Guillaume Martin, un filosofo in gruppo

Dall’anno prossimo correrà nel World Tour con la maglia della Cofidis.

 

 

“La bicicletta è un attrezzo filosofico, una protesi della mente.”

No, non siamo di fronte alle riflessioni erudite estrapolate da qualche saggio sul pedale.

“Lo sport moderno? Un’applicazione della filosofia nietzschiana.”

No, non è il solito singulto cattedratico per nobilitare lo sport con voce altisonante. Chi parla è un corridore del gruppo. Cinquantacinque chili, francese appena passato dalla Wanty–Gobert alla Cofidis, dal Professional al World Tour. Guillaume Martin, ottimo scalatore ventiseienne e fresco di un dodicesimo posto al Tour e un diciannovesimo alla Liegi (vinta da dilettante). Il trionfo sull’Etna al Giro di Sicilia, sempre in questo 2019. Insomma, uno che quando la strada si fa edera sui muraglioni dei monti sa il fatto suo. Eccome!

Eppure, va da sé che oltre alle indubbie doti da corridore è la sua caratura intellettuale a renderlo un personaggio. Basta dare un’occhiata alla sue pagine social, dove alterna racconti e sensazioni delle gare appena affrontate a momenti “alti” della sua vita di sempre: estratti dal suo delizioso libretto “Socrate in bicicletta” e altri interventi sulla “ciclosofia”, corrente di pensiero che indaga il velocipede come cura per la mente a fronte dell’alienazione del vissuto contemporaneo.

Già in passato abbiamo avuto ciclisti “multidisciplinari”, geometri, ingegneri e poi il ricordo del grande “professore”, quel Laurent Fignon voluto intellettuale per il suo solo portare gli occhiali. Ma un filosofo, in effetti, è un animaletto piuttosto raro.

©David Guénel, Twitter

Madre attrice e giornalista, padre maestro di aikido, Guillaume aveva intravisto sin da ragazzo la possibilità di coniugare la propria speculazione intellettuale alla concretezza della strada. Il babbo stesso, da buon lottatore, lo incitava dall’auto durante gli allenamenti.

“Forza Guillaime, i fratelli Petochin hanno già molto vantaggio! Sono segnalati un minuto avanti!” I fratelli in questione non esistevano, erano un’invenzione del genitore per motivarlo, affinché desse il massimo. E mentre coltivava il talento agonistico, a sedici anni, leggendo “Ecce Homo”, giunse la folgorazione filosofica. Lo stesso Nietzsche che sarà il perno della sua tesi di laurea, dove il giovane scalatore francese ha interpretato lo sport moderno come sostituto della religione, nella celeberrima “morte di Dio”.

Il professionismo come scelta di vita solo per pochi, il doping che contrabbanda truffa per vittoria, il tifo da stadio come veleno nazionalistico, dunque ultima superstizione contro un mondo senza più confini. E ancora, il piacere del confronto, il desiderio di primeggiare che si maschera col fair play. E tutti gli altri capisaldi di Nietzsche calzati addosso allo sport: la transmutazione, l’eterno ritorno, la volontà di potenza, fino all’Oltreuomo, che se considerato al fuori dalle letture incrostate che lo vogliono tiranno e prevaricatore, si può a ben vedere conformarsi al corridore che cerca di andare oltre i propri limiti: nella folle volata di gruppo, facendosi aerodinamico “mostro” contro il tempo o in subbuglio di watt sulle vette alpine.

Guillaume nella vita di tutti i giorni è un ragazzo semplice: conduce una vita regolare e comunque, pur non nascondendo le proprie passioni (al Tour va con la valigia colma di speranze e libri arditi), non vuole mostrarsi troppo diverso dai compagni di fatica. La vichiana “boria dei dotti” gli è difatti del tutto estranea e anzi è ben conscio del pericolo della solitudine intellettuale, tema cardine peraltro della sua prima opera teatrale andata in scena un anno fa: Platone V.S. Platoche (alias Michel Platini), laddove è lo stesso Martin a raccontare l’interessante intreccio:
“È basato su una storia vera… E si scoprirà che Platone non è felice della sua posizione di intellettuale solitario. Come lascia capire da alcuni scritti, avrebbe voluto essere un grande artista oppure un politico influente. E perché non uno sportivo?”

Sono per l’appunto gli stessi compagni a descriverlo come attento, curioso, dotato di humor e affabile. Insomma, il contrario dello schivo stereotipo del “topo da biblioteca”. E proprio Guillaume sostiene che quando si è in sella, pensare troppo è controproducente. Non è forse l’idea della fuga istinto puro?

©Bidon, Twitter

Sta dunque a noi, modesti amanti del ciclismo da salotto o al massimo pedalatori dalle goffe uscite domenicali, ponderare sulle infinite possibilità filosofiche di uno sport che a tutti gli effetti è metafora esistenziale.
Avanti dunque col dialogo socratico fra Capitano e Gregari, su all’Iperuranio platonico che rende la bici idea pura; il gruppo come divenire eracliteo in perenne movimento, e la dialettica di classe marxiana laddove il ciclismo, come sport popolare, ha ruolo decennale di indagine sociale.

Le corse, poi, come fenomeno empirico, come sosterrebbero Hume e i sensisti inglesi, che si vivono solo con l’esperienza materiale della strada; al contrario la concezione razionalistica pura:

“Penso dunque sono – dunque pedalo

Aggiungiamo noi senza che il grande Cartesio ce ne voglia.

Talmente immensi concetti e metafore si annidano dentro e fuori “lo sport della terra” che la speculazione filosofica viene spontanea se si ha un minimo approccio con la “materia inutile” per eccellenza, nonché Regina delle Scienze. In realtà l’unica che pone domande sensate nel probabile non-senso esistenziale, ciclismo ovviamente compreso.

E se il pensiero resta l’unica cosa indubitabile è ancora Guillaume Martin a venirci in soccorso con un splendido quanto esemplare compendio ciclosofico:

“Flaubert disse che si può pensare solo seduti. Nietzsche ha affermato che valgono qualcosa solo i pensieri che si hanno mentre si cammina. La bici riconcilia Nietzsche e Flaubert combinando le due condizioni, perché siamo entrambi seduti e in esecuzione quando pedaliamo.”

Notevole, no?

Intanto la stagione va concludendosi, e il nostro ragazzo matura a fianco delle proprie idee. Lo vedremo in una squadra World Tour, pensiero e gambe, filosofia e strada e quel sogno di montagne che ronza nel cuore degli scalatori: ce lo immaginiamo già lassù, sgambettante al prossimo Tour de France, chiedendoci noi, piccoli filosofi da divano, se sulle arcigne vette pirenaiche giungerà prima Guillaume Martin o la tartaruga di Zenone.

 

 

Foto in evidenza: ©Prix Antargaz, Twitter