Il ritorno di Bjarne Riis ci permette di ripercorrere la sua carriera.

 

 

Overcoming è un documentario che racconta il Tour de France 2004 dal punto di vista della CSC. La squadra schierata era forte, compatta, completa: Basso, Piil, Nicki Sørensen, Voigt, Julich, Peron, Sastre, Arvesen e Bartoli. L’esito della spedizione fu positivo: Basso vinse a La Mongie e arrivò secondo tanto sul Plateau de Beille che in classifica generale; Sastre, quinto a La Mongie e ottavo a Le Grand Bornand, chiuse ottavo anche in classifica generale; Voigt portò via un numero sterminato di fughe, Arvesen fu settimo a Charleroi, Piil secondo a Chartres battuto soltanto da O’Grady. L’obiettivo era la maglia gialla, ma considerata la presenza di Armstrong e della Us Postal Service fare di più era sostanzialmente impossibile.

Ancor prima che sulla corsa, sui corridori e sulla vita che pullula intorno al Tour de France, il documentario si concentra su Bjarne Riis. Nemmeno chi lo conosce bene può dirsi sicuro di capirlo veramente fino in fondo. È nel ciclismo da più di trent’anni, ben prima che nascessero tutti quei talenti precocissimi che nelle prossime stagioni dovrà ingaggiare o combattere. È uno dei personaggi più controversi della storia recente del ciclismo e non si fa fatica a capire perché. La sua presenza è ingombrante e algida, la sua imperscrutabilità proverbiale. È carismatico, sa toccare i tasti giusti, eppure quando parla sembra sussurrare – questo non fa che aumentare il rispetto e la soggezione che gli tributano tutte quelle persone con cui ha a che fare.

©Soigneur, Twitter

Nella cronoscalata dell’Alpe d’Huez, Armstrong mette in mostra una superiorità indecente. Perfino il secondo, Ullrich, prende più d’un minuto di ritardo. A Basso va ancora peggio: ottavo a due minuti e ventitré, ripreso e disperso da Armstrong lungo i tornanti della salita. Seduto sul letto, mentre mangia qualche galletta di riso, Basso riconosce di non aver rubato lo sguardo, ma non gli pare d’essere andato così piano. Riis lo fissa come il genitore fissa il figlio quando la pagella è andata male. «Così non va bene», sentenzia prima di dargli una pacca sulla spalla. Sono le parole con cui si chiude il documentario.

Avere in mano un paese

Nonostante il carattere indecifrabile e una lista di dichiarazioni e atteggiamenti contrassegnati dall’inaffidabilità, Bjarne Riis non ha mai dimenticato di nominare e ringraziare quelle due persone che, a detta sua, sono state fondamentali nel suo percorso di crescita sportiva e umana. La prima è suo padre, Preben, sempre presente nei ricordi di Riis. Così come la nonna, che si occupava del nipote quando Preben lavorava. Di una madre, invece, nemmeno l’ombra: Riis non la nomina mai e di lei si sa poco o nulla.

Se padre e figlio hanno sviluppato un rapporto fortissimo, gran parte del merito va riconosciuta al ciclismo. A otto anni Riis si allenava con una meticolosità e un impegno impressionanti: a lui pedalare piaceva, certo, ma l’influsso costante di Preben fu fondamentale tanto quanto la volontà del figlio. Intuì che il figlio avrebbe potuto – o dovuto, il confine talvolta è labile – sfondare nel mondo del ciclismo. E allora gli organizzava allenamenti mirati, sfiancanti, professionistici. Riis non ha mai capito come facesse suo padre a sapere tutte quelle cose: però le sapeva e questo bastava. «Mi ha insegnato molto, se non tutto», ricordò anni fa. «Eravamo migliori amici. E a chi sostiene che i bambini andrebbero lasciati fare, io rispondo: non me ne frega. Mi piaceva, è stato bellissimo. Ed è stato fondamentale per me».

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Esagerato o meno, quel modello vagamente militaresco inizia a dare i suoi frutti. Nelle categorie giovanili a Riis basta partecipare per vincere: di avversari all’altezza ce ne sono pochissimi e lui, da un punto di vista atletico e psicologico, è fin troppo superiore. Si guadagna un soprannome riciclato ma che continua a tornare buono: Ørnen fra Herning, l’aquila di Herning. Al professionismo ci arriva nel 1986, a ventidue anni. Nelle prime tre non lascia il segno, ma la musica inizia a cambiare dal 1989 quando approda alla Super U, la squadra capitanata dalla seconda figura decisiva della sua carriera: Laurent Fignon.

Tra Fignon e Riis nasce un rapporto solido e un’amicizia ancora più affiatata. Fignon gli insegna sul campo quel che suo padre non ha potuto trasmettergli per ovvi limiti. Riis impara così cosa significa essere il capitano di una squadra agli appuntamenti più importanti, come gestire la pressione e la corsa, come rapportarsi coi gregari e coi direttori sportivi. Ben presto Fignon non potrà più fare a meno di lui. Riis è un gregario onesto, devoto e piuttosto valido, «uno dei migliori su piazza, da prendere a modello», dichiarerà con poca modestia diversi anni più tardi. Se le parole e il personaggio sono discutibili, la sua filosofia invece risulta valida. Cercherà di trasmetterla anche successivamente, quando diventerà uno dei direttori sportivi più quotati del circuito. «Se non puoi vincere in prima persona», spiegava, «fai in modo che il tuo capitano non possa vincere senza di te».

Il fatto è che Riis inizia a vincere fin dal 1989: prima una tappa al Giro d’Italia, poi la prova in linea dei campionati danesi. Nel 1993 vive la prima grande estate della sua carriera: conquista una seconda frazione al Giro d’Italia e arriva quinto al Tour de France, portando a casa anche la tappa di Châlons-sur-Marne. Al Mondiale di Agrigento sarà nono, come l’anno prima a Oslo. Il suo miglior risultato, tuttavia, rimarrà il sesto posto di Stoccarda nel 1991. Nel 1994 strappa un’altra vittoria di tappa al Tour de France e arriva settimo al Giro di Lombardia. Nel 1995 domina il calendario danese, laureandosi nuovamente campione nazionale e trionfando nel Giro di Danimarca. Ma è il terzo posto al Tour de France a proiettarlo in un’altra dimensione: Bjarne Riis non è più soltanto un gregario di lusso.

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Nel 1996 Riis diventa un corridore della Telekom. Pur cambiando diverse squadre – Super U, Ariostea, Gewiss –, la sua escalation non ha subito battute d’arresto. Che stia vivendo il miglior momento della sua carriera è un dato di fatto: ha trentadue anni, un anno prima è salito sul podio del Tour de France e nell’estate del 1996 annichilisce la concorrenza sia nella prova in linea che in quella a cronometro dei campionati danesi. L’atmosfera intorno a lui cambia definitivamente al termine della nona tappa, quando trionfa al Sestriere e veste la maglia gialla. Eppure è un Tour de France strano: il crollo irreparabile di Indurain, tanti rivali al di sotto delle loro possibilità, una schiera di avversari tutt’altro che irreprensibile. Persino Zülle, che aveva vinto il prologo e indossato la maglia gialla per i primi tre giorni, esce malamente di classifica.

Va a finire che la minaccia più consistente Riis ce l’ha in casa, ma Ullrich è bravo e scaltro a non lasciarsi ingolosire: per lui ci sarà tempo e modo di rifarsi. Chiuderà secondo ad un minuto e quaranta. La pietra tombale il danese la mette ad Hautacam, il giorno migliore della sua carriera, mai apparso così dominante in oltre un decennio. «Mi pare d’essere tornato indietro nel tempo», racconta suo padre. «Oggi ha vinto con la stessa facilità con la quale vinceva da giovane».

In una manciata di giorni la vita di Riis risulta stravolta: ha vinto il Tour de France, è il corridore più pagato del gruppo, lo sportivo danese del secolo secondo molti connazionali. Quando torna a Herning non crede a suoi occhi: venticinquemila dei cinquantamila abitanti sono lì per lui, per celebrarlo. Per tutta l’estate i bambini indosseranno le maglie della Telekom, la Danimarca vivrà una stagione di gioia sconsiderata e i ciclisti finiranno nelle prime pagine dei giornali insieme ai politici e ai personaggi più famosi del mondo dello spettacolo. Quando parte per i Giochi Olimpici di Atlanta, lascia a casa Metta, la moglie, e i due figli. Durante la spedizione s’innamora di Anne Dorthe Tanderup, medaglia d’oro con la nazionale danese nella pallamano. Quando la notizia emerge, si ha la sensazione che la stampa e il paese intero non aspettassero altro: una favola a lieto fine, una coppia perfetta, un cerchio che si chiude. «È la risposta danese ai Beckham», scrissero i giornali.

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La sbornia collettiva impediva di constatare la realtà dei fatti: Riis andava per i trentatré anni, non era mai stato un campione e verosimilmente la fine della sua carriera non era così lontana. Fece ancora in tempo a vincere un’Amstel Gold Race nel 1997 e a passare il testimone a Ullrich. Con dignità, per inciso: quinto al Tour de France 1997, undicesimo nel 1998. I motivi che spinsero Riis a ritirarsi nell’estate del 1999 sono molti e una buona parte di questi sarebbero emersi soltanto col tempo. La brutta caduta nella quale rimase coinvolto al Giro di Svizzera di quell’anno, tuttavia, gli fornì un’occasione unica.

Un progetto vincente

Gli addetti ai lavori non hanno mai perdonato a Bjarne Riis la sua impenetrabilità. Era ostico, chiuso, introverso, riservato, inaccessibile. D’altronde era fatto così, il carattere non si può cambiare dall’oggi al domani e magari non si è nemmeno intenzionati a volerlo cambiare. Il ritorno al Tour de France 1997, tuttavia, segnò un’ulteriore frattura tra Riis e la stampa. Essendo il campione in carica e correndo in una delle squadre più forti, tutti volevano parlare con lui. Diversi anni più tardi riconoscerà di non aver saputo gestire bene la situazione, di non essere stato un bravo comunicatore.

«A quell’epoca non c’erano ancora gli addetti stampa, nessun filtro tra me e i giornalisti. Io, che non sapevo cosa dire e che non volevo rispondere a certe domande, finivo per andare in confusione e mandare tutti al diavolo. Venni lasciato da solo anche dalla squadra, forse». Errori di Riis o mancanza della Telekom, fatto sta che il danese non godeva di una buona reputazione. Anche per questo, negli anni successivi, alcune scelte e alcune mosse delle sue squadre verranno chiacchierate e discusse così tanto: ad una visione particolare del ciclismo si univano delle capacità comunicative uniche, nel bene e nel male. «Eppure io stavo solo facendo il mio lavoro», tentava di spiegare. «Lontano dalle corse sono più rilassato, aperto e simpatico. Chi mi conosce bene sa che la stampa descrive solo una parte di me, spesso e volentieri ricamandoci sopra».

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Ritiratosi dal ciclismo professionistico, lavoro per Riis significa passare dall’altra parte della barricata: non più in sella alla bicicletta, ma alla guida di un’ammiraglia. La Memory Card-Jack & Jones, la prima realtà nella quale venne coinvolto nel 2000, nacque due anni prima, nel 1998, quando Riis era ancora un corridore. La compagnia proprietaria della squadra, la Professional Cycling Denmark ApS, fu creata nell’autunno del 1996 e Riis era uno dei cinque soci principali. L’obiettivo della squadra era partecipare al Tour de France entro quattro anni. Ci riuscirono proprio nel 2000, ma Riis salì in ammiraglia a partire da agosto e quindi non prese parte alla campagna francese. Nel 2001 la sua scalata poteva dirsi conclusa: ad appena due anni dal ritiro era già diventato il team manager di una squadra di punta, CSC-WorldOnline – poi CSC-Tiscali.

Al momento del ritiro dalle corse, Riis non sapeva esattamente come avrebbe realizzato quello che aveva in mente: allestire una squadra e portarla ai vertici del ciclismo professionistico. Della lunga militanza in realtà prestigiose gli erano rimasti tanti insegnamenti e tanti dubbi: alcune lezioni importanti, insomma, e tante altre piccolezze che non gli piacevano, che non gli tornavano, che lui considerava errori. Fece una promessa a sé stesso: la sua squadra non avrebbe mai dovuto dimenticarsi il valore della comunicazione, del gruppo, dell’armonia e del sacrificio reciproco. «Divido le mie esperienze in positive e negative», puntualizzava tempo fa. «Quelle positive le uso per fare bene e quelle negative, invece, per ricordarmi quello che non va fatto».

Per cementare l’unione interna, Riis prese l’abitudine di organizzare i primi ritiri invernali secondo uno schema militaresco. La presenza di Bjarne Christiansen, un ex paracadutista, era fondamentale per organizzare il lavoro e parlare coi ragazzi. E così, le squadre di Riis ogni anno si ritrovavano protagoniste di attività impensabili: lunghe escursioni nella neve, sessioni di nuoto in gelate acque lacustri, navigazioni che duravano giorni, simulazioni ed esercitazioni. «So bene che in molti ci prendono in giro, criticando i nostri metodi e reputandoli inutili», diceva Riis. «Non sono d’accordo. Esperienze del genere servono a conoscere il valore dell’unione, della fiducia, del rispetto, dell’amicizia. Questa è la nostra filosofia. Significa forse che saremo imbattibili? Assolutamente no, anche noi possiamo sbagliare. Ma sbagliare è necessario: se sei disposto a prendere dei rischi, allora sei disposto ad esplorare le varie strade più o meno percorribili. Solo così puoi sperare di migliorare».

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Bizzarro quanto si vuole ma evidentemente efficace: al termine del ritiro, i corridori dichiaravano che la stagione non rappresentava un problema e certo non sarebbe stata più faticosa ed esigente di quello che avevano passato; in più, il livello delle squadre allestite da Riis e i risultati ottenuti fanno pensare che qualcosa di utile, in quei metodi avanguardistici e talvolta folli, c’era. A incrinare i suoi progetti, tuttavia, arrivò la mannaia dell’Operación Puerto, che colpì tanto la CSC quanto il resto del plotone. Gli ottimi rapporti col CEO di Saxo Bank, Lars Seier, gli permisero di rimanere a galla seppur in mezzo ad un mare di polemiche e detrattori.

Poi nel 2012 arrivò Oleg Tinkov, vulcanico investitore che di lì a poco sarebbe entrato in conflitto con Riis. Alla fine del 2013, Tinkov decise di comprare la squadra: sborsò sei milioni di dollari a Riis, tenendolo comunque come team manager per un milione all’anno. Come hanno spiegato alcune fonti anonime, era destino che i due litigassero: Tinkov aveva sbagliato a non imporsi con autorità nei confronti di Riis, che da esperto e carismatico uomo di ciclismo ha continuato a gestire la squadra come se il padrone fosse lui; dall’altra parte il danese si è preso troppe libertà, dando l’impressione – forse giusta, peraltro – di voler far passare Tinkov come un eccentrico spendaccione che di ciclismo non capiva nulla – giusta anche questa, forse. Nella primavera del 2015, dopo che Riis non si presentò alla Milano-Sanremo, Tinkov non esitò: Riis venne allontanato e la squadra avrebbe chiuso i battenti alla fine della stagione successiva.

Nell’ultima esperienza alla Tinkoff-Saxo erano emersi alcuni dei limiti storici di Bjarne Riis. La personalità debordante, ad esempio, resa ancora più difficile da arginare dal suo essere strisciante, dal suo manifestarsi con poche parole e qualche pacca sulle spalle. Senza dimenticare l’ambizione divorante e i pesanti carichi di lavoro ai quali sottoponeva i suoi ragazzi – a volte talmente esagerati da fiaccare i corridori fin dalla primavera. Chi voleva criticarlo, poi, ciclicamente tirava fuori una storia del Giro di Svizzera 2010, quando uno dei suoi andò all’ammiraglia per rifornirsi e scoprì Riis con le cuffie agli orecchi intento a seguire una commedia americana. Le voci a riguardo si rincorrono da un decennio, ma la migrazione di diversi uomini di Riis nella neonata Leopard-Trek alla fine di quella stagione qualcosa significò. Tra i corridori che non hanno rimpianto l’allontanamento di Riis dalla Tinkoff-Saxo c’era Contador. «Non siamo mai andati così d’accordo», spiegò in quei giorni. «Quando avevo bisogno di parlare con qualcuno cercavo Steven de Jongh, non Bjarne Riis».

©Tinkoff, Twitter

Monsieur 60%

Chi aveva seguito gli sviluppi della faccenda sapeva già cosa aspettarsi dalla conferenza stampa indetta da Bjarne Riis a Lingby, vicino a Copenaghen. La presenza di uno stuolo di telecamere, come gli avvoltoi nel cielo, suggeriva che di lì a breve ci sarebbe stata una carcassa da spolpare. D’altronde la tendenza era stata inarrestabile: nel giro di pochi giorni, nella primavera del 2007, Dietz, Henne, Bölts, Aldag, Zabel e Holm ammisero di aver fatto uso dopanti. All’appello mancavano due nomi: Riis e Ullrich. Tra i due il primo a parlare fu proprio Riis. «Ho preso prodotti dopanti. Mi sono procurato il doping da solo e l’ ho assunto da solo: faceva parte della vita di ogni giorno di un corridore. Non sono degno di aver vinto il Tour de France. La maglia gialla è nel garage di casa mia, in una scatola di cartone. Se qualcuno vuol venire a prendersela è il benvenuto. Per me non ha nessun valore». Nulla di che, insomma: Riis aveva ripetuto le parole degli altri, quelle che tutti immaginavano avrebbe pronunciato.

Il doping era una piaga talmente grossa che perfino la Merkel si sentì in dovere d’intervenire. «È arrivato il momento che le vittime e i responsabili, dai corridori ai medici passando per i dirigenti, spezzino il muro del silenzio», affermò. Il ciclismo tedesco venne travolto da una valanga dalla quale sarebbe riemerso soltanto diversi anni più tardi.

Riis andò ancora più a fondo. Elencò le sostanze di cui fece uso: EPO, corticosteroidi, cortisone, ormone della crescita. Dal 1993 al 1998, guarda caso quando la sua carriera svoltò. Avendo corso per l’Ariostea nel 1992 e nel 1993 e poi nella Gewiss-Ballan nel 1994 e nel 1995, Riis accusò indirettamente anche le due squadre italiane. A seguirlo, infatti, erano proprio alcuni dottori italiani: Ferrari, Casoni, Conconi. Tra le carte del processo Conconi, venne ritrovato un documento che attestava una variazione anomala fino al 20% dell’ematocrito di alcuni corridori: tra questi figurava anche Riis. Conconi annotava i dati del danese anche nell’estate del 1995, proprio nei giorni in cui saliva sul terzo gradino del podio del Tour de France. In concomitanza di una delle ultime tappe, l’ematocrito di Riis si attestava al 56,3%.

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Una seconda carrellata di retroscena arrivò all’inizio della primavera del 2007 con la pubblicazione del libro di Jeff D’Hondt, uno dei massaggiatori di Riis e della Telekom. Si raccontava, ad esempio, che nell’anno della vittoria del Tour de France il danese si guadagnò l’appellativo di Monsieur 60%, giocando sui valori del suo ematocrito. «Ricordo molto bene che il valore massimo fu 64%. Riis rischiava la trombosi, tant’è che il dottore dové fargli delle iniezioni per salvarlo». Tuttavia, il suo Tour de France 1996 era salvo: dopo otto anni, secondo le regole della WADA, c’ è la prescrizione. «Riis ha sporcato il Tour. Ora mi chiedo: è degno di dirigere una grande formazione ciclistica?», tuonava Prudhomme, diventato patron del Tour de France proprio nel 2007. «Quando Basso ha contattato Fuentes, Riis era il suo team manager: c’è un legame?».

Tre anni più tardi, in occasione della pubblicazione del suo libro, Riis sarebbe tornato sull’argomento aggiungendo altri particolari. La cifra spesa per doparsi, ad esempio: tra i 67.000 e i 134.000 euro. «L’EPO veniva generalmente tenuta in frigorifero ben imballata», diceva la moglie, consapevole di quello che il marito stava facendo.

La confessione costò molto a Riis. Lui e la sua famiglia, una moglie e sei figli, si trasferirono a Lugano. In Danimarca l’aria s’era fatta pesante: i delusi gliene dicevano di tutti i colori, quelli che prima non lo conoscevano nemmeno iniziarono a parlottare di lui per la strada. La sua popolarità non venne intaccata: la confessione e le polemiche successive lo resero ancora più famoso rispetto ai giorni della vittoria del Tour de France. Il padre, Preben, non accettò mai la situazione. A ferirlo non furono le parole del figlio, ma il linciaggio a cui quest’ultimo venne sottoposto. Viveva da solo, Preben, e il diabete gli dava da fare. Il dispiacere per le vicende del figlio fu la botta di grazia: morì nel 2008.

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Quello che non è mai stato perdonato a Bjarne Riis è l’ambiguità che aleggiava intorno alle confessioni. Il sacco l’ha vuotato, nessuno può sostenere il contrario. Ha detto quello che doveva dire, è stato preciso e disincantato fino allo spiacevole. Allo stesso tempo, però, ha rilasciato anche altre dichiarazioni. «Non sono mai risultato positivo», «Il ciclismo funzionava così, non ho fatto altro che adattarmi», «Possono portarmi via le maglie e i trofei, ma non i ricordi», «Sono fiero di quello che ho realizzato in sella ad una bicicletta da corsa». Confessando si è tolto un peso dalla stomaco, ma questa confessione forzata lui l’ha sempre voluta vedere come un atto di coraggio e di onestà per il bene del ciclismo, e non come un dovere morale, quasi un’imposizione dettata da fattori esterni.

Tra il 2006 e il 2007, soprattutto per riabilitare la sua figura, Bjarne Riis ha investito circa 700.000 euro in uno dei primi passaporti biologici apparsi nel mondo del ciclismo. Col contributo fondamentale del dottor Rasmus Damsgaard e di Bo Belhage, uno dei responsabili del Bispebjerg Hospital, e con la partnership dell’UCI, venne messo in piedi un sistema di controllo capillare ed efficiente, salutato da molti come una delle scelte migliori che il ciclismo potesse fare. «Abbiamo dimostrato che è possibile vincere il Tour de France senza doparsi», riconobbe Riis all’indomani della vittoria di Sastre nel 2008. Tuttavia, l’armonia durò poco. Belhage lamentò una scarsa trasparenza e non fidandosi più preferì terminare la collaborazione con Damsgaard e la CSC.

Dopo un periodo di relativa calma, Bjarne Riis venne coinvolto nell’ennesima inchiesta scottante della sua carriera. “The Secret Race” è il libro che Tyler Hamilton ha scritto insieme a Daniel Coyle per denunciare il sistema del doping che ha incancrenito il ciclismo tra gli anni ’90 e i primi 2000: è una pietra angolare per capire il funzionamento di quel mondo, uno dei migliori libri mai scritti sul tema. Dentro, da pagina 157 a pagina 166, si nomina più volte Riis. Non è vero, dice Hamilton e scrive Coyle, che Riis non sapeva niente del doping dei suoi corridori; non è vero che non era a conoscenza dei loro legami con Fuentes; non è vero che non ci metteva bocca, anzi, li caldeggiava. Alle pesanti accuse di Hamilton si aggiunsero le stoccate di Jaksche e Michael Rasmussen. Per diverso tempo Riis ha continuato a negare. Poi, nel 2015, non ha più potuto far finta di nulla.

Michael Rasmussen.

E ha confessato, un altro fiume come otto anni prima. Sì, sapeva di Fuentes; sì, sapeva delle trasfusioni di sangue, tra l’altro le conosceva bene perché quando correva le frequentava spesso; sì, era stato lui a chiedere a Bo Hamburger di procurare dell’EPO a Jaksche; e si, c’era un uso massiccio di cortisone senza prescrizioni e certificati. Nelle novantasei pagine dell’ADD, l’antidoping danese, il nome di Riis compare spesso e volentieri tra il 1998 e il 2015. «Ho provato a cambiare le cose, a correggere il tiro», spiegò il danese. «Mi sono preso diverse responsabilità, ma non sono stato in grado di mantenere la parola data. Ho sbagliato, ho tradito il ciclismo e la fiducia di chi credeva in me. Qualcosa dei documenti continua a non tornarmi, ma di base quello che viene detto è giusto: ho sbagliato tutto».

Oltre alla caduta al Giro di Svizzera e alle ultime turbolente stagioni della sua carriera, il ritiro di Riis dal ciclismo professionistico va imputato perlopiù al doping. Quel mondo era diventato invivibile perfino per lui, uno di quelli che più ne aveva abusato e approfittato. La prova definitiva la ebbe durante il Tour de France del 1998, quando riuscì a tirare lo sciacquone giusto in tempo per insabbiare le prove del reato: negli alberghi c’erano controlli a sorpresa e a lui arrivò una soffiata. Non era più vita, lo capì perfino Riis. Attraversò addirittura una fase di rigetto durante la quale non poté sopportare la semplice vista delle medicine. Recentemente ha raccontato che per diciassette anni non ha preso nemmeno un’aspirina.

L’ultima possibilità

Dopo l’allontanamento dalla Tinkoff-Saxo e la seconda parte delle sue confessioni, Bjarne Riis decise di sfruttare quel che restava del 2015 per rimettersi in carreggiata. Il progetto Virtu nacque in quei mesi di consultazioni con Lars Seier, il CEO di Saxo Bank che Riis aveva già coinvolto nel ciclismo qualche anno prima, e con Jan Bech Andersen. Rilevarono la licenza Continental del Team TreFor e nel 2016 lanciarono il loro progetto: una squadra maschile, una Continental composta da giovani talenti danesi in rampa di lancio, e una squadra femminile d’alto profilo.

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L’idea di Riis era quella di rientrare nel World Tour maschile con una squadra danese. In patria, nonostante le polemiche e le opinioni contrastanti, Riis gode ancora di un certo fascino e di un’indubbia popolarità. Non è un caso che riesca a trovare sempre un cavallo sul quale salire subito dopo essere stato disarcionato. In più, la partenza del Tour de France 2021 da Copenaghen doveva fungere da stimolo ulteriore. Michael Rasmussen, che con Riis aveva diversi conti in sospeso, è stato uno dei più critici. «Non credo che il ciclismo danese abbia bisogno di lui», rifletteva. «La sua squadra giovanile è un mezzo fallimento, il progetto non è mai decollato e tutto quello che di buono il ciclismo danese ha ottenuto nelle ultime stagioni, lo ha ottenuto senza Bjarne Riis».

Tra le due formazioni, quella con più prospettive era sicuramente quella femminile. Nel 2019 il capitano era Marta Bastianelli, capace di trionfare al Giro delle Fiandre, nella prova in linea dei campionati italiani, alla Ronde van Drenthe e alla Spar-Omloop van het Hageland-Tielt-Winge. Nonostante gli ottimi risultati, Riis annunciò che al termine del 2019 la squadra avrebbe chiuso i battenti. Alcuni sostenevano che coi soldi risparmiati nel ciclismo femminile Riis avrebbe rafforzato la squadra maschile. Con rapidità, invece, Riis avrebbe concluso l’ultima brillante transazione della sua carriera: l’acquisto del 30% delle quote della NTT Pro Cycling, formazione di cui è diventato anche il nuovo team manager. Bjarne Riis è tornato nuovamente nel World Tour.

L’operazione ha fatto storcere il naso a molti. Ai suoi detrattori, che non ripongono nessuna fiducia in lui; agli addetti ai lavori più imparziali, che si limitano ad osservare e a reprimere gli istinti primordiali; ad alcune personalità danesi, che hanno visto sfumare un progetto nazionale e interpretato la mossa di Riis come una scorciatoia per tornare nel ciclismo che conta. Nelle stagioni precedenti, Riis era stato accostato sia alla Quick Step sia alla Katusha, ma il suo obiettivo era la NTT da tempi non sospetti, da quando si chiamava ancora MTN-Qhubeka e Dimension Data. Si era affacciato già nel 2015, ma gli era stato risposto di no. «Noi non facciamo affari coi dopati», gli venne detto, anche se poi Rolf Aldag se lo sono tenuti eccome. Questa volta, invece, è andata bene. Probabilmente l’addio di uno sponsor come Deloitte pesava troppo sulle casse della squadra: l’offerta di Riis è arrivata al momento giusto, rivelandosi irrifiutabile.

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Il gran ritorno di Riis è avvenuto al Tour Down Under di qualche mese fa. Non è stato né pacchiano né volgare, Riis è troppo timido e compassato per scenate del genere. Tuttavia ha destato molto interesse e i giornalisti si sono asserragliati intorno a lui, pendendo dalle sue labbra. David Lappartient, il presidente dell’UCI, si è limitato a ricordare che Riis non era squalificato a vita: un suo ritorno, dunque, se non ipotizzabile era quantomeno possibile. La maggior parte delle domande, ovviamente, vertevano sul suo passato burrascoso – non oscuro, ché di oscuro nel passato di Riis non c’è niente, si sa tutto e forse anche troppo. «Ho fatto i miei errori, li ho ammessi e ho chiesto scusa», ha detto. «Ho pagato», invece, non l’ha detto: a molti sarebbe sembrato esagerato e fuori luogo. Eppure, in un certo senso, Riis ha pagato più di tutti: nel corso della sua vita, specialmente nei periodi più difficili, la depressione ha fatto capolino.

«Se sono ritornato nel World Tour è perché credo in questo ciclismo, un ciclismo finalmente ripulito dalle ombre del passato. Il momento che questo sport sta vivendo testimonia come il doping non serva a nulla, si sta molto meglio senza. Adesso però devo lasciarmi le scorie alle spalle, per il bene mio e della mia famiglia. Se dovessi sbagliare un’altra volta, buttatemi in galera». Parole belle, nessuno la nega, ma chissà dove finisce il significato e dove inizia la circostanza. Risalta molto la sua voglia di ripartire, di confrontarsi, di misurarsi col ciclismo del 2020. «Sono ancora un grande appassionato di ciclismo», ha rilanciato Riis. «Credo di poter fare ancora la differenza, di poter allestire una buona squadra e di portare quella attuale ai vertici del World Tour. Guardare le corse in televisione seduto sul divano era frustrante: sono contento d’essere di nuovo qui».

Giacomo Nizzolo. ©PezCycling News, Twitter

Qualcuno gli ha fatto notare che la NTT è stata la squadra peggiore del World Tour nel 2019. Di lavoro da fare ce n’è molto, insomma. «Ne sono consapevole», ha risposto Riis. «Ed è difficile che l’inerzia cambi dalla sera alla mattina. Ci vorranno tempo, soldi, organizzazione e duro lavoro. Ma siamo pronti, sappiamo quello che ci aspetta. E prima di capire dove vogliamo arrivare, dobbiamo capire dove siamo e chi siamo. Soltanto così miglioreremo». Le poche corse disputate nel 2020, tuttavia, hanno mostrato una squadra più tonica e pimpante: sei vittorie in un paio di mesi e il miglior Nizzolo da qualche anno a questa parte. «Con la mia filosofia e i supporti tecnologici di cui si avvale la squadra, sono convinto che faremo grandi cose. La comunicazione e l’unione del gruppo saranno i due aspetti dai quali ripartire e da rinforzare. Vedrete, saremo creativi e battaglieri, faremo di tutto per rendere spettacolare la corsa. Non correremo per il secondo posto, ve lo garantisco». Bjarne Riis è tornato.

 

 

Foto in evidenza: ©CapoVelo.com

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.