Dall’incontro tra un cantautore italiano e un ciclista internazionale nascono molte storie.

 

 

Voler trovare assonanze tra Guccini e Cancellara è un esercizio fantasioso. Il primo è un artista geniale e avvelenato, l’altro un ex ciclista professionista solido come il marmo e mentalmente inscalfibile. Le sicurezze che ha Cancellara mancano a Guccini nonostante il secondo abbia molta più esperienza del primo. In entrambi affiora il disincanto: sereno nello svizzero, tormentato e spinto all’eccesso nel modenese. La semplicità con la quale vivono nonostante una carriera costellata di successi è probabilmente l’unico tratto che può accomunarli. C’è un termine, però, che significa molto per loro: tanto per Guccini quanto per Cancellara. Locomotiva: per lo svizzero un soprannome, per l’italiano un inno alla rivoluzione.

Guccini scrisse “La Locomotiva” in venti minuti, di getto, d’altronde l’istinto non rispetta tempistiche di nessun genere, a pensarci bene anche Cancellara ha realizzato diversi capolavori in venti minuti. Era il 1972, lo svizzero sarebbe nato soltanto nove anni più tardi. Il pezzo, ispirato ad una storia vera, racconta la vicenda che ha per protagonista Pietro Rigosi, anarchico ventottenne nonché aiuto fuochista delle Ferrovie Italiane, che il 20 luglio 1893 si impadronì di una locomotiva in sosta e la lanciò a cinquanta all’ora (Cancellara ha toccato picchi di molto superiori) sui binari. Rigosi voleva schiantarsi contro un treno di lusso del quale conosceva gli orari di passaggio: erano gli anni della lotta di classe, forse non è mai finita, e lui si sentiva come il giustiziere che si è guadagnato con la forza il potere di giustiziare.

La sua foga venne deviata su un binario morto, si schiantò ma sopravvisse. Ripresosi, esclamò: “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”. Fabian Cancellara è Pietro Rigosi. Entra nel ciclismo con violenza disposto a seguire soltanto un binario: il suo. Per lasciare il segno è disposto a tutto, persino alla collisione estrema. Cancellara, però, aggira la lotta di classe: da forza antisistema diventa sistema lui stesso. Ma il fuoco dell’anarchia non si spenge certo con un getto d’acqua: brucia sempre, incondizionatamente, finché non consuma.

Per quanto sia già conosciuto e apprezzato, in un pezzo di ciclismo è senz’altro più utile una foto di Francesco Guccini rispetto ad una di Fabian Cancellara, che più o meno abbiamo bene impresso nella mente. @lascimmiapensa

Il blitz di Liegi

“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava,

con che voce parlasse, con quale voce poi cantava,

quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli,

ma nella fantasia ho l’immagine sua:

gli eroi son tutti giovani e belli,

gli eroi son tutti giovani e belli,

gli eroi son tutti giovani e belli…”

Jan Ullrich e Lance Armstrong sono gli ultimi due atleti a prendere il via e a scendere in strada per giocarsi la prima maglia gialla del Tour de France 2004. Il prologo di sei chilometri che si srotola per le strade del centro di Liegi non spaventa nessuno. Non è un toboga: si può spingere, l’unica curva pericolosa è verso sinistra e arriva più o meno a metà prova. Sostanzialmente è un’inversione ma non ci farà caso nessuno: c’è altro a cui pensare.

Alla vigilia, Ullrich e Armstrong si sono dimostrati sereni e rispettosi l’uno dell’altro. Il texano ha pubblicamente elogiato il tedesco definendolo “il corridore più talentuoso e dotato del mondo”, sottolineando che pensare alla maglia gialla di Parigi quando ancora il Tour de France non è nemmeno partito da Liegi sarebbe un azzardo. Vedrà giorno per giorno. Come Ullrich, che però dichiara battagliero: “Sono stanco di arrivare secondo”. E’ il penultimo a partire e viene accolto da un’ovazione. Armstrong, ultimo a staccarsi dalla pedana, viene fischiato. Il tempo da battere è quello di Fabian Cancellara: per errore, per limite o per superbia nessuno dei due sembra dargli importanza.

Fabian Cancellara ha ventitré anni e una storia tutto sommato normale. Ha iniziato a pedalare a tredici anni quando nel garage di casa trovò una bici del padre. La curiosità, che è il motore del mondo, lo premiò. Il calcio, che fino a quel momento aveva occupato le sue giornate, scomparve come una macchia strofinata. Giovinezza e successi sono andati di pari passo. Nel 2000, all’ultimo anno da dilettante, conquista il Palio del Recioto davanti a Pellizzotti. Nel 2001, al passaggio tra i professionisti, lo aspetta la Mapei che può sostanzialmente contare su due squadre: la principale, quella di Bettini, Bartoli, Garzelli, Zanini, Tafi, Freire; e una secondaria, composta da giovani a cui viene lasciato il tempo di crescere con calma.

Nei due anni in Mapei, e successivamente alla Fassa Bortolo, il compagno di camera sarà spesso Filippo Pozzato. Al termine del 2002, la Mapei chiude e Cancellara si accasa alla Fassa Bortolo. Il giovane spicca soprattutto nelle prove contro il tempo. Scultoreo e possente, la strada sembra stesa lì apposta per farsi dominare da lui. Da juniores è stato campione del mondo nelle cronometro per due anni consecutivi e nel 2003 dimostra gli ulteriori progressi fatti vincendo il prologo del Romandia e del Giro di Svizzera. Un anno prima, nel 2002, aveva dominato anche la cronometro dei campionati nazionali. L’idolo d’infanzia è Indurain, i motivi si intuiscono facilmente. A Liegi, in quel caldo pomeriggio di inizio luglio, debutta al Tour de France.

©Velo Curator

In stagione ha già vinto per quattro volte, l’ultima proprio pochi giorni prima ancora nella prova a cronometro dei campionati svizzeri. In primavera ha chiuso al quarto posto la Parigi-Roubaix. Intervistato alla vigilia, non fa prigionieri: “Sono qui per la prima volta ma non ho assolutamente paura. Vincerà il più veloce”. Quando tocca a lui, il primo tempo momentaneo è di Óscar Pereiro. Cancellara, volando ad oltre cinquantatré di media, lo scalza per dieci secondi e mezzo. È la terza prestazione di sempre in un prologo del Tour de France: le prime due appartengono a Chris Boardman, un uomo venuto dal futuro. I favoriti per la vittoria finale rimbalzano inesorabilmente. Mayo accusa venti secondi di ritardo, Hamilton diciotto, Basso ventotto. Quelli di Ullrich saranno sedici.

A Parigi, memore delle parole consegnate alla stampa alla vigilia del prologo, non sarà più secondo ma quarto, sopravanzato anche da Klöden e Basso. Armstrong rimane scottato dall’esito del prologo: secondo per un secondo e mezzo. La nuova maglia gialla piange di giovinezza e sogni realizzati. A sbornia smaltita, stupisce ancora per la lingua tagliente: “Armstrong ha già fatto vedere d’ essere in gran forma. Lui, in ogni corsa che fa, parte per vincere. E io ho l’ identica mentalità”. Baldanzoso, rilancia: “Questo prologo era uno dei grandi obiettivi della mia stagione. Il sogno più grande è arrivare a Parigi: per poter dire che un giorno ci tornerò da vincitore”. Il vincitore a Parigi sarà per la sesta volta consecutiva Lance Armstrong. Cancellara indosserà la maglia gialla soltanto nella prima tappa in linea, da Liegi a Charleroi: nella seconda, da Charleroi a Namur, gliela sfilerà Thor Hushovd. Non vincerà mai il Tour de France: al debutto chiuderà centonovesimo, il miglior risultato sarà il sessantaquattresimo posto del 2008. La sua vittoria nel cronoprologo lo presenta al mondo: da lì in poi, la sua carriera brillerà di luce propria, ogni stagione un po’ di più. Il blitz di Liegi non è una sorpresa: è una rivelazione.

 

Compiègne e Sanremo: la Svizzera non è più neutra

“E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano

che l’uomo dominava con il pensiero e con la mano:

ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite,

sembrava avesse dentro un potere tremendo,

la stessa forza della dinamite,

la stessa forza della dinamite,

la stessa forza della dinamite…”

Dal 2006 al 2010, Fabian Cancellara è Spartacus. E’ un ribelle forte e sincero, un generale competente e astuto che parla bene e dà valore alla parola pronunciata. Di Spartaco si dice che venne massacrato di colpi, che morì combattendo fino alla fine. Marx lo definì “l’uomo più folgorante della storia antica”. Cancellara tenta di ripercorrere queste orme pesanti. Come Spartaco all’inizio delle rivolte servili che lui stesso promosse, la sua morte sembra impossibile. Nell’arco di cinque stagioni, lo svizzero fa razzia di successi. Una Sanremo, un Fiandre, due Parigi-Roubaix, sei tappe al Tour de France, due alla Vuelta, sette al Giro di Svizzera; e ancora quattro campionati del mondo e la medaglia d’oro alle Olimpiadi del 2008 nelle prove contro il tempo, la seconda edizione della Strade Bianche, una Tirreno-Adriatico, un Giro di Svizzera, un Harelbeke, tre maglie di campione nazionale nelle prove contro il tempo e una nella prova in linea.

Nel 2008, dall’8 al 22 marzo, conquista Strade Bianche, una tappa e la generale della Tirreno-Adriatico e la Milano-Sanremo. Sono gli anni d’oro di Fabian Cancellara. Vincerà molto anche dopo il 2010, ma dominare non gli verrà più così facile. In Svizzera è famoso e amato tanto quanto Roger Federer, è il volto che sponsorizza gli orologi IWC. Le dichiarazioni di quel periodo sono la naturale conseguenza della serenità e della convinzione psicofisica che muove Cancellara. Si espone in prima persona, “mai dopato e mai nessuno me l’ha proposto”; dopo la cronometro dei mondiali di Stoccarda nel 2007 si lamenta con la stampa e l’ambiente perché “si parla di doping da tre giorni, scusatemi tanto, ma sono stanco di questa merda” e ricorda che “quest’anno sono stato controllato trentacinque volte, faccio parte di una squadra che ha un programma antidoping imponente e oggi sono riuscito a vincere con la pressione di dover difendere il titolo e la paura di cadere.

È un successo che dedico a questo sport, dobbiamo difenderlo”; entra a gamba tesa sui colleghi che, per manifesta superiorità dello svizzero, disertano gli appuntamenti contro il tempo: “chi corre per il secondo posto stia pure a casa”; bacchetta chi vuole il ciclismo degli anni sessanta nel duemila: “dobbiamo andare avanti, non indietro. Le radio servono per motivi di sicurezza. Non è che se dalla macchina il direttore sportivo ti dice “dai, vai, spingi sui pedali”, tu lo fai. No, dipende solo da te e dalle tue gambe. Ma ci sono ragioni di sicurezza troppo importanti e le radio aiutano”. La diplomazia non serve quando hai gambe granitiche che sorreggono i tuoi pensieri. Cancellara è il Vesuvio: quando ribolle, trabocca e distrugge.

In soli tre anni è cambiato tutto. Fabian Cancellara, ancora in maglia gialla, è rapidamente diventato uno dei leader del gruppo, uno splendido passista capace di stoccate inaudite. Quella di Compiègne è la più spettacolare. @courrier-picard

Lo svizzero ha una preziosa alleata: la pianura. La sua struttura fisica e i suoi geni si adattano a questo territorio alla perfezione. Nella terza tappa del Tour de France 2007 Cancellara dimostra che quando la pendenza è prossima allo zero la sua cilindrata è inavvicinabile per chiunque altro. Lo svizzero veste la maglia gialla: l’ha conquistata nel prologo di Londra qualche giorno prima, un milione di persone ad applaudirlo. La terza tappa va da Waregem a Compiègne: duecentotrentasei chilometri, la più lunga di quell’edizione. Fino ad un chilometro dal traguardo, la fuga a quattro che ha caratterizzato la giornata sembra in grado di arrivare: Vogondy e Ladagnous fin dall’inizio, Augé e Willems escono dal gruppo ai meno sessanta.

Poco dopo si forma un drappello: ai meno venti, il vantaggio è ancora di due minuti e mezzo. Il triangolo rosso dell’ultimo chilometro è preceduto da una lunga esse sul pavé: appena terminano le pietre il gruppo entra negli ultimi mille metri, un rettilineo in leggera e costante ascesa. Cancellara, che fino a quel momento si trovava davanti soltanto per non rischiare niente, esplode il suo colpo. La sua accelerazione ha l’effetto di una bomba: sminuzza e sparpaglia. In un battito di ciglia guadagna una manciata di metri. Dietro sono al massimo e non lo riprendono, come se qualcuno li tirasse per la maglietta. I fuggitivi aspettano il rientro di Cancellara convinti di poterne seguire la scia: e invece, come fanno le stelle, si ritrovano a guardare, distanti.

Lo svizzero li pianta in asso senza guardarli, come si fa in mezzo ad una folla quando preme un impegno urgente. I velocisti, per rifarsi sotto e mantenere viva la speranza, sono costretti a lanciare una volata lunghissima. Zabel, con un colpo di reni, gli arriva al pedale; Napolitano, terzo, si arrende prima. Cinquanta metri dopo l’arrivo, Cancellara viene nettamente sopravanzato da chi gli è arrivato dietro. Ha fatto i conti alla perfezione. “Il chilometro più duro della mia vita”, specificherà.

Fabian Cancellara ha un rapporto intimo con l’Italia. Le squadre italiane lo hanno accolto, accudito, svezzato: gli hanno insegnato a correre e vincere, e lui in Italia ha corso e vinto tanto. Non ha mai trionfato al Giro d’Italia e vestito la maglia rosa ma si è consolato col resto, ad esempio con Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. L’Italia, per Cancellara, è quasi una questione di sangue. Il padre, Donato, è originario della Basilicata. Da San Fele, la provincia è Potenza, alla Svizzera: aveva diciotto anni, fu spinto dalla voglia di lavorare. Cancellara, invece, nella primavera del 2008 vuole la Sanremo. Negli ultimi dieci giorni ha già vinto Strade Bianche e Tirreno-Adriatico. In settimana scherza coi giornalisti: “Tutti sanno come vado. Ma che cosa farò ancora non lo sanno”.

Lo svizzero scelse la via più facile: approfittò di un momento di confusione a due chilometri dal traguardo per scattare e anticipare Pozzato e Gilbert. La sua progressione spacca la strada e squarcia le speranze altrui. Ai microfoni è un fiume in piena: “Erano anni che nessuno si imponeva così. L’ultimo era stato Tchmil ma lui aveva fatto ottocento metri da solo, mentre io ho fatto due chilometri”. Spiega che l’attacco decisivo gli è venuto, molto semplicemente, dalla pancia. “Certe cose si fanno d’ istinto”.

La gioia aggiunge ancora più spensieratezza alla sua sincerità. “Da bambino non sognavo la Sanremo perché la consideravo per velocisti. Mi appassionavano il Fiandre e la Roubaix. Ma il ciclismo italiano e la Mapei sono stati la mia scuola. Così ho cominciato a immaginare che un giorno questa corsa avrei potuto vincerla”. Infine, smorza le polemiche sul mancato arrivo in Via Roma sostituita col Lungomare Italo Calvino. “In futuro si parlerà di come ho vinto, non di dove era il traguardo”. La Svizzera ormai si è esposta. Come se fosse in guerra, mostra i muscoli ed esibisce il miglior arsenale di cui dispone. Dopo gli affronti di Sanremo e Compiègne, perde definitivamente la sua neutralità.

Otto mesi più tardi si ripete alla Milano-Sanremo. La sparata dello svizzero, a differenza di quella di Compiègne, è prevedibile e favorita dall’incertezza degli inseguitori. Rimane però devastante: l’esito è lo stesso. @velonews

La maestosità ha le sembianze di un cubo di pietra

“E sul binario stava la locomotiva,

la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva,

sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno

mordesse la rotaia con muscoli d’ acciaio,

con forza cieca di baleno,

con forza cieca di baleno,

con forza cieca di baleno…”

Cancellara sfrutta il suo motore anche per planare sulle pietre del Nord Europa. Robusto e compatto, imponente e sicuro dei suoi mezzi, il pavé scivola sotto le ruote della sua bici come fosse asfalto. Non è più specialista di altri. Ballan, Van Petegem, Pozzato, Hincapie, Hoste, Nuyens, Devolder, Flecha, Leukemans, Hushovd, Vansummeren sulle pietre non sono da meno. Boonen, il più grande di sempre sul pavé, gli è appunto superiore. Il problema, ovviamente per loro, è un altro: la diversa e quindi inferiore cilindrata del motore. Seduto e in progressione, Cancellara non ha rivali.

Il Giro delle Fiandre, nonostante gli innumerevoli muri, presenta comunque molti chilometri di pianura. La Parigi-Roubaix è caratterizzata da quasi sessanta chilometri di pavé sui duecentocinquanta totali ma non c’è nemmeno un metro di salita. Cancellara sfrutta la sua predisposizione al ritmo sostenuto e la trasla sulle pietre: come il nuotatore che, fenomenale in piscina, si rende conto di poter dire la sua anche in mare aperto. Nel 2010 lo svizzero è finalmente pronto per lasciare il segno in quella stagione. Fino a quel momento ha vinto solo una Parigi-Roubaix.

Era il 2006, l’edizione del passaggio a livello che costò la squalifica a Hoste, Van Petegem e Gusev, rispettivamente secondo, terzo e quarto all’arrivo: vennero sostituiti da Boonen, Ballan e Flecha. Per inaugurare quella primavera magica, Cancellara trionfa ad Harelbeke. Poi, nel Giro delle Fiandre si consuma quel testa a testa che il mondo del ciclismo attendeva da anni: Boonen contro Cancellara in una grande classica del nord e nei loro anni migliori, il primo con la maglia di campione belga e il secondo con quella di campione svizzero. Il Grammont è ancora giudice imparziale: Cancellara avanza, implacabile e dirompente, mentre le gambe di Boonen strillano e la bici rischia di spezzarsi nello sforzo supremo. Al traguardo, Cancellara trionfa per la prima volta al Giro delle Fiandre lasciando il belga a un minuto e tredici. Sette giorni più tardi si corre la Parigi-Roubaix.

Alla partenza viene osservato un minuto di silenzio per ricordare Franco Ballerini, splendido vincitore della Parigi-Roubaix scomparso due mesi prima in seguito ad un incidente in una prova di rally. Nell’aria un misto di malinconia e tensione: Cancellara annusa quella brezza consapevole che solo dopo aver conosciuto il male si può riconoscere ed apprezzare il bene. La corsa elimina gli sfortunati, gli stolti, gli irrequieti, gli storpi. Della fuga iniziale di diciannove uomini non rimane nessuno. Tentano l’imboscata Hoste, Leukemans e Hinault ma guadagnano poco e rimangono nel mirino del gruppo. In un tratto asfaltato ai meno cinquanta dall’arrivo, la locomotiva si accende all’improvviso.

Cancellara si trova nelle prime posizioni del gruppo dei migliori. Per qualche secondo, il drappello si frattura: cinque davanti e tutti gli altri venti metri più indietro. Boonen, non al meglio, si trova colpevolmente in fondo al gruppetto. Cancellara decolla. Dietro non fanno in tempo ad organizzarsi che lo svizzero ha già riacciuffato Hoste, Leukemans e Hinault. Solo Leukemans in un primo momento riesce a tenere le ruote di Cancellara. Il suo corpo gli presenterà il conto molto presto. Quello che succede dietro nell’ora di gara restante non ha importanza. Cancellara arriva solo, il più forte in questa gara ad eliminazione.

Hushovd, secondo davanti a Flecha, accusa due minuti di ritardo. Boonen, quinto, a tre minuti e quattordici. Pozzato, settimo, a tre e quarantasei. Hayman, Van Avermaet, Hincapie e Terpstra sono nel primo gruppo ad oltre sette minuti. Fabian Cancellara dedica il successo a Franco Ballerini e festeggia la settimana santa: Fiandre e Roubaix conquistate nello spazio di sette giorni. Il suo show non lascia indifferenti: ammalia, rapisce, spaventa. Il dominio alimenta il dubbio.

Una botta di nostalgia: Cancellara con la maglia della CSC, Bettini con quella di campione del mondo e Basso con quella della Discovery Channel, una delle rare foto che anticipano di poco la comminazione della squalifica che lo riguarderà. ©Ken C, Flickr

La bici di Cancellara ha al suo interno un motorino elettrico: la bomba esplode ed è il caos. Le testimonianze si moltiplicano: Davide Cassani e Alessandro Fabbretti realizzano un servizio per la Rai proprio sulle biciclette motorizzate che farà il giro del mondo; diversi video su YouTube provano a ricostruire gli istanti decisivi del Fiandre e della Roubaix, accusando lo svizzero di premere un pulsante posto sotto la leva del cambio e il freno per attivare il motore.

Nella conferenza stampa alla vigilia del Giro delle Fiandre 2017, Boonen seminerà un ulteriore dubbio: “Questa corsa la vince sempre il più forte. Anche se mi ricordo un anno…”. Intervistato dalla RTBF a due giorni dalla Parigi-Roubaix 2018, il belga non ha usato mezzi termini: “Se penso che sul successo di Cancellara al Giro delle Fiandre 2010 ci siano dei dubbi? Sì, ma è inutile dire altro. Io quel giorno arrivai secondo e lui fu il più forte. Ormai è tardi, per tutto”.

Sono accuse vere e proprie, forti. Il problema è uno solo: sono claudicanti. La Specialized, il giorno dopo la chiacchierata vittoria di Cancellara al Fiandre, mostra su YouTube il mezzo col quale lo svizzero ha vinto. Non ci sono dubbi: attaccato al manubrio c’è ancora il computer, la bici è ancora sporca di fango, sulla canna è presente il sette sotto forma di dadi (il numero magico di Cancellara) e sotto al sellino il numero di gara ancora attaccato: 171. Quando la telecamera si sposta nella zona del manubrio, ad occhio nudo non si riesce ad individuare nessun pulsante. Rune Kristensen è un meccanico danese che adesso lavora alla Quick-Step e che nel 2010 faceva parte dello staff della Saxo Bank, la squadra di Cancellara.

Intervistato a riguardo, ha sempre negato la possibilità che la bici dello svizzero potesse essere motorizzata. “Ogni mezzo dei ragazzi venne assemblato da me e Roger Theel, il meccanico permanente di Fabian”, dichiarò ad Ekstrabladet. “La sua bici veniva trattata esattamente come tutte le altre. Se ci fosse stato un motorino, ce ne saremmo accorti”. In più, si omette un dettaglio importante: nella primavera del 2010 Cancellara e Boonen non sono sullo stesso livello. Il belga viene da due Parigi-Roubaix consecutive, è vero, ma dopo l’ultimo successo arrivato nell’aprile del 2009 è stato trovato positivo alla cocaina. Gli successe anche un anno prima, nel 2008. E’ difficile immaginare che il Boonen di quei giorni sia un professionista tranquillo, in pace con se stesso, in grado di reggere il miglior Cancellara di sempre sulle pietre. La sua superiorità, come quella del capitano Nemo, acceca; la sua diversità crea malintesi e porta scompiglio.

 

Un tramonto dei più intensi

“La storia ci racconta come finì la corsa

la macchina deviata lungo una linea morta…

con l’ultimo suo grido d’animale la macchina eruttò lapilli e lava,

esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo:

lo raccolsero che ancora respirava,

lo raccolsero che ancora respirava,

lo raccolsero che ancora respirava…”

La seconda parte della carriera di Fabian Cancellara è intarsiata di successi e belle prove: ma le gioie sono sempre meno, i giorni in cui dominava ormai lontani. Nella primavera del 2013 completa la seconda doppietta Fiandre-Roubaix della carriera ma il modo in cui questi due successi arrivano è indicativo. L’unico rivale che lo impensierisce al Fiandre è Sagan, un fuoriclasse che ancora deve trovare la giusta misura, mentre la Roubaix se la gioca in volata per la prima volta: con Vanmarcke non c’è storia ma chissà come sarebbe andata se Štybar non avesse perso contatto dai due a causa di un contatto con una macchina fotografica di un tifoso e successiva sbandata.

Cancellara si ripeterà ancora in volata al Giro delle Fiandre 2014, sintomo di un corridore in forma ma tutt’altro che dominante. Al Tour de France vincerà soltanto un’altra volta, il prologo dell’edizione 2012 che si tenne proprio a Liegi, dove tutto iniziò. Le cadute inizieranno purtroppo a diventare sue compagne di viaggio, anche il cronometro gli regala ormai poche soddisfazioni: Tony Martin, Wiggins e Dumoulin lo mettono ripetutamente in ombra. Al termine della stagione 2015, Cancellara annuncia che quella successiva sarà la sua ultima. Sarà un addio lungo, il pensiero ricorrente, la situazione a volte straziante. Il pavé misura il cambiamento ormai irreversibile: al Fiandre viene schiacciato da Sagan, alla Roubaix è vittima di una caduta e terminerà quarantesimo. Stoico, vuole tagliare il traguardo anche se quella posizione non gli appartiene. Entrato nel velodromo, prende dal pubblico una grossa bandiera svizzera.

La presa sul manubrio non è efficace, la bicicletta va di traverso e lo svizzero cade, la bici rovina in una pozzanghera d’acqua appena fuori dalla pista. E’ un momento imbarazzante e compassionevole: uomini forti e sicuri di sé come Cancellara non dovrebbero mai trovarsi in situazioni di questo genere. Con la dignità del cavaliere disarcionato che si rialza guardando in faccia il sole, Fabian Cancellara non fa una piega. La vittoria conquistata un mese prima alla Strade Bianche ha mostrato un corridore che può ancora dire la sua. La rotaia sulla quale corre da una vita lo porta dritto all’ultima fermata. E’ un luogo sacro, da far tremare i polsi. Fabian Cancellara si ritirerà al termine della prova a cronometro delle Olimpiadi di Rio de Janeiro 2016. Il Cristo Redentore, monumentale e inaccessibile, lo fissa dall’alto.

Nell’ultima prova della sua carriera. ©la Repubblica, Twitter

Per preparare una cronometro, Fabian Cancellara si è sempre mosso con lucidità e semplicità: pianifica l’avvicinamento, allenati con costanza, alterna numeri e sensazioni, fissati un obiettivo, trova il tuo ritmo, fidati di te stesso. L’esperienza gli ha anche suggerito di non riscaldarsi troppo pena l’arrivare troppo stanchi alla prova vera e propria e di non aspettare a letto l’ora della partenza: alzarsi come se ci fosse da affrontare una tappa in linea, una bella doccia è quel che serve per staccarsi da quella pedana magnetica che è il letto.

Durante una cronometro il mondo si ferma: si è soli, dispersi da qualche parte tra la partenza e l’arrivo, in fuga da un gruppo che non c’è per far registrare il miglior tempo (relativo) possibile. E’ il palcoscenico sul quale viene messa in scena la sfida più antica: quella dell’uomo contro il tempo. Fabian Cancellara è stato un primattore fantastico: si esalta nella solitudine, prova piacere ad indovinare il tempo esatto che sta impiegando nel portare a termine la sua prova. E’ un orologiaio: non potendo muovere a piacimento le lancette del tempo assoluto, si accontenta di spostare le sue come meglio gli conviene. E in fondo, la ruota di una bicicletta non è forse un quadrante d’orologio e i raggi delle lancette che segnano sempre la stessa ora e la ruota, girando, fa perdere la cognizione di questo tempo?

In quel giorno brasiliano, Cancellara non deve mai curarsi di Dumoulin e Froome, l’argento e il bronzo. Deve occuparsi della sua ombra, del suo passato, dei suoi pensieri. “La cosa più dura è stata la sera prima della gara olimpica. Ero in camera mia, da solo, sul letto, ed è iniziato tutto. I dubbi nella mia mente: è la mia ultima corsa, sono le Olimpiadi, voglio vincere. Ma ce la farò? Improvvisamente non sapevo dove andare e non sapevo cosa pensare. Mi sembrava di essere alla prima corsa della mia vita”. Fabian Cancellara ripete l’exploit di sette anni prima nel prologo del Tour of California. Febbricitante e spossato, si addormentò nel bus della squadra. Quando Bobby Julich lo svegliò, alla partenza di Cancellara mancavano quindici minuti. “Solo tu puoi salvarci da questa giornataccia”, gli sussurrò l’americano. Mezz’ora più tardi, il miglior tempo era dello svizzero. Fabian Cancellara è stato padrone del suo tempo. Ha spostato fisicamente il tramonto della sua carriera rincorrendolo con un piglio ammirevole. Come il sole prima di tramontare, ha brillato così tanto da risultare insostenibile per la vista degli uomini.

Quando Giorgio Gaber fu chiamato a dare un suo parere su Francesco Guccini, esclamò: “Bolognesi! Ricordatevi: Sting è molto bravo, però tenetevi il vostro Guccini. Uno che è riuscito a scrivere tredici strofe su una locomotiva può scrivere davvero di tutto”. Parafrasando Gaber, e facendo un piacere a tutti quelli che poi si sono ritrovati lo svizzero sulla propria strada, un decennio fa avremmo potuto dire: “Corridori! Ricordatevi: ci sono tanti atleti bravi, però marcate stretto Cancellara”. Più che un consiglio, un avvertimento.

 

 

Foto in evidenza: ©Kristian Thøgersen, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.