Chad Haga, vincitore di tappa al Giro d’Italia 2019, è estremamente poliedrico.

 

 

Per sfrecciare a una media superiore ai quarantasei chilometri orari – l’unico a riuscirci, quel giorno – per le strade di Verona, Chad Haga aveva sacrificato due terzi del Giro d’Italia. Nella seconda e nella terza settimana, infatti, fu una presenza fissa del gruppetto: per salvare la gamba in vista della cronometro finale, non aveva mai provato ad andare in fuga nemmeno in un’occasione. Perso Dumoulin a causa della brutta caduta verso Frascati, la Sunweb puntava tutto su Haga per salvare, almeno in parte, un bilancio che altrimenti sarebbe stato disastroso. Un rischio, va detto. Haga, infatti, è molto più bravo come gregario che non come cronoman: è uno degli uomini più preziosi per Dumoulin e ha portato a termine tutti e dieci i grandi giri ai quali ha preso parte, mentre i panni del vincitore tra i professionisti li ha indossati una sola volta: era il 2013, la corsa il Tour of Elk Grove, una prova secondaria del calendario americano che oggi non esiste più. Tuttavia, le cose si mettevano bene: Campenaerts e De Gendt gli finirono alle spalle e così Roglič, l’ultimo corridore in grado di batterlo. Tutto quello che gli era successo negli ultimi anni esplose nella mente e sul volto di Haga con una forza irresistibile: chiuse gli occhi, si coprì la faccia con un asciugamano e pianse.

All’inizio del 2016, la carriera di Haga avrebbe potuto interrompersi bruscamente e la sua vita risultare compromessa per sempre. Durante un normale allenamento del ritiro spagnolo di Calpe, lui e alcuni compagni della Giant-Alpecin vennero travolti da un SUV nero guidato da una signora inglese oltre la settantina. Degenkolb rischiò di perdere un dito e da allora non è più tornato quello di prima; Haga, invece, rischiò di morire dissanguato: impattò per primo contro il mezzo, rompendosi uno zigomo e lacerandosi naso, mento, gola, clavicola e ginocchio. Per tenerlo insieme ci vollero novantasei punti di sutura e una cicatrice che parte dalla base del collo e conclude la sua traiettoria sul lato destro della bocca è lì a ricordarglielo. Per riprendersi fisicamente gli ci vollero quattro o cinque mesi, mentre da un punto di vista psicologico non si è mai ripreso del tutto: ogni tanto la paura si ripresenta, magari in discesa o quando deve affrontare una curva senza toccare i freni. La sua fede – è un cristiano fervente – gli ha aiutato a mettere le cose nella giusta prospettiva: ha capito che su alcuni aspetti della nostra vita non possiamo esercitare nessun controllo e che lamentarsi è controproducente. «E poi», spiegò un’altra volta, «vengo pagato profumatamente per pedalare: non è forse la cosa più stupida e magnifica del mondo?».

©Team Sunweb, Twitter

Una notorietà inaspettata travolse Haga quando, durante il Giro d’Italia 2018, iniziò a pubblicare su Twitter dei resoconti fulminei, brillanti e ficcanti delle singole tappe. Il suo “Over-simplified Giro d’Italia”, il Giro d’Italia super-semplificato, era il trionfo del giornalismo digitale. «In fondo, Twitter è nato per questo», diceva, «e il modo in cui il ciclismo viene raccontato dai giornalisti, talvolta, risulta noioso: credo sia per questo che i miei resoconti piacciono così tanto». Un esempio? Quello con cui sintetizzò il Giro d’Italia 2018: “Giro d’Italia 2018, super-semplificato: dopo un giretto tra Israele e Italia, un tipo eccezionale arriva con meno di un minuto di vantaggio sul tipo migliore dell’anno scorso, che sta diventando eccezionale a sua volta”. Il mondo del ciclismo conobbe così un personaggio sfaccettato e poliedrico: un bevitore assiduo di caffè, un ragazzo introverso e per certi versi filosofico, molto bravo a suonare il pianoforte – brano preferito: l’Hungarian Rhapsody numero due di Franz Liszt. Cyclingnews gli ha affidato un blog e Haga non si è tirato indietro. La cadenza non è il suo forte, d’altronde è un lusso che la sua vita non conosce, ma i contenuti sono eccellenti: racconta tutto in maniera accattivante, dagli allenamenti alle corse, dalle vittorie alle sconfitte, dal matrimonio con Kate a cosa significa diventare padre.

Il padre di Chad, Chris, se l’è portato via un cancro nel 2016: la battaglia è durata sei anni e Chris se n’è andato proprio quando il figlio si era lasciato alle spalle il drammatico incidente di Calpe. Lavorava la pelle, Chris Haga, e il mestiere lo porta avanti con successo il fratello di Chad, Shane. Per dare l’addio al padre, una mattina Chad e Shane uscirono in bici e portarono con loro anche la sua. Chad Haga deve molto a suo padre: era il suo primo tifoso, registrava le corse del figlio per riguardarsele e lo incoraggiò a credere in sé stesso quando, laureatosi in ingegneria meccanica, Chad era indeciso se accettare un posto di lavoro o tentare la carriera nel professionismo. «Vai e pedala», disse al figlio. «Per sederti a una scrivania sarai sempre in tempo, mentre per pedalare no». Le lacrime di Verona erano per tutte queste cose: per i sacrifici fatti, per la prima vittoria nel World Tour, per aver attraversato periodi complicati. E perché suo padre non c’era, non poteva vederlo vittorioso. «È davvero un peccato», ammise Chad Haga, «ma constatare che le sue parole e i suoi sacrifici sono serviti a qualcosa mi riempie d’emozione». Forse non importava chiederglielo: magari bastavano le sue primissime parole, «sapevo che avrei pianto»; oppure, sarebbe stato sufficiente leggere il tatuaggio che occupa l’avambraccio destro: “Eternity gained, only life remains”. Una volta guadagnata l’eternità, resta solo la vita.

 

 

 

Foto in evidenza: ©Giro d’Italia, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.