Attendendo Ethan Hayter, ovvero il prescelto

Tra Wiggins e Neo di Matrix, tante le aspettative su Ethan Hayter.

 

 

La scorsa estate, il Telegraph stilò una lista di otto nomi da seguire in vista dei Giochi Olimpici di Tokyo. I protagonisti erano un pugile, Frazer Clarke, intento a proseguire la tradizione portata negli anni ai vertici da Anthony Joshua. Il peso massimo di origini nigeriane lo ricordano tutti perché a Londra 2012 sconfisse, tra mille polemiche giunte da casa nostra, Roberto Cammarelle, il gigante buono di Cinisello Balsamo.

Una skater di undici anni (sic!) Sky Brown: l’anno prossimo potrebbe essere la più giovane atleta britannica in gara, una bimba quasi in fasce. Difficile possa trovarsi qualcuno con un’eta inferiore in giro per il villaggio olimpico, o almeno non fra chi si iscriverà alle gare.

Quando Sky era ancora più piccola andò con i suoi genitori a vivere proprio in Giappone, per la precisione a Miyazaki, che non è solo il nome del più famoso regista di film d’animazione al mondo, ma anche la capitale dell’isola di Kyūshū. Si trasferirono perché lei studiasse i segreti di questo sport, per trasformarsi in una campionessa, come in effetti sta diventando. Pratica surf e karate e in Gran Bretagna, dove appare spesso persino in televisione, è una stella conosciutissima. Tempi strani.

Scorrendo l’elenco troviamo anche Joe Townsend, triathlon paralimpico. Ex Royal Marine, Townsend perse le gambe in seguito a un’esplosione durante una missione in Afghanistan. Prima di quell’incidente, racconta, non aveva mai nemmeno immaginato quali standard si toccassero per poter competere alle Olimpiadi, tanto più da atleta disabile. C’è Morgan Lake, pantera del salto in alto e specialista anche delle prove multiple, gambe lunghe, sinuosa e affascinante come chiunque scenda in pedana per un concorso dell’atletica leggera; Alice Tai, paralimpica del nuoto a causa di un difetto di nascita, noto in inglese come clubfoot; Shauna Coxsey, un geco specialista del climbing, piaccia o meno, insieme allo skateboard è una delle discipline entrate in concorso nell’edizione giapponese; e poi Nile Wilson, ginnasta, medaglia di bronzo a Rio 2016 nella sbarra. In Gran Bretagna è una vera e propria star, con tanto di canale di Youtube con milioni di seguaci, mentre da noi è conosciuto giusto giusto dagli appassionati. Infine Ethan Hayter, di professione ciclista.

©https://www.trackworldcup.co.uk/

Alla vigilia del mondiale di ciclismo su pista a Berlino, disputato qualche settimana fa, proviamo anche noi in redazione a stilare una lista, magari meno interessata di quella del Telegraph, ma ugualmente accattivante. Il giornale inglese elencava atleti cresciuti sotto l’egida della The National Lottery, sponsor potente che, per citare una delle loro frasi a effetto inserite a mo’ di slogan in diversi siti, “ha supportato oltre 6000 atleti dal 1997, consentendo loro di allenarsi a tempo pieno, avere accesso ai migliori allenatori del mondo e beneficiare della tecnologia pionieristica, della scienza e del supporto medico”. Un lavoro che ha permesso, negli anni, l’esplosione di corridori come Cavendish, Wiggins, Thomas, Clancy, Kenny, Hoy. Il meglio del ciclismo britannico e mondiale in pista, in alcuni casi anche su strada.

Tornando a noi: nell’elenco proviamo a evidenziare quali corridori sarebbe valso la pena raccontare. Ci ritroviamo, tra le carte in mano, l’estroverso van Schip – e di lui ne abbiamo parlato -, due jolly come il versatile Kluge e l’esplosivo Meyer – anche loro hanno trovato spazio sulle nostre pagine -, oppure avevamo pensato di raccontarvi la storia dell’australiano Matthew Glaetzer e della sua repentina ascesa frenata da un carcinoma tiroideo – assente a Berlino punterà su Tokyo 2020 (o 2021, o quel che sarà). O magari del giovane Corbin Strong, proveniente da una terra non troppo avvezza al ciclismo, la Nuova Zelanda, ma che potrebbe aver trovato nel diciannovenne di Invercargill un corridore forte, a partire da un cognome che non mente.

Altrimenti ci sarebbe stata bene la storia di Benjamin Thomas, uno di quelli veloci e completi da far paura. Resta un mistero ai nostri occhi come riesca a essere meno quotato e considerato di diversi suoi connazionali – vedi Bryan Coquard. E poi ci sarebbero altre storie da raccontare, e magari ci ritorneremo, come quella di Kirsten Wild, la veterana, o Chloe Dygert, la più elegante; le invincibili velociste tedesche, gli invincibili velocisti olandesi, gli spettacolari asiatici, i potenti danesi.

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Scorrendo i nomi appuntati su un foglio di carta, spunta il nome di Ethan Hayter. Oltre a restare impresso per l’allitterazione e quel cognome che ricorda da vicino hater, odiatore, non puoi scordarti di lui perché è un talento formidabile. Classe ’98 nato a Londra, di Hayter ne avevamo accennato diverse volte lo scorso anno: un corridore che non passa inosservato. Compatto, muscoloso, potente e allo stesso tempo estremamente agile, il ragazzo cresciuto a South London nel 2019 ha vinto due tappe al Giro Under 23, vestendo anche la maglia rosa, e una al Tour de l’Avenir. Va forte tanto nelle volate di gruppo quanto in salita, a cronometro come nei tracciati misti. Oltre a essere, al momento, uno dei massimi esponenti del movimenti britannico su pista.

«Su strada, parte da una base migliore di quella che aveva Wiggins e appare persino più completo», sussurrano in diversi. E i bisbigli in stile comare diventano dichiarazioni pesanti come l’aria che tira prima di un derby tra Millwall e West Ham. Tranne che al posto dei coltelli – se consentiti dalle regole d’ingaggio – ci sono le parole di Ed Clancy, leggenda britannica della pista. Clancy sostiene che Ethan Hayter sia il nuovo Bradley Wiggins, capace di andare forte nei velodromi quanto all’aria aperta, intravedendo in lui medesime prospettive. «È l’elemento più forte del nostro quartetto (dell’inseguimento, N.d.A.). È speciale, ha qualcosa in più, e non per screditare ciò che Thomas e Wiggins hanno fatto con noi, ma a me pare che lui, Hayter, sia più forte».

Ed Clancy è il capitano della squadra, è stato imprescindibile quando i Beatles della pista vincevano tutto. I titoli mondiali nel 2007 e nel 2008 e quelli olimpici nel 2008, nel 2012 e nel 2016 portano anche la sua firma, oltre a quella di Geraint Thomas e Bradley Wiggins. Aveva ventitré anni la prima volta, in un attimo ha finito per averne trentuno la terza: se ce ne sarà una quarta ne avrà trentacinque, forse trentasei: «Ma non sono io ad andare più lento, sono gli altri ad andare più veloci», afferma.

Clancy è un eroe dei velodromi, ma è incapace di andare forte su strada: quando si allontanava dalla pista, sembrava un auto impantanata nel fango. Ha però la giusta esperienza e il colpo d’occhio per definire Hayter il futuro dominatore del ciclismo britannico.

Ethan Hayter, però, scansa i complimenti del suo capitano come fossero pallottole sparate dall’Agente Smith dando la colpa all’adrenalina del post gara. Spiana la strada, così come si dimostra furioso in pista. «Ha fatto due giri e mezzo in testa: a vederlo non sembra abbia diciannove anni», lo incalza Clancy noncurante di quali aspettative possa creare intorno al giovane erede, dopo che il quartetto britannico conquista l’oro nel mondiale di Apeldoorn davanti a Danimarca e Italia.

©https://www.britishcycling.org.uk/

Ma Hayter se ne frega; è veloce, furbo ed eclettico, si estranea, è abituato alla pressione. La crescente ambizione di diventare il più grande di tutti è il suo pane quotidiano. Da ragazzino vuole essere un vincente, di quelli che mettono il broncio se subiscono un gol nella partitella ai giardinetti. Dopo essersi fatto le ossa nel mitico Herne Hill Velodrome, entra nel Velo Club di Londra, uno dei più importanti dell’intera isola. E non fu affatto facile, perché, ricorda spesso in maniera diretta e concisa, è talmente densa la popolazione del South London ed è così forte l’ispirazione che il ciclismo su pista dà ai giovani di quelle zone, che emergere diventa sempre un casino.

Se fosse un’opera di Shakespeare, sarebbe Enrico V: “Se è un peccato essere avido di onore, allora sarò l’anima più peccatrice di questo mondo“. Le ambizioni lo fanno sembrare a volte un libertino, ma in realtà è serio e rigoroso. Lui impasta la sua idea per plasmare i suoi trionfi: il suo obiettivo sarà quello di conquistare tre medaglie d’oro ai prossimi Giochi Olimpici. Tre medaglie d’oro come i più grandi del ciclismo britannico: come Ed Clancy, che però le ha conquistate in tre differenti edizioni. Ma d’altronde Hayter è «Il prescelto, the chosen one», ribadisce Clancy. «Tempo fa stavo guardando Matrix e mi sono sentito un po’ come Morpheus quando incontra Neo».

Capace di battere Viviani in pista – fateci caso a quanto i due si assomiglino, a tratti anche in viso – e Pidcock su strada, di trascinare il quartetto britannico a sfide che sembravano doversi arenare dopo che Thomas e Wiggins sono andati a vincere il Tour de France. Impressiona da stagista con la maglia del Team Sky, nel 2018, quando aiuta Moscon a scacciare i suoi incubi e a vincere la Coppa Agostoni, e poi qualche settimana dopo si piazza nel mondiale Under 23 su strada a Innsbruck. Decimo nella prova in linea, su un percorso duro, per scalatori o giù di lì, e quinto contro il tempo senza avere praticamente mai usato la bici da crono quell’anno. E poi ci sono trionfi in pista: titoli nazionali, medaglie ai mondiali e agli europei.

Nel 2019, lo abbiamo accennato, due tappe al Giro Under 23 e una al Tour de l’Avenir, dove solo una brutta caduta lo mette fuori causa dal provare a fare classifica; ma soprattutto gli strappa dal petto, come un rito sacrificale, la possibilità di lottare per la maglia iridata nel mondiale su strada di Harrogate, lui che, in casa sua, sarebbe stato uno dei grandi favoriti.

Nel mondiale di Berlino su pista di qualche settimana fa lo aspettiamo, ma lui si nasconde: pallido in viso, è la scialba copia di sé stesso. Sogna di vincere tre ori in una sola edizione dei Giochi Olimpici – madison, omnium e inseguimento a squadre – prima di pensare alla strada, dove il suo obiettivo è vincere il Tour de France. «Quando G (Geraint Thomas, N.d.A.) ha vinto il Tour de France, ho pensato: beh, sto facendo cose simili in pista, e poi in salita vado forte, nelle corse a tappe sto migliorando. Un giorno posso riuscirci anche io». Intanto, però, nel velodromo tedesco è come uno spettro che si aggira senza meta in un castello.

Hayter è incapace di reagire e devi scorrere l’ordine d’arrivo per accorgerti di averlo visto al via: fa male agli occhi, provoca un senso di nausea scrutarlo arrancare col quartetto inglese dell’inseguimento, o mesto nono nella madison, mentre il suo coetaneo, amico e rivale Walls chiude quarto nella scratch e bronzo nell’omnium. La specialità che solo pochi mesi prima gli faceva dire: «In questo momento sono il più forte del mondo».

«A Tokyo, però, ci sarà, in tutta la sua forma smagliante, pronto a cogliere titoli e medaglie», ecco di nuovo quel bisbiglio nelle orecchie. Peccato che a Tokyo fra pochi mesi non ci sarà nessuno. Né giovani skater, né pugili enormi, né prescelti o nuovi Wiggins e futuri vincitori del Tour de France. Noi aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo, ma questi, ahinoi, sono tempi di miseria per l’umanità.

 

 

 

Foto in evidenza © Tour de l’Avenir, Twitter

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.