Il futuro nei grandi giri, lì dove il cuore è sempre stato.

 

Alessandro Spezialetti crede fermamente che Fausto Masnada diventerà uno dei corridori italiani più interessanti nelle grandi corse a tappe. Il giovane ci spera, sa di essere abbastanza resistente e poco veloce, puntare sulle classiche sarebbe da incoscienti. Ad eccezione del Lombardia, dove vengono affrontate le strade sulle quali si allena regolarmente. “Le corse a tappe mi sono sempre piaciute”, ricorda Masnada. “Quando da juniores battagliavo al Giro della Lunigiana con Garosio e Orsini e adesso siamo tutti e tre professionisti: fa piacere. Stavamo fuori di casa per tre o quattro giorni e ci sembrava d’aver corso il Giro d’Italia”.

Quando gli chiedo se sogna di vincerlo, Masnada non riesce a contenere una risata. “Mi accontenterei di una tappa”, risponde sincero. Spiega quanto sia difficile rimanere integri e lucidi per venti giorni consecutivi, quanto sia fondamentale andare bene su ogni terreno e quanto sia difficile emergere oggi. “Vincono sempre gli stessi, non a caso. Sarà così da sempre, non lo metto in dubbio, ma oggi ancora di più”. I riferimenti giusti ce li ha: Gimondi, Gotti, Belli e soprattutto Savoldelli, il suo preferito, sono bergamaschi come lui. Adesso bisogna metterci le gambe.

La bicicletta ha insegnato a Masnada a volare basso. “Infatti ho preso il diploma: intanto ce l’ho nel cassetto, non si sa mai”. E da dilettante gli rinfrescò una delle massime di Paganini: “Se non studio un giorno, me ne accorgo io. Se non studio due giorni, se ne accorge il pubblico”. Successe tutto in fretta: qualche offerta dal professionismo, lui che si sente arrivato, la mononucleosi che lo atterra e prosciuga.

Il ritorno: voluto, sudato, brillante. Se potesse dare un consiglio ad un giovane (non che lui a venticinque anni sia vecchio, beninteso), gli direbbe di fare la gavetta. “Anche quattro anni tra i dilettanti: il salto di categoria è fisicamente devastante. Se un corridore non si conosce già bene, rischia di saltare”. La bicicletta è anche introspezione.

Del Giro d’Italia gli è rimasta impressa l’ebrezza di essere davanti nel finale della tappa di Campo Imperatore, “anche se in quei momenti si spinge in basta, mi sono reso conto dopo di quello che stavo per fare: mi è dispiaciuto perché la fuga poteva lavorare meglio, avendo dato tutto ero in pace con me stesso”. Spera di guadagnarsi il posto anche per il prossimo anno e invita il pubblico a portare pazienza coi giovani: “Lasciate stare i confronti con Nibali, uno come lui falsa qualsiasi paragone: è troppo completo, longevo, imprevedibile”.

La lezione più importante, però, l’ha appresa nel giorno del Colle delle Finestre. Era all’attacco finché la Mitchelton, sbagliando, forzò per riprendere la fuga. Gli si spense la luce. “Non pensavo di poter andare così piano. Ero consumato. Sono arrivato a mezz’ora da Froome grazie alla testa e ai miei compagni”. Come fa un corridore a risalire in sella dopo giornate del genere? La mente rimuove l’esperienza o il corpo la assimila? Quella del ciclismo è una monotonia insensata.

 

Foto in evidenza: ©Emanuela Sartorio – Caffè & Biciclette

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.