La strada che sale sulla Côte de la Redoute è grigia e ruvida come la pelle di un vecchio fumatore. Mentre gli dei confabulano e osservano il mondo in modo sbilenco, i corridori sono pronti ad affrontarla in una tiepida giornata di primavera. Il cielo sopra di loro è il mondo che arde dentro Frank Vandenbroucke. L’azzurro terso si nasconde dietro nuvole che da bianche diventano grigie, il sole a volte sembra distratto e mentre Radio Corsa gracchia il distacco da un folle Jalabert in fuga solitaria, l’ammiraglia Mapei invita a tirare a tutta per Michele Bartoli.

Milleseicentoquaranta metri con punte che sfiorano il venti per cento di pendenza massima, le braccia tese sul manubrio provano a governare un cavallo di ferro che altrimenti sarebbe imbizzarrito. Quattro maglie bianche macchiate da una spruzzata di colore sono bagnate dal sudore e tirano il gruppo. Al loro fianco il campione olandese ha i denti di fuori che mostrano un ghigno di fatica, un corridore in maglia Lampre invece fa l’equilibrista per non sprofondare nell’asfalto, quello nel giallorosso Polti perde un paio di pedalate. La maglia iridata è elegante, ma ha visto giorni migliori, davanti alla punta del suo naso ondeggia la coda della bici di un ragazzo in maglia Cofidis, che mostra il passo nobile e feroce di un solitario ghepardo pronto ad andare a caccia.

La strada si arrampica tutta dritta e poi si stringe: è la lunga punta di una lancia pronta a lacerarti. La gente a bordo strada aumenta, sull’asfalto c’è scritto “PHILIPPE GILBERT” e pensare che siamo ancora nel 1999; alcune macchine sono parcheggiate a bordo strada: inutili e sbuffanti mezzi di trasporto al cospetto delle gigantesche biciclette. Il chiasso fa da contorno all’attacco di Michele Bartoli: le mani sono basse sul manubrio come a voler imprimere ancora più vigore. Le spalle ondeggiano e lanciano una sfida al vento mentre da dietro Boogerd  maltratta la sua compagna di viaggio strapazzandone i pedali per cercare di mettersi in scia.

Il gruppo è in fila indiana per il ritmo imposto dal corridore toscano che ora ha qualche metro di vantaggio: poi all’improvviso Frank Vandenbroucke. Il suo attacco è come un ombra che non svanisce, un lasciapassare verso il ricordo eterno. Casco e cappellino coprono il biondo ossigenato dei suoi capelli e gli occhiali nascondono i suoi reali sentimenti. Dentro ribolle un vulcano che zampilla sotto forma di pedalate, supera a uno a uno tutti i malcapitati, raggiunge Bartoli, lo bracca, lo affianca.

Bartoli ora lo osserva, lo scruta, prova a registrare le dimensioni di quel terremoto, guarda avanti per non ruzzolare e accelera nuovamente. Vandenbroucke è un principe a passeggio, pedala facile con un lungo rapporto. La strada sale, fa una semicurva, i due lanciano una volata, sotto quella forza il percorso sembra in pianura, la loro all’apparenza è una sfida inutile, ma diventa un graffio al sistema che provoca una cicatrice eterna.

Si sale ancora, la gente aumenta, batte le mani, urla il nome di Vandenbroucke. I due proseguono il loro ispirato duello: il traguardo sembra vicino e invece è distante trentasette chilometri. Il biondo in maglia Cofidis plana. Ora sembrano correre su due corsie differenti, dove passa Vandenbroucke la strada pare in discesa, dove macina l’asfalto la bici di Bartoli, le pendenze si fanno sempre più aspre: sono le gambe giudici impetuosi per ogni corridore. Il belga allunga, lancia la sfida, si fa beffa dell’italiano. L’oblio è lontano, il cielo sopra di lui per un attimo si fa di nuovo grigio: arrivato in cima Vandenbroucke si ferma.

Vincerà quella Liegi-Bastogne-Liegi dopo aver staccato Boogerd qualche decina di chilometri più avanti. Il suo nome sarà scritto per l’ultima volta nell’albo d’oro di una grande corsa. Lui lo dimenticherà, il male lo risucchierà. Il cielo dentro di lui si farà sempre più grigio, noi invece quando guarderemo il tetto sopra la Redoute penseremo a quel giorno quando si inventò quella volata, quando spianò quella lingua d’asfalto e arrivò a tanto così dal toccare le stelle.

Alessandro Autieri

Alessandro Autieri

Webmaster, Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. Doppia di due lustri in vecchiaia i suoi compagni di viaggio e vorrebbe avere tempo per scrivere di più. Pensa che Mathieu Van der Poel e Wout Van Aert siano la cosa migliore successa al ciclismo da tanti anni a questa parte.