Sullo Zoncolan, nella vita, nel ciclismo: Bongiorno, storia di una perenne ripartenza.

 

Due nomi, Francesco Manuel, che alla fine è uno solo: Manuel, lo chiamano tutti così, me lo fa notare dopo che gli ho dato del Francesco per tre volte. Un solo cognome, qui non ci si sbaglia: Bongiorno, come buongiorno ma senza u, alla toscana, la terra che lo ha accolto insieme alla famiglia quando aveva sei anni e che non ha mai più lasciato.

Oggi, terminato con successo un corso di formazione, lavora nella ristorazione: vanta anche un’esperienza in una struttura stellata, un po’ come transitare per primo in cima ad un hors catégorie. Dice che gli insegnamenti del ciclismo continuano a tornargli comodi: sacrificio, voglia di arrivare, dare tutto anche quando non c’è rimasto nulla. “Perché un ciclista avrà sempre tre marce in più”, afferma Manuel con una punta di orgoglio per niente celata.

Magari non un predestinato, sicuramente un bel corridore. Coppa Placci, Palio del Recioto, il campionato italiano di categoria: Bongiorno, da dilettante, andava che era una meraviglia. “L’Hopplà una famiglia, alla Zalf un po’ più dura ma non mi posso lamentare. Chioccioli il più acuto, sbagliava poco o nulla, di un’intelligenza mostruosa”. Poi la Bardiani, quattro anni, anzi: tre più uno. I primi, dal 2013 al 2015, fatti di fughe e piazzamenti, di gavetta e occasioni sfumate: Gilbert che lo precede a Verbania, Rogers che non risparmia l’affondo quando lo vede sbandare sullo Zoncolan.

Manuel racconta che lì per lì non si rese conto, che stava andando a cinque all’ora perché le pendenze erano superiori al venti per cento, che fu bravo e fortunato a riagganciare subito lo scarpino ma altrettanto sconclusionato nel tentare l’inseguimento all’australiano.

“Forzai, ero nel panico, andai fuori giri. Rividi tutto dopo l’arrivo, incredibile: sullo Zoncolan quel giorno ci sarà stato mezzo milione di persone e io ho ricevuto quella spinta paradossalmente in uno dei tratti più tranquilli e sgombri di tifosi. Se mi avrebbe cambiato la vita? Secondo me sì, e in parte me l’ha cambiata lo stesso, a livello mediatico direi: se consideri che quando si parla di me viene sempre fuori quell’episodio”.

E poi l’ultimo anno alla Bardiani, che Bongiorno descrive come una famiglia che può soltanto ringraziare al di là di tutto. Il 2016, per lui, è sportivamente pessimo e intimamente insopportabile: la separazione dei genitori, che risale al 2014 ma ritorna a farsi sentire in quei giorni; i problemi alimentari, lui che voleva perdere peso per migliorare il suo rendimento e invece si trova impotente davanti ad un qualcosa infinitamente più grande di lui; la depressione, infine.

Non molla, però, e se resiste deve molto a Jessica (“Fondamentale, stiamo insieme da quando ero juniores”), al fratello, ai genitori. Dopo un inverno devastante, il 2017 inizia con un mezzo sorriso: la Sangemini, una Continental, che lo tessera dicendogli subito che non può permettersi di pagare anche il suo stipendio. “Arrivai a stagione già cominciata, non potevo che capire la situazione. Ho corso l’intera stagione pagandomi tutto, di tasca mia, perfino il passaporto biologico che ho voluto mantenere nonostante la categoria non lo preveda. Ho chiamato personalmente la dottoressa Rossi dell’UCI per portare avanti la questione, e ci sono riuscito.”

“Ho anche pubblicato i miei dati, sono visibili a tutti, l’ho fatto per una questione di trasparenza nei confronti delle altre squadre e dei tifosi”.

Manuel Bongiorno, al momento, è senza contratto: “Anche se spero ancora di tornare: non appena mi sveglio, la mia testa va subito lì. Ripartirei anche domani, se potessi. Rimpiange di non aver scelto le persone giuste in passato, quelle che avrebbero dovuto tutelare la sua immagine. Non ce l’ha con nessuno in particolare, dice che agli altri ha sempre preferito se stesso e che, in fondo, chiunque faccia parte del gruppo dev’essere valido altrimenti farebbe un altro mestiere.

Si ricorda ancora dello spettacolo che il ciclismo sublima, e di tutte quelle volte in cui sentiva la gamba e scattava, nonostante tutto e tutti. E se tornasse indietro, sceglierebbe ancora questo sport. “A me, la bici, non ha levato proprio nulla. E non ti parlo nemmeno di sacrifici perché non ne ho mai fatti, era tutto dettato dalla passione e dalla volontà di migliorarsi. Al massimo qualche chilo in meno, nulla di che insomma…”, scherza lui. E questo ciclismo che dà, anche quando sembra togliere.

 

Foto in evidenza: ©Sean Rowe, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.