E se fosse già pronto per sfidare Groenewegen, connazionale e suo riferimento?

 

Quando è venuto fuori che il cambio di sponsor avrebbe causato un ridimensionamento del budget in casa Quick-Step, Patrick Lefevere non ha fatto drammi:

“Se dovessimo perdere un campione come Gaviria, ad esempio, avremmo sempre un altro grande velocista come Viviani”.

Un po’ per esperienza (sovraccaricare i giovani di responsabilità è deleterio), un po’ per astuzia (mai esporre la propria mercanzia se non la si vuole vendere), Lefevere non ha fatto il nome di Fabio Jakobsen. Durante una giornata invernale dedicata alla simulazione di volate, l’olandese batté Viviani cinque volte su sei. Jakobsen pensava che Viviani fosse stanco, Wilfried Peeters in ammiraglia realizzava che la Quick-Step aveva fatto centro un’altra volta.

Jakobsen racconta che non si aspettava assolutamente la chiamata della Quick-Step ma che, allo stesso tempo, non si può dire di no a Patrick Lefevere. È stata una scelta importante e difficile. Più volte gli è capitato di pensare:cosa ci faccio qui?, non appartengo a questo posto”. Arrivato in ritardo al primo ritiro invernale a causa di una fitta nevicata che rimandò il suo volo, il medico della squadra lo scambiò per un nuovo meccanico. I giovani sono delle incubatrici con all’interno il seme del cambiamento, della maturità: lo covano e lo alimentano, e d’improvviso l’indefinito diventa chiaro. Sette vittorie e una sfilza di piazzamenti al primo anno tra i professionisti sono soltanto la rincorsa: Jakobsen ha intenzione di staccare da terra molto presto, rimanendo nello spazio il più possibile.

L’olandese ha dei riferimenti stabili: Dylan Groenewegen, “perché è olandese, giovane, potente e vincente”, e i suoi genitori, ai quali è legatissimo e deve molto. Lo chiamarono Fabio perché da viscerali amanti del ciclismo soffrirono moltissimo per la tragica morte di Fabio Casartelli. Il figlio nacque un anno più tardi. Intervistato ad inizio stagione, Jakobsen spiegò chiaramente come avrebbe impiegato le prime mensilità guadagnate:

“Nessuna spesa folle, nessun acquisto stupido. Devo ancora impegnarmi al massimo per poter dire “ce l’ho fatta”, così da permettere ai miei genitori di non lavorare mai più. Bisogna essere riconoscenti nei confronti di chi ha fatto di tutto per aiutarti a realizzare i tuoi sogni”.

Alla vigilia del Tour of Guangxi 2018, Jakobsen ha mostrato gli artigli a Lefevere: vado in Cina per rompere il record di vittorie, gli ha scritto. Detto, fatto: Hodeg in Turchia eguaglia le settantuno vittorie della Mapei nel 2000, Jakobsen riporta la numero settantadue e settantatré di una stagione inverosimile.

“Dov’ero quando la Mapei vinceva settantuno volte nel 2000? Probabilmente sul triciclo”,

ha ricordato lui. Per molti una vittoria di tappa al Tour de France rappresenta il massimo: non per l’olandese, che l’ha definita il primo obiettivo che mi pongo. Ha scelto il sogno giusto, considerando la squadra nella quale corre: la Parigi-Roubaix. Che è ancora lontana, i suoi direttori sportivi glielo ricordano spesso. “Ne sono consapevole”, aggiunge lui. “Prima di vincere devi sempre perdere”.

 

 

Foto in evidenza: ©twitter SEG Racing Academy

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.