Igor Antón Hernández è uno dei massimi esponenti del movimento ciclistico basco.

 

Igor Antón ha detto basta al termine della Vuelta a España 2018: finita la corsa, finito anche lui. Avrebbe potuto farlo prima ma probabilmente la sua passione andava oltre la nostra stupida saccenteria: come se meritasse di continuare soltanto chi vince, e allora il ciclismo non avrebbe gregari, e allora il ciclismo non esisterebbe e se anche esistesse saprebbe di poco, senza gregari. Igor Antón si è ritirato da buon corridore ormai decaduto. Il suo arrivederci non è stato né programmato e asfissiante come quello di Boonen, né struggente come quello di Contador né tantomeno estenuante come quello di Cancellara. È stato giusto, molto semplicemente. Come la carriera del basco, scandita da momenti precisi e circolari.

Finché ha potuto la Euskaltel-Euskadi ha vissuto con una dignità che atterriva, spaventava, ridimensionava. La terra dei Paesi Baschi ribolle: genera incendiari, rivoluzionari, utopisti, sognatori. Bilbao è il suo cuore pulsante: la diciannovesima tappa della Vuelta a España 2011 propone per gli uomini in arancione un appuntamento con la storia. Per niente elegante si presenta Igor Antón. Quel giorno Bilbao non è una città ma il rettilineo d’arrivo: sono scesi tutti in strada, la loro seconda (siamo proprio sicuri?) casa, dove manifestano, urlano, reclamano i loro diritti. Storditi da urla e slogan ne esigono di nuovi e pericolosi. È l’ultima vittoria di Igor Antón e della Euskaltel-Euskadi alla Vuelta. Due anni più tardi la squadra non esisterà più. La storia non è una favola.

Qualche mese prima, al Giro d’Italia, il basco aveva centrato un traguardo prestigioso. Impervio e selettivo, lo Zoncolan si concede soltanto al più forte. Nel corso della sua breve storia ha impreziosito il palmarès di corridori illustri: Simoni, Basso, Rogers, Froome, Fabiana Luperini, Annemiek van Vleuten. Nel 2011 toccò ad Igor Antón. Scattò ai meno sette e non si voltò più. Non chiese nemmeno una volta il cambio a Contador in maglia rosa, che gli rimase appeso come un ragno alla tela ormai consunta. Lo spagnolo, saggio e stanco, si accorse che il ritmo del rientrante Scarponi gli andava più a genio. Igor Antón staccò Contador a tutti gli effetti, il privilegio di indossare la maglia rosa però alimenta finzioni necessarie. Il Giro d’Italia è tornato sullo Zoncolan nel 2018 e Igor Antón c’era. Il primo del gruppo a provare l’allungo è stato lui. Nello spazio di poche pedalate si è inabissato come il Titanic, bello e tragico. Il passato va onorato. “Affrontare lo Zoncolan, per me, è sempre un’emozione speciale”, spiegò a parole quel che si era già potuto vedere a pedali.

Portare a termine la Vuelta a España 2018 e poi ritirarsi non ha niente di casuale. La Vuelta è la corsa preferita di Igor Antón: quella dove ha emozionato di più, dove ha vinto di più (quattro volte su un bottino totale di quattordici vittorie), l’unico grande giro che ha persino rischiato di vincere. Nel 2010 sembrava imbattibile, a Madrid mancava una settimana e un po’ di salita, tante altre le aveva già spianate lui stesso. Due successi di tappa e la maglia rossa non bastarono a scoraggiare la sfortuna. Cadde e si ruppe il gomito, quella che doveva essere la sua corsa finì invece nelle mani e nelle gambe di Nibali. Igor Antón si ritira al termine dell’ennesima edizione conclusa della sua gara preferita, esattamente nello stesso anno in cui una squadra basca torna alla ribalta nella grande corsa a tappe spagnola. “Credo che questo sia il momento perfetto per prendere una decisione del genere”, ha chiuso Igor Antón. Il basco mente: all’importanza e alla precisione dei momenti sta attento da una vita.

 

Foto in evidenza: ©Georges Ménager, Flickr

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.