John Degenkolb ha esplorato il pavé in tutte le sue forme.

 

 

«Il virus mi ha infettato da bambino», dice John Degenkolb. Per fortuna non si tratta dell’ormai tristemente famoso Covid-19. Quello di cui parla Dege – «so che in molti mi chiamate così» – sul suo sito è un morbo sano, che «non mi ha più lasciato»: la febbre da bicicletta e l’amore per il ciclismo. Sì, perché il nostro non è solo uno splendido corridore, trentuno anni e una carriera già foriera di incredibili successi. John, più che altro, è un tipo alla Wellens, alla De Gendt: gente che ogni poco rilascia dichiarazioni d’amore per questo strumento antico e moderno allo stesso tempo, che sente la bicicletta non solo come un mezzo per giungere alla vittoria, non solo come “semplice” sport; bensì come vita, come filosofia, come scopo. Nel caso del tedesco, l’amore viscerale è in particolare per i cubetti di porfido chiamati pavé, ciottoli che subito richiamano alla mente una corsa, quella corsa, l’Inferno del Nord che giunge alla vecchia città industriale di Roubaix. Un totem, un monumento che come tale va preservato.

©Cyclingnews.com, Twitter

«Non ho avuto bisogno di pensarci un solo secondo, quando ho ricevuto la richiesta di diventare il primo professionista ambasciatore di Les Amis de Paris-Roubaix». L’associazione non profit che mantiene e protegge il corso della Parigi-Roubaix, intatto o quasi nella sua ultracentenaria storia. Lo preservano dalla modernizzazione garantendogli la peculiarità di corsa unica al mondo, brutale ed affascinante, dura e catartica. «Sono molto orgoglioso di restituire qualcosa alla gara a cui devo così tanto». Perché proprio nel 2019 Degenkolb ha addirittura salvato la Regina delle Classiche degli juniores in un giorno, lanciando una campagna fondi a sostegno della corsa giovanile che si svolge fin dal 2003. Si stava rischiando di non poterla fare a causa di un budget eccessivamente ridotto, ma il crowdfunding da lui lanciato ha superato l’obbiettivo prefissato (diecimila euro, di cui duemilacinquecento messi proprio da John). «Insieme possiamo dare un piccolo contributo per salvare la storia del ciclismo». Quest’anno, in onore al grande impegno che ha permesso il salvataggio della corsa dei ragazzi, si è tenuta una cerimonia per personalizzare il settore di pavé da Hornaing a Wandignies-Hamage (lungo tremilasettecento metri), che prenderà proprio il nome di John Degenkolb. «Sono stato molto sorpreso quando mi hanno contattato dicendomi che avrebbero fatto questo. È un grande onore».

Degenkolb nasce il 7 gennaio 1989 a Gera e cresce in un piccolo villaggio della Baviera chiamato Weißenburg. Dopo un breve fallito tentativo come giocatore di calcio, è il padre ​​a metterlo in bici per la prima volta. John ha solo sette anni: partecipa a una gare e la vince subito. «Ovviamente non ho saputo più resistere. I miei genitori sono stati i primi a supportarmi, a guidarmi alle gare e ad applaudire per le mie vittorie; mi hanno aiutato a rialzarmi dopo una sconfitta. Il loro entusiasmo e anche le ore di allenamento, impegno e ambizione sono le ragioni delle mie vittorie più importanti».
E le vittorie arrivarono sin da subito. Velocista benedetto da una grande resistenza, oltre ai trionfi negli sprint – memorabili le cinque tappe alla Vuelta al suo secondo anno – Dege inizia a fare incetta di classiche nell’anno seguente. È infatti il 2013 quando fa sua la Classica di Amburgo e la vecchia Parigi-Tours.

L’anno dopo passa alla Giant e domina la Gand davanti a Démare e Sagan; ed è forse lì, nelle terre fiamminghe lastricate di pavé, che comincia ad affinare gli artigli in vista del grande obbiettivo di sempre situato a un passo dal confine belga: il velodromo di Roubaix. Il podio se lo prende subito, solo la seconda piazza però, preceduto dal formidabile Niki Terpstra. Ma John è un campione, ormai lo si è capito e l’anno seguente imbecca la sua (finora) più grande stagione. La Classicissima di Primavera è la prima monumento che mette in bacheca; eppure la Sanremo non basta, poiché John ha quel conto in sospeso con la Regina delle Classiche.

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Il 12 aprile è un giorno di sole e di polvere. Il gruppo come uno sciame di api passa sulla fresca primavera in terra di Francia. Ecco la Foresta di Arenberg, ecco Mons-en-Pévèle. E il velodromo è di nuovo all’orizzonte, come l’anno prima. All’attacco a dieci chilometri dal traguardo con il compagno de Backer, Degenkolb raggiunge da solo dopo quattro chilometri i due ultimi fuggitivi, Van Avermaet e Lampaert. Sul terzetto di testa rientrano Štybar, Elmiger, Boom e Keukeleire. Ma Degenkolb entra al velodromo sicuro delle doti succitate, resistenza e velocità; l’ultima curva è un lampo, John mulina il lungo rapporto all’uscita della curva. Per gli altri non c’è più storia. Se scorriamo gli annali, il tedesco è il terzo corridore della storia a realizzare la prestigiosa doppietta Milano-Sanremo/Parigi-Roubaix dopo il belga Cyrille Van Hauwaert, che ci riuscì nel 1908, e all’irlandese Sean Kelly, era il 1986. Non solo, è il secondo tedesco a scrivere il nome nell’albo d’oro dell’Inferno del Nord. Il primo fu Josef Fischer ben centodiciannove anni prima, nel 1896, ovvero nella prima edizione della corsa.

Tutto in discesa, dunque? Non proprio, poiché come si sa il ciclismo si ciba di epica e tragedia. E quello che appare adesso, anno 2016, come un lineare futuro di trionfi, si infrange sul parafanghi dell’auto che investe John e altri cinque corridori in allenamento a Calpe, in provincia di Alicante. La botta non è da poco, poiché si parla addirittura della possibile perdita di un dito della mano. Per fortuna non è così, ma i mesi prima del rientro sembrano infiniti.
Non possiamo dire se la causa sia stata unicamente questa, ma i risultati degli ultimi anni mostrano un John diverso, appannato rispetto all’inizio sfolgorante appena raccontato, alla sua carriera pre-infortunio. Altre vittorie giungono, ma per lo più in corse minori, fino al 2018 e allo splendido sigillo al Tour de France.

E non poteva essere altrimenti, poiché la tappa è una mini-Roubaix. Una giornata di fatica devastante, gli uomini di classifica che vanno giù come birilli, mentre i classicomani (Sagan, Gilbert, Van Avermaet) e ovviamente John sguazzano in quel terreno infernale che però è la loro seconda pelle. Proprio davanti a Van Avermaet, Dege si lancia avanti in una gran volata facendo sua la tappa che aveva partenza ad Arras. Nuove emozioni nelle solite lande e un pianto dirotto nella dedica a un amico appena scomparso.

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Il resto è storia odierna, quando il passaggio a fine 2019 alla Lotto Soudal appare come la vera opportunità per un grande riscatto, per far tornare Degenkolb ai fasti dei primi anni.
«Penso che fosse arrivato il momento di cambiare, provare qualcosa di nuovo, cercare di spremere di più dal mio potenziale, che credo sia ancora lì. Spero di avere successo nelle classiche e in alcuni arrivi in volata».
Gli amici della Roubaix aspettano una rinascita dal grande John, ma anche – supponiamo – tutti coloro che amano il ciclismo e che in corridori simili possono scorgere qualcosa che va oltre al grande sportivo.
«Lo so che in Germania come il Tour de France non c’è niente, ma la Roubaix è un’altra cosa: vincerla ancora è il mio sogno». Che il sogno di John si avveri o meno, poco importa. L’amico della Roubaix ha già scritto un pezzo di storia vincendola; anzi, di più: salvandola.

 

 

 

Foto in evidenza: ©Cycling Weekly, Twitter