Francisco Ventoso vuole soltanto pedalare

La Movistar, la squalifica, le vittorie e Greg Van Avermaet.

 

 

Fino a qualche anno fa, se qualcuno avesse accennato al suo ritiro dal ciclismo professionistico, Francisco Ventoso non si sarebbe schermito: ci stava pensando anche lui. Nel 2016, magari: non convocato ai Giochi Olimpici per manifesta inadattabilità al percorso, nessun piazzamento degno di nota nell’arco della stagione e i grandi giri visti in televisione dal divano di casa. La Movistar non credeva più così tanto nelle sue capacità, nemmeno un’esplicita richiesta da parte di Quintana convinse Unzué a rinnovargli il contratto. Di certo l’incidente alla Parigi-Roubaix non lo aiutò: in una caduta generale, Ventoso entrò in contatto con un freno a disco di un’altra bicicletta e si procurò una ferita così profonda da lasciar intravedere la tibia.

Per Francisco Ventoso non fu così semplice lasciare la Movistar: nel 2016 aveva già trentaquattro anni e il meglio alle spalle. L’ultima vittoria della sua carriera al Tour du Poitou-Charentes risaliva – e risale tuttora, dato che è sempre quella – al 2012, quand’era ancora capace di vincere al Giro d’Italia e di diventare campione spagnolo. Oltre che per la nazionalità, Ventoso era legato alla Movistar per la possibilità che questa gli aveva dato nel 2011, dopo tre anni di purgatorio tra la positività ad un diuretico e un paio di squadre di secondo piano – l’Andalucia dopo il fallimento della Saunier Duval, la Carmiooro al rientro dalla squalifica. Nonostante il suo apporto quantitativo nel numero delle vittorie si sia interrotto nel 2012, in quei primi due anni si dette da fare: nove vittorie, tra cui due tappe al Giro d’Italia e la prova in linea dei campionati spagnoli.

Successi arrivati perlopiù in volata, perché questo Ventoso è stato – anche se col tempo i ricordi sbiadiscono: un velocista. Arrivò nel professionismo forte di oltre cento vittorie nelle categorie giovanili e con due modelli in mente: Abdoujaparov per lo stile, Freire per l’efficacia. La prima vittoria arrivò alla seconda corsa tra i professionisti, la frazione inaugurale del Tour of Qatar 2004, davanti a Sébastien Chavanel e Hunter, quinto Boonen; alla Vuelta 2006, invece, la prima in un grande giro battendo alcuni dei migliori velocisti del mondo: Hushovd, O’Grady, Zabel, McEwen e Napolitano. Il treno che tanto desiderava, quello di Petacchi alla Fassa Bortolo e alla Milram, non gli è mai toccato: ha sempre dovuto fare tutto da solo. E la salita è l’unica cosa che non ha mai imparato ad apprezzare, tant’è che lo scorso anno sul Mortirolo si liberò persino della sua borraccia passandola a Nibali. «Non capisco tutto questo entusiasmo», disse Ventoso. «Sapete quanti gesti simili si vedono in gruppo ogni giorno?».

Se del ritiro gli venisse chiesto oggi, Francisco Ventoso continuerebbe a non schermirsi: non vuole assolutamente smettere. Ha rinnovato con la CCC, la squadra che lo ha accolto a braccia aperte quando si chiamava ancora BMC, non aveva mai smaltito un grande giro così bene come il Giro d’Italia dello scorso anno e per Greg Van Avermaet si farebbe in quattro. «È il capitano più semplice che abbia mai conosciuto», ha dichiarato tempo fa. «Dopo cena è lui che prepara il caffè, anche se siamo alla vigilia di una grande corsa: sa gestire benissimo la pressione». Continuerà a pedalare ancora per un po’, Ventoso, consapevole del fatto che l’ipotesi del ritiro era più vicina qualche anno fa che non adesso. La sua famiglia dovrà aspettare, ma lo farà con piacere: quello che leggono nei suoi occhi, quelli di un uomo che ha saputo trasformare in un lavoro la sua passione più grande.

 

 

Foto in evidenza: ©CCC Team, Facebook

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.