaco, fino a Rawson, in Patagonia.

A casa, intanto, famiglia, amici, parenti e conoscenti erano in trepida attesa per festeggiare. I cittadini di Rawson, ma in generale di tutta la provincia del Chubut, non è che abbiano proprio la nomea di popolo devoto ad attività di tipo agonistico – da quelle parti si preferisce pescare oppure, retaggio della cultura gallese, la cerimonia del tè; così come nessun campione ha mai bagnato i piedi nelle acque di quella zona dell’Atlantico. Dunque i successi che Sepúlveda otteneva meritavano attenzione.

©Eduardo Sepúlveda, Facebook

Gli sport di squadra come rugby, calcio, pallamano e basket sono una tradizione anche in Patagonia, è vero, ma nulla a che vedere con le altre province dell’Argentina. E in quel paese, fondato dai gallesi, avere un ragazzo che si sposta verso la capitale e capace di battere tutti, seppure in una disciplina di nicchia come il ciclismo, può essere un motivo di vanto. Tanto più se quei successi arrivano a Buenos Aires, a casa degli avversari, dove negli anni sono nate quasi tutte le stelle delle due ruote argentine.

A maggior ragione era un vanto per Eduardo Sepúlveda padre, appassionato ciclista che ha trasmesso la sua passione al figlio. Sepulveda hijo era un talento completo e poi a quell’età quando sei forte lo sei dappertutto: volata, salita, pianura, non c’è molta differenza; e il padre, allenatore ma anche idolo del ragazzo, ne andava fiero e non perdeva occasione durante i loro allenamenti per ricordarglielo.

I due stanno tornando verso casa dopo il successo. Per la strada si stanno scambiando idee e proposte: parlano di Tour de France, di coetanei battuti, di speranze, della possibilità di andare un giorno a correre in Europa, unica via per un argentino di sfondare in quello sport. Un cammino inverso rispetto ai coloni spagnoli e gallesi che nella seconda metà del diciannovesimo secolo colonizzarono quelle zone.

Il viaggio di ritorno è lungo e c’è tempo di scambiare due battute sul Boca Juniors, squadra del cuore, oppure si parla di vestire la maglia della nazionale di ciclismo, che non sarà quella di Maradona o Messi, di Ginobili o Scola, ma fa sempre un certo effetto, oltre a essere la massima ambizione che il padre rifletteva sul figlio. Quell’uomo, dirà in seguito Edu, era tutto per lui: mentore, guida, ispirazione. «Sono diventato ciclista per lui, ho continuato a essere corridore per lui».

Stanno attraversando la Ruta Nacional 251 e avevano appena superato General Conesa per dirigersi verso Río Colorado – un giornale del posto descrive quelle zone come “luogo inospitale nel deserto della Patagonia, un luogo senza locande o stazioni di servizio, niente di qualsiasi cosa, in mezzo al nulla“. Per i fatalisti un luogo dove ambientare una tragedia, nel quale manca solo un gaucho con un mozzicone di sigaretta acceso in bocca a illuminare la notte o un serpente a sonagli tranciato ai bordi della strada come segno premonitore.

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All’improvviso l’auto si ribalta. Eduardo Sepúlveda padre muore in seguito alle gravi lesioni riportate. Eduardo Sepúlveda figlio rimane miracolosamente illeso e da lì decide che nella vita non avrebbe fatto altro che continuare a pedalare. «Ne sono uscito più forte, ma quante volte ho pensato: “chissà se non avessimo mai fatto quel viaggio…“», racconta Balito a un giornale argentino poco dopo aver fatto il suo esordio al Tour de France.

Sepúlveda rifiuta di essere chiamato in quel modo, Balito; tempo fa gli chiesi il significato, mi disse solo: «Balo era il soprannome di mio padre e per tradizione argentina io sono diventato Balito». Non ha voluto aggiungere altro. Facendo una breve ricerca scopro che balo non è altro che il verso della capra, e Balito – mi perdonerà se lo chiamo così ancora una volta – non canta come nell’aforisma di Beckett, né emette versi: vuole solo andare in bicicletta e preferisce ci si rivolga a lui semplicemente come Edu oppure Sepu.

Sepu è magro, alto, ha il fisico da scalatore moderno; ti guarda attraverso occhi scuri contornati da sopracciglia così folte che sembrano nascondere una storia dietro l’altra. E di storie da raccontare ne ha davvero molte.

Storie di logorio

Dopo aver messo assieme i cocci di un’adolescenza sgretolatasi all’improvviso, prosegue il suo cammino nel segno dell’omonimo padre («nel mio desiderio di continuare ci sono parole che immagino lui mi ripeterebbe: continua a correre e sii felice per quello che fai»), aiutato da una madre che faticava a mettere insieme i soldi per permettergli di proseguire il suo sogno da rincorrere sui pedali. Trova alcuni sponsor locali che gli permettono di comprare una bici, di poter gareggiare e mettersi in mostra proseguendo gradualmente, nonostante il logorio di una vita da corridore in una terra in cui i ciclisti non hanno mai avuto alcun tipo di privilegio. «L’unico posto in Argentina dove riconoscono un ciclista è San Juan», ci raccontava tempo fa Maxi Richeze.

L’ombra del padre, più che incombere in maniera spettrale, è aria che lo alimenta; per Sepu è uno strazio sapere di non poter più battagliare in allenamento con lui, non averlo più al suo fianco. «Tutto quello che so lo devo a lui: mi ha sempre spinto dicendomi che, se una cosa devo farla, devo farla bene». E lo farà alla grande, mettendosi in mostra come miglior talento argentino sulle due ruote. Si trasferisce a Buenos Aires: la scuola CeNARD (Centro Nacional De Alto Rendimiento Deportivo) aveva spalancato le porte a quel ragazzo del sud che nel frattempo continuava a primeggiare su strada e su pista, vincendo una borsa di studio, unendo doti da passista a quelle da scalatore e difendendosi un po’ su tutti i terreni.

Passano tre anni, durante i quali ottiene risultati importanti a livello continentale anche su pista, fino all’avverarsi di un altro desiderio, quasi come se la tragedia che ha vissuto avesse lasciato in dote un contrappasso utile a riequilibrare le sorti del suo mondo: dopo Buenos Aires arriva la chiamata dall’Europa.

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Sapeva che se un giorno avesse voluto sfondare nel ciclismo che conta si sarebbe dovuto allontanare ancora di più da quella città di pescatori, e non poteva certo dire di no alla convocazione in arrivo direttamente da Aigle, sede dell’UCI, dove anni prima era nata la squadra del World Cycling Centre/Centre Mondiale du Cyclisme, che riunisce corridori di nazioni considerate minori e che non avrebbero possibilità di continuare con il ciclismo. Edu accettò e si trasferì in Europa.

Resultados, derrotas y mucha confusión

Tempo di mettersi in sesto un attimo, di sistemarsi e prendere confidenza con il ciclismo europeo, pochi mesi dopo arriva il contratto con una vera e propria squadra: è la Francia che ora è attirata da quel ragazzo sul quale in molti sono pronti a scommettere in chiave grandi giri. Nel 2012 c’è il modo di entrare in una foto ufficiale che ha un significato particolare non tanto per lui, quanto per Julian Alaphilippe.

Colui che nel 2019 si è fatto grande e ha reso nuovamente importante la Francia ciclistica doveva ancora capire cosa diventare: un eccellente crossista, un uomo da fughe, uno spericolato discesista? Intanto è tutte queste cose assieme e al termine della seconda tappa del Gp Ville Saguenay, prova canadese della Coppa delle Nazioni, conquista la sua prima vittoria da Under 23, battendo, dopo una lunga fuga, proprio Sepúlveda.

E Sepu, intanto, si mette in mostra per quello che è: un corridore davvero interessante. È stagista con la FDJ prima di firmare per cinque anni con la Bretagne-Séché Environnement, poi diventata Fortuneo e attualmente Arkéa Samsic. Medita sul suo status di ragazzo argentino fuggito dal pallone («il calcio l’ho praticato e lo seguo, ma non è nulla rispetto alle sensazioni che mi ha sempre dato il ciclismo») e il suo approccio in Europa gli dona altre riflessioni da fare nel silenzio delle sue notti europee lontano da casa, ma vicino al suo sogno. Parla con sé stesso, ma come se suo padre fosse una parte considerevole del suo super-io: «In Belgio e Olanda l’attenzione per il ciclismo e la bici non è paragonabile a quella che c’è da noi. In Olanda si vede gente in uniforme scolastica o in giacca e cravatta che si sposta in bicicletta», racconta dopo essere rimasto frastornato dall’impatto con l’Europa. Intanto, però, i suoi risultati tra pista, strada, prove in linea, cronometro, fughe e percorsi vallonati ne fanno un corridore dal sicuro avvenire e con in testa l’idea di poter ambire alle grandi corse a tappe.

©Eduardo Sepúlveda, Facebook

Eppure, andando avanti, le sconfitte e le delusioni diverranno storie da raccontare: formeranno il suo carattere, certo, ma difficilmente sfameranno la sua voglia di diventare grande.

Ricordate, per esempio, cos’è successo quella volta al Tour 2015? La combinò grossa. Era al suo esordio in un grande giro. Orgoglio del suo paese che nel frattempo prendeva coscienza di ciò che Sepu stava diventando e gli dedicava titoli, articoli e interviste. Ed ecco un altro sogno sul punto di avverarsi: prendere parte alla gara più importante e famosa del mondo. Una corsa che non è una corsa, ma un brand, un marchio, un album musicale, una colonna sonora, un film. Qualcosa che difficilmente potrai mai scrollarti di dosso.

Il Tour è un evento pazzesco e lo travolge; è «Súper, súper grande», ci sono talmente tante cose e persone che alla fine di ogni tappa «sembra di sentire il ronzio nelle orecchie come quando torni da una festa». Parole di Eduardo Sepúlveda.

Sepu è posizionato bene in classifica (diciannovesimo) grazie a una certa regolarità mostrata nelle tappe impegnative. Si viaggia verso Mende, fa caldo di quel caldo che solo al Tour de France; manca poco al traguardo, Sepu rompe la catena, l’ammiraglia lo manca e si accorge di esserselo lasciato dietro solo qualche centinaio di metri più avanti. Lui, nel frattempo, ha mollato la sua bici scambiando l’auto dell’AG2R per un taxi e il Tour de France per una corsa dall’aeroporto a casa, e si fa qualche centinaia di metri seduto nel sedile posteriore. «Chiedo scusa a tutti, ma sono terribilmente stressato. Non ho capito nulla di quanto succedeva: ho avuto un attacco di panico». Verrà squalificato, senza alcuna possibilità di rivedere il giudizio.

©Eduardo Sepúlveda, Facebook

Verso fine stagione conquista la sua seconda – delle tre – vittorie in carriera: primo al Tour du Doubs. Tre giorni dopo è in Italia per prepararsi al Mondiale: alla Coppa Agostoni si frattura un braccio. Per lui stagione finita.

Che qualcosa o qualcuno continui a girare le spalle al corridore argentino è palese. Quale prezzo deve ancora pagare per aver scelto la bicicletta, piuttosto che magari giocare a pallone o finire a fare il pescatore sull’Atlantico o a fare il guardiano dei pinguini di Magellano?

A inizio 2016 mancano poche centinaia di metri al traguardo della Drôme Classic, quando un’improvvisa folata di vento stacca le transenne da bordo strada facendole volare addosso a un corridore: chi poteva essere, se non Sepu? «Non so che dire, la sfortuna mi perseguita».

Solo poche settimane prima conquistava in Argentina la sua vittoria più importante, un arrivo in salita al Tour de San Juan. Tra gli altri batte i fratelli Quintana, Majka e Miguel Angel López, chiudendo secondo in classifica generale. Nel 2016 fa anche in tempo a partecipare ai Giochi Olimpici: trentasettesimo nella prova in linea, in un gruppetto che comprendeva tra gli altri Gilbert e Kruijswijk, poco più indietro rispetto a Valverde e Cancellara.

Da due stagioni, quasi tre, veste la maglia della Movistar. Entrato in punta di piedi per provare a dare una mano ai tanti capitani per i grandi giri, Edu si sente finalmente a casa: dice di aver trovato un ambiente familiare e il privilegio di lavorare per tanti capitani da corse a tappe non può che dargli la possibilità, un domani, di poter diventare lui stesso un capitano per i grandi giri. Le cose procedono per gradi, ma non riuscirà mai a lasciare il segno: nel 2018 al Giro è novantaseiesimo, ma la sua presenza è finalizzata solo alla protezione del suo capitano Carapaz. Nel 2019 l’obiettivo è prendere parte alla Vuelta, ma la squadra lo dirotta altrove. Il 2020, come per tutti, è un anno che lo lascerà in sospeso.

Tempo fa mi sono imbattuto in un racconto su Marcelo Bielsa, uno dei personaggi più stimati e controversi del mondo del calcio – non solo argentino. Il pezzo si concludeva con: “Martin dice: En la derrota encuentra su personalidad. Nella sconfitta ritrova la sua essenza“. Mi sembrava il modo più corretto per concludere la storia di Eduardo Sepúlveda, proveniente dalla Terra dei Fuochi, con occhi intensi come il ghiacciaio Perito Moreno e che ogni volta in cui si è ritrovato nella merda fino al collo non ha fatto altro che ripartire. È proprio vero che qualcosa da insegnare, e storie da raccontare, ce le dà anche un Sepúlveda che va (forte) in bicicletta.

 

 

Foto in evidenza: ©Diario Jornada, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.