Greg Van Avermaet è la sua chance per riscattare il drammatico passato.

 

Tom Boonen invecchiò all’improvviso il giorno in cui sentì parlare di se stesso come di un re quasi al tramonto: si cominciavano a cercare gli eredi. Era il 2011 e non aveva ancora trent’anni, avrebbe trionfato in numerose altre battaglie.

Il primo al quale venne appioppato l’orrendo marchio di “nuovo Boonen” fu un ragazzo che gli assomigliava: alto e slanciato, un bel fusto che si difendeva bene sulle pietre e in mezzo agli sguardi delle signorine che se lo contendevano. Si chiamava Guillaume Van Keirsbulck, in camera una Roubaix sedotta da junior: vent’anni e una voglia matta di imparare il mestiere, di guardare avanti.

Voltarsi indietro, a partire dall’estate successiva, gli rievoca momenti terribili. Pochi minuti dopo aver firmato un prolungamento con la Quick-Step, Van Keirsbulck mise in moto la macchina e partì per raggiungere il barbecue organizzato dal nonno per festeggiare. Insieme a lui Emilia, la fidanzata: non nella stessa auto, però. Lo seguiva guidando la sua, il giorno dopo avrebbe dovuto sostenere un esame, meglio non rischiare.

La dinamica dell’incidente non è mai stata chiarita del tutto. Van Keirsbulck assiste impotente dallo specchietto retrovisore: Emilia si slaccia la cintura, cerca qualcosa sul lato destro della macchina, perde il controllo, sterza bruscamente un paio di volte e si schianta contro un albero. Morì tra le braccia del belga, inebetito dalla fragilità della vita: fino a pochi giorni prima aveva pianto la scomparsa di Wouter Weylandt.

Le stagioni successive delineano il profilo di un corridore instabile. Quando si ricorda di essere un ciclista professionista, Van Keirsbulck dimostra di avere stoffa. Ma nel ciclismo di oggi non si può essere competitivi tirando tardi la notte, circondandosi di belle donne e facendosi amico l’alcool: fu la risposta del belga ai drammi vissuti, ai quali si aggiunse la leucemia diagnosticata al padre.

Il biennio alla Wanty lo rimette in carreggiata nonostante il mondo delle Professional lo lasci perplesso. “Ognuno pensa per sé: l’obiettivo è farsi vedere dai team più importanti”, ha spiegato a Cyclingnews. “Tutto sommato è stata comunque una bella avventura: andare all’attacco e obbligare le squadre del World Tour a sfiancarsi per inseguirti ha il suo fascino”.

Guillaume Van Keirsbulck è uno degli innesti più importanti della nuova CCC. Lo ha voluto Greg Van Avermaet in persona. Lo contattò al termine della quarta tappa del Tour de France 2018: Van Keirsbulck rimase in fuga tutto il giorno e fu l’ultimo ad essere riacciuffato, al traguardo mancavano mille metri.

Quando è davanti non scherza, il belga. Come suo nonno, Benoni Beheyt, campione del mondo nel 1963. “Il capitano sono io e quindi tu tiri per me: niente scherzi”, mise in chiaro Van Looy quel giorno. “Niente scherzi”, rispose l’altro. Benoni Beheyt nel finale si trovò davanti per tiragli la volata: fu talmente serio che non si spostò e vinse.

Van Keirsbulck è convinto di aver ancora molto da dare e sostiene che senza le tragedie avute sarebbe sicuramente un corridore più forte e temuto. Sa già che dovrà allenarsi sul serio, Van Avermaet dà l’umile esempio impegnandosi più di tutti i compagni nonostante sia il migliore per distacco. E Van Keirsbulck, che per sua stessa ammissione non ama allenarsi, è avvertito. Si allena in corsa, lui.

Come nella quarta tappa del Tour de France 2017: attaccò da solo e da solo rimase tutto il giorno. Non si rialzò per non sembrare ancora più stupido. Venne ripreso ben prima del traguardo, ovviamente, ma lui ammise di essersi divertito e di aver goduto in solitaria di un trionfo di suoni e colori che si trova solo sulle strade della Grande Boucle. L’essenza di un’esistenza non merita d’essere misurata col metro del successo.

 

Foto in evidenza: ©Guillaume Van Keirsbulck, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.