Heinrich Haussler o della sregolatezza

I successi, le sconfitte, gli errori, le ripartenze: storia di Heinrich Haussler.

 

 

Qualunque sia il soggetto, “…è la mia vita” è un’espressione tanto semplice quanto intensa che rischia di essere superficialmente impiegata nei contesti più vari. A far la differenza e a dare un peso significativo a queste poche parole, dunque, tra le diverse situazioni e i disparati ambiti in cui vengono pronunciate, non può che essere la somma delle esperienze di vita accumulate sulla propria pelle: gioie e dolori, errori e insegnamenti, obiettivi raggiunti e traumi subiti costituiscono un legittimo e inossidabile motivo per spingere qualcuno ad esprimersi con una frase così potente. Fra chi ha provato questo mix variopinto di avventure e quindi può proferire con cognizione di causa queste parole, nel mondo delle due ruote il nome di Heinrich Haussler non può non essere preso in considerazione.

La vita di Heino, come lui stesso ha dichiarato, al pari di sua moglie Romi e dei suoi due gemelli Heinrich e Samuel è il ciclismo.

Lo è fin da quando, poco prima dei suoi sei anni, ricevette la prima bicicletta come regalo di natale da suo padre, persuasosi del potere rigenerante di questo mezzo dopo esser stato costretto a salirci in seguito ad alcuni problemi alle ginocchia sviluppati durante la carriera da calciatore, un’eredità genetica che più tardi avrebbe inciso e pesato anche nell’avventura a due ruote del giovane figlio.

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Voleva sicuramente che il ciclismo fosse la sua vita quando, a quattordici anni e senza sapere la lingua, decise di lasciarsi alle spalle l’amata Australia per trasferirsi in Germania, terra natia del padre, abbandonando presto la scuola per dedicarsi al cento per cento al sogno di diventare un professionista.

Quando nel 2005 ha debuttato tra i grandi con la maglia azzurra della Gerolsteiner raggiungendo l’obiettivo d’infanzia che si era prefissato, il ciclismo non era più un hobby giovanile; non era neanche più un traguardo da raggiungere con le unghie e coi denti e non era (non poteva esserlo) ancora la sua vita: era diventato un lavoro, la sua principale (e splendida) fonte di sostentamento.

Heino non ha impiegato molto a rivelarsi, a far vedere lampi di indiscutibile talento e un certo qual feeling con gli appuntamenti importanti; ma, allo stesso modo, ha mostrato con altrettanta frequenza una deviante e pericolosa inclinazione a concedersi vizi e comportamenti poco raccomandabili per uno desideroso di emergere nel competitivo mondo del ciclismo. Nei suoi primi anni tra i professionisti, atteggiamenti sfrontati, frequentazione della movida tedesca e legame con l’alcol hanno segnato a più riprese la sua carriera e la sua condotta di vita, concedendogli le luci della ribalta per motivi poco felici, in perfetta alternanza con gli exploit realizzati in sella durante i mesi competitivi.

Seguendo questa cadenza irregolare, non c’è da stupirsi che Haussler in maniera superba abbia saputo bagnare il suo primo anno tra i grandi con una vittoria di prestigio come quella ottenuta alla Vuelta 2005 nella tappa di Alcobendas, un risultato conquistato dopo aver rischiato di essere rispedito a casa al termine della prima settimana per esser stato beccato, assieme al compagno Thomas Ziegler, in un nightclub la sera del primo riposo previsto in quell’edizione del corsa spagnola. Non solo: a testimonianza di quale motore e quali capacità potesse disporre nei suoi primi anni, quel successo Heino lo ottenne dopo essere caduto (e non sarà la prima volta) ad Amburgo qualche settimana prima e, soprattutto, dopo aver passato la notte precedente a bere vino in camera in compagnia del già citato Ziegler fino alle quattro del mattino.

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Nonostante il richiamo dei poteri inebrianti dell’alcol, le stagioni con la Gerolsteiner di Rebellin, Wegmann e Stefan Schumacher non si rivelano affatto avare di soddisfazioni per il figlio di Wendy, che dimostra quando ne ha l’occasione di saper colpire grazie al suo spunto veloce. L’australiano resta coi i tedeschi fin quando questi non decidono di cessare l’attività, mettendo insieme in complessivi tre anni un discreto numero di successi e piazzamenti (specialmente in Spagna, la sua isla dorada, e Germania) e le primissime partecipazioni alle classiche, gare che lo colpiscono per il loro clima effervescente rimanendogli subito nel cuore.

Quello che invece fa proprio fatica ad accettare e interiorizzare sono i sacrifici e il tipo di vita che gli vengono richiesti per essere più costante. Haussler, infatti, aiutato dai nuovi guadagni e probabilmente galvanizzato dal suo avvio tra i professionisti, non abbandona affatto la wilden leben germanica, passando serate fuori casa e spendendo i propri soldi in party e vestiti: più di una volta i suoi allenamenti risentono della baldoria delle sere (e delle mattine) precedenti, compromettendone spesso la salute (nell’estate del 2007 gli viene diagnosticata per due volte la mononucleosi); e sebbene il suo stipendio sia discreto, non smette di chiedere ai suoi genitori un aiuto economico che di fatto non fa che sostentare la sua condotta poco professionale.

Quando, tuttavia, non ha un bicchiere in mano o non è chiuso in un locale, The German Kangaroo è un ragazzo sensibile, come dimostra la delicata decisione presa nel 2008. Seppur trovandosi perfettamente a proprio agio in Germania, Heinrich non ha dimenticato infatti la terra da dov’è arrivato; anzi, sente forte dentro di sé il legame e le affinità con la natia Australia. Spinto da questi fattori, durante il suo ultimo anno con la Gerolsteiner il corridore tedesco con passaporto australiano conclude così di voler difendere i colori della nazione della madre, quella dove tutto è iniziato e dove ha passato felicissimi momenti prima di emigrare in Europa.

L’obiettivo, chiaro nella sua testa, è correre con la formazione aussie il Mondiale di Geelong nel 2010: per concretizzarlo, è obbligato a rinunciare subito (la burocrazia gli impone di fermarsi tre anni prima di vestire la maglia di una nazionale differente) e definitivamente alla nazionalità teutonica. Non è una rinuncia facile: in ballo c’è la possibilità di indossare il vessillo di due paesi a lui carissimi, quello dove ha mosso i primi passi e quello che l’ha adottato regalandogli un sogno poi realizzato. Alla fine, non senza soffrire, Haussler opta per il passaporto australiano, dandosi così una chance per la rassegna iridata di casa, a cui tuttavia non riuscirà poi beffardamente a prender parte braccato dalla malasorte.

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Nel frattempo, la sua carriera cambia velocemente, prendendo in maniera tanto rapida quanto inaspettata una parabola che in breve lo porta dalle porte del paradiso a momenti neri come il carbone estratto dalle miniere attorno ad Arenberg, luogo simbolo con la sua foresta della “corsa più dura e brutale del mondo”: la Parigi-Roubaix. Tuttavia, più che l’Inferno del Nord (dove l’australiano in quattordici partecipazioni non riuscirà ad andar oltre due sesti posti,) sono i due monumenti precedenti a rischiare di cambiargli la vita nel 2009, il suo anno d’oro. In quella stagione, Heino conquista sei (classifiche parziali e generali escluse) delle ventidue vittorie ottenute in carriera: centra un indimenticabile successo al Tour de France sotto un diluvio torrenziale nella tappa di Colmar (a pochi chilometri dalla sua casa di Friburgo), ma soprattutto sfiora due colpi che, se mandati a segno, avrebbero probabilmente dato tutta un’altra direttiva al suo percorso nel ciclismo professionistico.

Se però la piazza d’onore rimediata al Giro delle Fiandre (il secondo consecutivo di Stijn Devolder) di quella stagione può considerarsi più un secondo posto guadagnato che un’occasione persa, la Classicissima di Primavera invece si configura appieno come il più grande rimpianto della carriera, il risultato per cui (ed è paradossale, per un secondo posto) il suo nome è e sarà ricordato negli anni a venire, addirittura prima dell’assolo di Colmar o dell’anno passato con la maglia di campione nazionale australiano addosso. Ovviamente, questa sorta di classifica avrebbe potuto avere un ordine diverso se, a dar ulteriore risalto a quella Sanremo, non avessero contribuito il nome del primo classificato e il modo con cui prese forma quell’ordine d’arrivo.

A batterlo sul traguardo della città dei fiori, infatti, fu un rapace Mark Cavendish, che quel giorno purtroppo per Haussler si esibì in una delle più feroci e superlative volate della sua vita: il suo sforzo (nonché la sua brillante lettura della corsa dopo quasi trecento chilometri) per riprendere il portacolori della Cervélo, saettato fuori dal gruppo nelle ultime centinaia di metri con l’intenzione di lanciare lo sprint di un Thor Hushovd meno brillante di lui, fu straordinario per potenza e cinismo e culminò in un bruciante colpo di reni sulla linea bianca a suggellare una delle sue vittorie più memorabili. Ad Haussler, invece, tagliato il traguardo e capito che a vincere era stato Cannonball, non rimasero che pezzi di un sogno infranto, il messaggio rincuorante di suo fratello («Avresti dovuto dire a Cervélo di farti la bici più lunga di due centimetri») e il rammarico per un’occasione persa che il destino non gli avrebbe più concesso. E in effetti Haussler, a quella infinitesimale distanza da una vittoria in grado di segnare una carriera, non si ritroverà mai più.

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Nella stagione successiva, l’australiano parte con grandi aspettative, ma la fatalità degli eventi in cui rimane coinvolto e una situazione fisica precaria finiscono per travolgerlo, incidendo in maniera così profonda a livello psicosomatico che non sarà più in grado di avvicinare i picchi toccati solo qualche mese prima. La caduta a febbraio nella terza tappa della Volta ao Algarve, doppiata qualche settimana dopo dal capitombolo alla Parigi-Nizza, è la miccia che fa deflagrare la carriera di Heino, conducendolo in un’infima relazione con la sfortuna che avrà piacere a infliggergli tremende scottature, ma dal quale l’australiano troverà sempre modo di divincolarsi grazie alla forza datagli dai suoi familiari, al suo amore puro per il ciclismo e alla propria straordinaria determinazione nel non voler farsi sopraffare dal fato.

Facendo leva su questi tre fondamentali appigli, nelle stagioni seguenti Haussler avrà modo di tornare qualche volta a mettere la propria ruota davanti a quella degli altri (soprattutto nel 2011, annata da tre vittorie). Vivrà anche stagioni complessivamente discrete contraddistinte da una certa regolarità (come il 2012, venti piazzamenti tra i primi dieci), ma soprattutto riuscirà sempre a tirarsi fuori da situazioni complicate, resistendo agli assalti di un malefico destino al quale, talvolta, sarà lui stesso a fornire degli assist diabolici. Nel 2010, ad esempio, non sono solo le cadute (a quelle di inizio anno si sommeranno quelle del Giro di California e, in particolare, quella del Giro di Svizzera, a cui seguirà la sua prima operazione al ginocchio) a stopparne più volte la marcia e colpirne il morale.

Il 23 maggio, tornando verso la propria abitazione dopo l’ennesima serata fuori casa trascorsa a bere, Haussler alla guida della sua vettura va a impattare piuttosto violentemente contro un’altra macchina, per fortuna senza causare serie conseguenze a nessuna delle persone coinvolte. L’alcol nel sangue del corridore della Cervélo è chiaramente oltre i limiti consentiti; e, nonostante vada a sincerarsi delle condizioni dell’altro uomo coinvolto («non so come avrei potuto vivere col fardello di aver causato qualcosa di grave a qualcuno», raccontò), la notizia presto si sparge, arrivando alle orecchie dei responsabili della sua squadra (che gli tratterranno il 10% dello stipendio) come a quelle dei suoi genitori, di fronte ai quali l’imbarazzo è grandissimo.

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Heino, di fronte a quanto accaduto, è scosso e decide di rifugiarsi nella psichiatria, una soluzione a cui ricorrerà anche più avanti nel suo annus horribilis, quel 2017 in cui prenderà il via ad appena dodici corse in tutta la stagione. Prima, però, nei sei anni fra questi due momenti, il canguro di Inverell non viene lasciato in pace e sono molti altri gli ostacoli e i duri momenti che deve superare in successione. Nel 2011, pur vincendo e correndo con voglia di rivalsa, è tormentato dal fatto di non riuscire a raggiungere nuovamente la forma del 2009; tant’è che, ad esempio, finisce in lacrime dopo la Milano-Sanremo afflitto dalla pochezza della sua prestazione. Un approccio più comprensivo e meno esigente nei propri riguardi lo assume l’anno successivo, dove con filosofia arriva ad ammettere che uno stato di forma come quello del 2009 «si raggiunge una volta nella vita, quando tutto va perfettamente come deve andare. È molto difficile raggiungere di nuovo quel livello: se mai ci arriverò di nuovo, lo gestirò in modo diverso».

Con questa consapevolezza, dopo un 2012 senza acuti, Haussler spera che possa essere il 2013 a ridargli il colpo di pedale vincente; ma i buoni propositi vanno in frantumi con lui nella sesta tappa del Giro di Svizzera (una manifestazione poco fortunata), quando finisce malamente a terra fratturandosi bacino e anca. A caldo, il corridore della Garmin (un ambiente in cui poi ammetterà di non essersi trovato particolarmente bene) si fa travolgere dallo sconforto e pensa semplicemente che sia finita. Nonostante la frustrazione, passato qualche giorno, comprende che alla fine questo non è nient’altro che l’ennesimo incidente di percorso: qualcosa di normale, per un ciclista che anche questa volta riuscirà a tornare in sella.

Il rientro avviene due mesi più tardi, ma per trovarlo nuovamente nelle posizioni che contano bisogna aspettare le ultime delle corse della stagione, quando si piazza quarto e sesto alla Parigi-Tours e alla Parigi-Bourges, risultati che gli danno la fiducia per puntare con rinnovata ambizione al 2014. Sull’onda dei buoni riscontri avuti, Heino vuole subito mettere in strada tutto il suo spirito battagliero e dimostrare ai dirigenti della IAM, che l’anno prima hanno puntato su di lui, di essersi meritato la loro fiducia. Il suo generoso proposito, però, nell’arco della stagione gli gioca un brutto scherzo, portandolo per ben tre volte ad ammalarsi a causa di carichi di lavoro esagerati, errore che indubbiamente lo induce a dare un ulteriore rabboccata al serbatoio dell’irritazione personale. Nonostante gli stop obbligati e il crescente risentimento, nei mesi conclusivi dell’annata risulta ancora una volta decisamente performante (cinque volte tra i primi dieci tra settembre e ottobre) e, conscio delle complicazioni avute e di come fare per evitarle, decide di mettere nel mirino il campionato nazionale su strada che si sarebbe corso in apertura di 2015.

©Team IAM Cycling, Twitter

Supportato dal compagno David Tanner e con Roger Kluge (accorso sulle strade oceaniche per allenarsi in vista del Tour Down Under) in versione passa-borracce, Haussler si allena intensamente per due settimane nella zona di Falls Creek, realizzando lavori e sessioni che l’11 gennaio danno i loro frutti: con uno sprint superbo e dopo essersi infilato nell’azione buona, Haussler resiste al ritorno di un giovane ed esplosivo Caleb Ewan e si laurea campione nazionale. Ammetterà di «aver avuto l’acido lattico che gli usciva dalle orecchie» e che «gli ultimi cento metri sembravano quelli della Sanremo di sei anni prima» ma che, a differenza di quel pazzesco sprint del marzo 2009, questa volta si è detto che «non poteva accadere di nuovo». Così è stato.

Il primo posto di quel giorno, il migliore della sua vita, e il poter portare per un anno intero la maglia coi colori giallo-verdi, costituiscono per lui una rivincita seppur parziale sulla malaugurata serie di eventi che ha falcidiato la sua carriera fino a quel momento, mettendolo spesso fuori gioco e privandolo di importanti soddisfazioni. È il preludio perfetto per una stagione (una delle poche) senza incidenti compromettenti, una stagione in cui la divisa di campione australiano risplende riconoscibilissima in mezzo al gruppo per settantadue volte. Anche in Italia si ha modo di ammirarla, grazie alla prima partecipazione in carriera di Haussler alla Corsa Rosa; una manifestazione che viene portata a termine dall’esponente della IAM senza lasciare il segno, ma dando l’ennesima prova di tenacia.

Heino, infatti, si ammala al termine della prima settimana e, dopo aver passato una notte a vomitare e sputare liquidi, trascorre l’intero giorno di riposo in ospedale a reintegrare i fluidi. La situazione, alla ripartenza da Civitanova Marche, non è per lui delle migliori, ma la tappa per sua fortuna è pianeggiante e dentro di sé ha già messo nel mirino il traguardo finale di Milano. È grazie a quello, ben chiaro e visualizzato nella sua mente, che riesce a superare salite complicate come Colle delle Finestre, Tonale, Saint Pantaleon e Mortirolo e giungere finalmente nel capoluogo lombardo, dove tuttavia i suoi intenti bellicosi vengono spenti dall’azione da finisseur di Luke Durbridge e Iljo Keisse, con quest’ultimo vincitore in Corso Sempione.

©Cycling Weekly, Twitter

Rimasto a bocca asciutta nel belpaese, Haussler può consolarsi tornando a casa. Ad aspettarlo, i gemelli Samuel e Heinrich, nati nel mese di aprile. È un notevole cambiamento nella sua vita: se prima viveva esclusivamente attorno al ciclismo, ora deve per forza tener conto dei due nuovi arrivati che necessitano delle stesse cure e dello stesso amore che lui, finora, ha riservato alla sua compagna e alla sua bicicletta. Come tutti quelli che hanno avuto dei figli, anche nel suo caso «aumenta lo stress e non dormi abbastanza», perché quello a cui si è sottoposti «è un grande cambiamento» e andar via diventa più difficile; ma, allo stesso tempo, la forza e l’energia che ricevi in cambio sono qualcosa di unico.

Haussler prova in tutti i modi a centrare un successo da dedicare ai due pargoli sia nei mesi finali del 2015 che in tutto il 2016, ma in nessun caso riesce a dare la zampante vincente. In compenso, nel nuovo anno torna a brillare nelle classiche monumento, quelle che sembravano poterlo lanciare qualche stagione prima, piazzandosi settimo nella volata di gruppo che a Sanremo incorona tra le polemiche Arnaud Démare e sesto nella Roubaix del sorprendente trionfo di Mathew Hayman su Tom Boonen. Torna anche al Giro d’Italia, in cui seppur senza problemi di sorta non incide in alcun modo. E così nei restanti mesi, durante i quali non va oltre due quarti posti al Giro di Polonia prima di chiudere gli impegni agonistici ai Mondiali di Doha.

Pur senza alzare le braccia al cielo, terminata la rassegna iridata Haussler ha comunque concluso due anni senza complicazioni fisiche o infortuni gravi, disputando un calendario regolare e riassaggiando in certi casi sensazioni quasi sopite, come l’ebrezza di essere nel vivo della corsa e il brivido di giocarsi qualcosa di importante. Il suo ritorno a buoni livelli di competitività non passa inosservato, tant’è che a settembre Heino, anche a causa della chiusura della IAM, trova una nuova collocazione in gruppo firmando per la neonata Bahrain Merida, che gli riserva un posto nel proprio roster convinta dalla sua versatilità e dalla possibilità di spendere le sue qualità su più terreni.

Per la terza volta in carriera dopo il debutto con la Gerolsteiner, l’australiano si trova a far parte di una squadra al primo anno nel mondo del ciclismo, una situazione in cui l’entusiasmo, la voglia di far bene e di mostrare a tutti di essere subito vincenti e competitivi la fanno da padrone. Anche lui vuole assecondare, come gli è già accaduto in precedenza, le ambizioni della nuova squadra e ripagarla dell’investimento. Quindi, dopo il fisiologico stacco successivo all’ultima gara stagionale, l’australiano riprende a pedalare a novembre per rodare subito la gamba; ed è lì, in una di quelle uscite a fine anno, che torna a incrociare l’asfalto, un incontro di cui indubbiamente avrebbe fatto a meno.

©Flowizm …, Flickr

La caduta del 26 novembre, purtroppo, non è di poco conto: la diagnosi parla di distorsione e edema alla capsula del ginocchio sinistro. È l’inizio di quindici mesi infernali, un lunghissimo periodo dove deve fronteggiare due operazioni chirurgiche, problemi nel percorso riabilitativo e inevitabili momenti di forte depressione. Per quanto lui e la sua tempra lo portino ad insistere e ad accelerare i tempi, l’età che avanza e un fisico non proprio intatto non agevolano la sua ripresa: nel 2017, definito da lui «il peggior anno della mia vita», Haussler riesce a prendere il via a sole sette corse. Gareggiare in quelle condizioni, però, diventa un supplizio: riesce a malapena a mettersi in sella senza dolore.

Come nel 2010, trova allora una valvola di sfogo nella psichiatria; ma, a differenza di sette anni prima, di fianco a lui ci sono una moglie e due figli che gli forniscono quelle motivazioni e quella spinta ulteriore per venirne fuori in qualche modo. Dentro di sé, infatti, Haussler sa e pensa che non può finire così: non può mollare la bicicletta e l’amato ciclismo sdraiato sul divano di casa a compiangersi. Tre anni prima, in un’intervista, aveva dichiarato che forse avrebbe corso altri tre anni, «ma non fino ai quaranta, perché ogni anno diventa sempre più duro correre a livelli così alti»; ora, tuttavia, farebbe di tutto per poter sfrecciare ancora una volta in mezzo al gruppo e sentire la pelle d’oca provocata dall’adrenalina dei finali concitati.

Ad agosto, quando spinto dal proprio orgoglio e dal supporto dei propri cari torna a spillarsi il numero sulla schiena, dice senza mezzi termini che «è la sua ultima occasione» e che «altrimenti, se capirà di non potercela più fare, smetterà». Le uniche sei corse a cui prende parte da quel momento a fine anno, anche se concluse lontano dai primi, gli danno le conferme di cui ha bisogno; ricevuto il sostegno necessario dalla squadra, corregge immediatamente il tiro rispetto a quanto affermato nei precedenti confronti e confessa il suo nuovo desiderio, quello di «correre fino a quarant’anni». Ovviamente, avendo perso lo smalto e lo spunto dei giorni migliori, le motivazioni che stanno alla base di questa sua scelta sono diverse: fra queste, la principale è quella di fornire un contributo sostanziale ai giovani in squadra dando quei consigli, quelle dritte e quei suggerimenti che lui stesso, anni addietro, ha ricevuto da Roger Hammond e Andreas Klier al momento del suo sbarco tra i professionisti.

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Prima di cimentarsi in questo nuovo e stimolante ruolo, Heino deve finire il suo personale calvario e superare lo sfortunato avvio di 2018, che si apre con l’ennesima caduta e la conseguente frattura della clavicola. Sono altre quattro settimane a casa, ma ormai la luce in fondo al tunnel è sempre più vicina e abbagliante e con la Kuurne-Bruxelles-Kuurne Haussler può definitivamente iniziare a lavorare per i vari capitani di giornata e far da chioccia ai nuovi arrivati. Rincuorato, ristabilitosi fisicamente e riappacificatosi col fato, il corridore della Bahrain Merida torna con nuovo spirito ad apprezzare ogni momento passato in mezzo al gruppo e ogni fase in cui può rendersi utile; dà il 100% per la causa del team del principe Nasser bin Hamad Al Khalifa. Dopo troppo tempo passato a leccarsi le ferite, a dover osservare i compagni in televisione fremendo e rammaricandosi per non aver potuto dare una mano in qualche modo, ora quello che Haussler vuole è semplicemente correre perché sa che «c’è una vita dopo il ciclismo, che non si può tornare ad avere vent’anni e che quando dici basta è per sempre». Vuole essere sicuro «di aver dato tutto quello che aveva» ed è per questo che non si è ritirato: se lo avesse fatto, «avrebbe avuto grandissimi rimpianti prima di iniziare il capitolo successivo della sua vita».

È quindi con l’obiettivo di sfruttare al meglio la seconda chance che ha avuto e di prolungare la sua carriera agonistica, che Heino si è messo a completa disposizione del team, mettendo il suo zampino in vittorie importanti (la Sanremo di Nibali su tutte), impartendo preziose lezioni ai corridori più giovani di lui (tra questi Colbrelli, uno che come l’australiano ama il freddo e riesce a dare il meglio di sé col maltempo) e notando come le cose nel ciclismo siano cambiate col passare degli anni. In questo modo, nel 2019 Haussler ha ammirato la classe senza tempo di un “giovanotto” che risponde al nome di Alejandro Valverde e lo spunto di Mathieu van der Poel («uno dei talenti più limpidi che il ciclismo abbia visto»); ha convenuto come gli atleti più anziani costituiscano ancora adesso un valore aggiunto («i ragazzi di oggi sono davvero forti, ma non hanno cervello: noi possiamo leggere la corsa»); e, assistito dalla sua infinita voglia e da un buono stato di salute, a fine anno si è anche lanciato nel ciclocross, rimanendone estasiato.

©Le Col, Twitter

Anche alla luce di queste ultime esperienze, oggi si può dire che Haussler non solo sia riuscito brillantemente a concretizzare la sua aspirazione di vita, ma si sia anche guadagnato un ruolo di tutto rispetto all’interno di quel gruppo in cui da giovane sognava di sgomitare. Stagione dopo stagione, infatti, caratteristiche e pedigree l’hanno trasformato in un apprezzato mentore in corsa, specializzato in un settore tanto variegato quanto complicato come quello delle gare di un giorno e delle classiche del Nord. In mezzo, però, il nativo di Inverell, accompagnato dal suo inseparabile cavallo talvolta schizofrenico ma sempre fedele, ha dovuto sopportare un’incredibile numero di incidenti e sventure che più volte ne hanno messo a dura prova fisico e tenuta mentale, stimolando ripetutamente la sua tenacia, la sua capacità di incassare i colpi e la sua incrollabile determinazione nel voler recuperare sempre per provare ancora quella «sensazione di essere in lotta, attaccare e sentire la gente urlare il tuo nome». È per quelle emozioni che Heino è riuscito in ogni occasione a rialzare la testa e a imporsi sulla malasorte. È per quelle che anche quest’anno è possibile vederlo in testa al gruppo. È per quelle che il ciclismo è stato, ed è tutt’ora, (quasi) tutta la sua vita.

 

 

Foto in evidenza: ©Team Bahrain McLaren, Twitter