Geoffrey Bouchard, tutto sta nella leggerezza

Geoffrey Bouchard, dal Decathlon alla maglia di miglior scalatore della Vuelta 2019.

 

 

Se nel giorno del suo venticinquesimo compleanno avessero pronosticato a Geoffrey Bouchard il passaggio al professionismo con l’AG2R entro l’anno e mezzo successivo, il francese non avrebbe abboccato: il fatto che sia nato il 1 aprile – del 1992 – rendeva più che plausibile la possibilità di un pesce d’aprile. D’altronde, quali speranze poteva nutrire Bouchard nel 2017? Era un buon corridore, d’accordo, ma quanti buoni corridori smettono ogni anno? Lui stesso, una volta passati i vent’anni, iniziò a capire che senza il salto di categoria ogni stagione avrebbe potuto essere l’ultima.

L’inerzia degli eventi è cambiata quando Bouchard, avendo perso tutto, si era reso conto di non aver più nulla da perdere: era uno dei dilettanti più anziani del panorama ciclistico europeo e non poteva farci assolutamente niente; in più, una brutta bronchite e un igroma al soprassella lo tennero lontano dalle corse quanto basta per guardare sé stessi da fuori. Una volta capito che il suo sogno era ancora troppo impellente per lasciarlo perdere, Bouchard si è trovato davanti ad un bivio: rimanere al Decathlon, un posto di lavoro sicuro e tutto sommato piacevole, oppure mollarlo? Se state leggendo queste righe, la risposta può rimanere sottintesa.

Il 2018 – l’anno successivo alla scelta, la stagione dei suoi ventisei anni – ha provato che Bouchard non si era sbagliato: ha vinto diverse corse prestigiose, tra cui il Tour Alsace e la prova in linea dei campionati francesi dei dilettanti. La prima è stata la più probante, avendo battuto Hirschi e McNulty tanto in classifica generale quanto a La Planche des Belles Filles. Gli è tornato in mente il motto di un suo vecchio direttore sportivo, «dimmi a chi arrivi davanti e ti dirò chi sei», e si è galvanizzato per gli imminenti campionati francesi. Sul podio non riuscì ad abbassare lo sguardo, quasi che fissandola la maglia tricolore potesse svanire, e sulla livrea fu categorico con la squadra: non voglio essere una vetrina pubblicitaria, quindi che sia semplice e modesta.

Abbinando il metodo ad una discreta dose di leggerezza, Geoffrey Bouchard è stata una delle rivelazioni della passata stagione. Al primo anno da professionista con l’AG2R e al primo grande giro della sua carriera, infatti, ha primeggiato nella classifica degli scalatori della Vuelta. Tutto era nato per caso nella nona tappa: un allungo, una fuga e un passaggio in testa su un hors catégorie. A quel punto, lui che aveva dichiarato di partecipare alla Vuelta principalmente per provare a soddisfare sé stesso e per concluderla, ha proseguito ed è riuscito laddove nessuno pensava potesse riuscire: è stato uno dei pochissimi corridori a salire sul podio finale di Madrid, vincitore di una delle classifiche collaterali più importanti.

Così come uno scrittore si bloccherebbe se prendesse coscienza del fatto che sta scrivendo, e così come un attore smetterebbe all’istante di recitare se si accorgesse dei gesti assurdi che sta compiendo, Geoffrey Bouchard ha fatto quel che ha fatto perché non si è focalizzato su quello che stava facendo: viveva alla giornata, senza obiettivi da completare né aspettative da realizzare. Il ciclismo, l’AG2R e persino la sua vita sarebbero andati avanti anche senza la sua vittoria. Il «dimmi a chi arrivi davanti e ti dirò chi sei» ha funzionato persino in quell’occasione, nonostante gli immediati inseguitori nella classifica degli scalatori fossero Madrazo, un attaccante, e Samitier, un giovane ancora acerbo. Chi è, allora, Geoffrey Bouchard? Un corridore il cui talento risiede nella caparbietà.

 

 

Foto in evidenza: ©Louis Ltg, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.