Un destino in comune con Nibali, ma Visconti sa mettersi in proprio.

 

“La vita è bella” di (e con) Benigni uscì nelle sale nel dicembre del 1997. È il film preferito di Giovanni Visconti, che all’epoca aveva quattordici anni: ne avrebbe compiuti quindici un mese più tardi, il 13 gennaio 1998. Voler fare il ciclista ed essere nato nello stesso giorno di Pantani: quanti rimandi, quante storie. Visconti compie quindici anni nelle stesse ore in cui Pantani ne compie ventotto: l’apogeo della sua carriera è vicino, una stagione irripetibile sta per compiersi. Un anno e mezzo più tardi, Pantani sarà un fantasma. Visconti pedala nel destino con innocenza e ingenuità. Non per molto.

Le tante vittorie conquistate con facilità tra Sicilia e Toscana gonfiano l’acerba personalità di Visconti. Adottato dai sanguigni di San Baronto, ogni successo ha l’aura del trionfo. A soffrire di questa situazione sono i più giovani della categoria. Prima juniores, poi dilettanti, fa poca differenza: quando corre Visconti bisogna sperare che gli succeda qualcosa per non vederlo vincere.

È quello che pensa anche Vincenzo Nibali quando se lo ritrova tra i piedi (o forse è Visconti che si ritrova Nibali tra i piedi, dato che il primo ha quasi due anni in più del secondo). Uno con base al San Baronto, l’altro a Mastromarco: il campanilismo amplifica una semplice corsa di biciclette. Nel 2004, al Gran Premio Sportivi di Poggio alla Cavalla, la resa dei conti: dopo una giornata passata a punzecchiarsi, i due sbandarono a causa di un contatto troppo maschio, dopodiché posarono la bici a terra e se le diedero di santa ragione. Per riportare la normalità ci vollero i vigili urbani.

Il mondo di Giovanni Visconti non è più quello intonso e illibato conosciuto con gli occhi del ragazzo. Assapora la gioia, prende confidenza con la vittoria, deve correre ai ripari quando le cose non vanno bene, litiga con se stesso. Nella prima parte di carriera Visconti si traveste da splendido incompiuto. Quando il caldo profuma di Campionato Italiano, però, il siciliano si esalta. Dal 2007 al 2011 conquista il tricolore in ben tre occasioni. Su un muretto del San Baronto sta scritto:

“Visconti Re d’Italia”:

ma nel giorno dei campionati nazionali la sua non è una monarchia, bensì una dittatura.

La sua vita è una pellicola che gira troppo in fretta, un film che mangia una scena dietro l’altra: la maglia rosa indossata nel 2008, le vittorie con Scinto, la squalifica per aver frequentato Michele Ferrari, il ruolo di prestigio guadagnato alla Movistar, la superba doppietta al Giro d’Italia del 2013, la scelta di appoggiare e aiutare Vincenzo Nibali nell’ultima fase della sua carriera.

Al Giro dell’Emilia dello scorso anno, i due diedero prova di un’intesa perfetta. Nibali è un fuoriclasse e l’abilità principale dei fuoriclasse è quella di essere il faro anche senza illuminare. Nibali, quel giorno, fu uno specchio ma per le allodole. Visconti ci mise tutto il resto: tempismo, qualità, classe. All’arrivo i due erano una cosa sola.

Quando vinse sul Galibier, Visconti raccontò di aver pensato molto a Pantani durante l’ascesa. Lo pregava di proteggerlo, gli chiedeva di prestargli un’oncia della sua energia. Non solo sono nati entrambi il 13 gennaio ma Pantani è stato anche uno dei riferimenti del giovanissimo siciliano. Nel 2015 Visconti avrebbe potuto vincere la sua corsa, il Memorial Pantani, ma d’accordo con Nibali preferì lasciare il successo a Ulissi, che proprio pochi giorni prima ricevette una notizia devastante: Arianna, la moglie, aveva perso il loro secondogenito per un aborto spontaneo.

Visconti lasciò la vittoria al toscano perché in fondo lo capiva: cosa si prova a perdere quasi tutto, quanto faccia male piangere. E alla mente del siciliano vennero diverse diapositive: le vittorie sfumate, le lunghe trasferte adolescenziali passate a dormire in macchina su una branda improvvisata, l’attacco di panico che lo colpì al Giro d’Italia 2012. Visconti lasciò vincere Ulissi perché sa quanto la vita possa essere bella ma anche brutta, e che i momenti brutti non ci vorrebbero mai, nemmeno se quelli belli poi valgono il doppio.

 

 

Foto in evidenza: @Neri-Selle Italia-KTM, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.