A Ramūnas Navardauskas il ciclismo ha dato e tolto in egual misura.

 

 

Che qualcosa non andava, Ramūnas Navardauskas l’aveva capito durante il Tour of Croatia. Che ci fosse bisogno d’un intervento chirurgico, divenne palese durante il Delfinato: Navardauskas si stancava facilmente, non riusciva a spingere com’era sua abitudine e il suo cuore faceva le bizze. Si trattava di un’aritmia, che andava sistemata con un’operazione in una clinica tedesca e poi digerita con qualche mese di pausa. In un primo momento, Navardauskas era impaurito: nessuno vorrebbe sapere che il proprio cuore non lavora bene, magari girando improvvisamente a vuoto. Poi, alla paura subentrò la delusione: tra la preparazione, la diagnosi, l’operazione e il decorso, il 2017 era stata un’annata da buttare – ed effettivamente buttata via. Era la prima con la Bahrain Merida, la squadra che lo aveva fortemente voluto per supportare le ambizioni di Vincenzo Nibali. E invece, niente da fare. Ramūnas Navardauskas sarebbe tornato la stagione successiva, all’inizio del 2018: ce l’aveva fatta, insomma. Ma non sarebbe mai più stato il corridore di prima.

Avere undici anni nella Lituania di fine anni novanta non doveva essere così divertente. Nella Lituania contadina e rurale, peraltro. All’epoca, data la sua altezza, erano in molti a pronosticare a Navardauskas un futuro da cestista: d’altronde, la tradizione lituana non mente. Tuttavia, siccome nel paese più vicino alla fattoria della sua famiglia si parlava soltanto di calcio e di ciclismo, Navardauskas finì per appassionarsi alla bicicletta. Il problema – eufemismo – era che non ne possedeva nemmeno una. Stando alle sue parole, all’epoca erano le federazioni a procurare i mezzi a chi voleva provare seriamente l’attività: biciclette vecchie e pericolose, pedali con la gabbietta, da dividere con altri due o tre ragazzi almeno. D’inverno, la neve ricopre tutto, quindi non si può pedalare: tocca darsi ad altri sport. Navardauskas capì in fretta che doveva andarsene di lì, se voleva inseguire una carriera. Le trasferte iniziarono a tredici anni per non finire mai più: Polonia, Ungheria, Croazia; poi il centro sportivo dell’UCI, in Svizzera, e una piccola squadra piemontese. Dopodiché, nel 2011, il professionismo con la Garmin-Cervélo.

Davanti, ad alimentare una fuga alla Parigi-Nizza 2019; alle sue spalle, un suo compagno di squadra: Alessandro Fedeli. ©Paris-Nice, Twitter

Ramūnas Navardauskas è stato il primo ciclista lituano a fare diverse cose. A vincere una tappa del Tour de France, ad esempio: la diciannovesima, era il 2014, e due giorni dopo arrivò terzo nella volata dei Campi Elisi. A vestire la maglia rosa, anche: al Giro d’Italia 2012, al termine della cronosquadre di Verona; Zabriskie, suo compagno di squadra, lo soprannominò “honey badger” per la determinazione che gli permise di rimanere attaccato agli altri: l’honey badger è il tasso del miele, un mammifero estremamente aggressivo nonostante la taglia modesta. Infine, Navardauskas è stato il primo ciclista lituano a conquistare una medaglia ai campionati del mondo: a Richmond, nel 2015, medaglia di bronzo dietro a Sagan e Matthews. Lui l’ha definito il risultato più importante della sua carriera e la Lituania l’ha preso sul serio: è stato letteralmente assediato per settimane, travolto da quella popolarità che non gli era mai stata riconosciuta. E che lui non aveva mai esatto, beninteso: è un tipo abbastanza schivo, Ramūnas Navardauskas.

La sua vita procede bene: ha compiuto trentadue anni il 30 gennaio, studia Scienze Motorie all’Università di Klaipėda e si sposta tra la Lituania e la Spagna a seconda della stagione e del clima. A fargli compagnia c’è Gabrielė Jankutė, bionda pistard lituana nata, come Navardauskas, a Šilalė, cinquemila anime in campagna. La Lituania, Navardauskas, la porta con sé comunque, essendone campione nazionale dopo aver vinto la prova in linea nel 2019; la sua squadra, proprio dallo scorso anno, è la NIPPO DELKO One Provence, una Professional che sopperisce alla mancanza di talento col coraggio e l’incoscienza tipiche degli attaccanti. Da quella carriera che gli è sfuggita di mano, Navardauskas ha imparato una cosa: ad accettare quello che viene. «Sono felicissimo per questo terzo posto», disse senza retorica appena sceso dal podio dei campionati del mondo di Richmond; «Sono imbarazzato per aver esultato, ma un secondo posto è sempre un secondo posto», riconobbe sul traguardo di Vicenza al Giro d’Italia 2013: pensava d’aver vinto e invece c’era Visconti in fuga. Quando gli venne chiesto un consiglio da dare ai ciclisti più giovani, lui disse proprio questo: «Godetevela».

 

 

Foto in evidenza: ©Los Angeles Times

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.