Forte e maledetto come i suoi avi, Zakarin cerca il suo posto.

 

 

Per non tradire l’aurea leggendaria ed enigmatica che da un millennio aleggia sul popolo tartaro, Il’nur Zakarin pare abbia deciso di far tracimare quella stessa aureola nel suo modo ambiguo di correre. Conquistatori e conquistati, mongoli, russi o turchi, cristiani ed islamici. C’è di tutto in questa grande famiglia della steppa, e c’è di tutto nel carattere di Il’nur, così come nel suo modo sgraziato ma affascinante di correre in bici.

Campione o eterna promessa? Diamante ancora grezzo con possibilità di miglioramento o corridore ormai stabile nella propria instabilità? In teoria a trent’anni si dovrebbe sapere cosa fare da grande, eppure Il’nur appare ancora un rompicapo. Non lo aspetti ed eccolo apparire solo e allampanato nei canti del monte; lo vuoi in rosa ed eccolo invece attardato in sofferenza estrema; lo dai per finito e compare con la maglia aperta sul petto da uccellino pronto a involarsi nelle cime. Fosse solo un’astrusità sulla bici, poco male: di corridori discontinui e incompiuti trabocca la storia del ciclismo. Ma Il’nur è anche un enigma umano: quasi inavvicinabile per le poche sbiascicate parole in inglese che rendono difficili contatti e interviste, di poche parole anche in squadra.

©zakarin ilnur, Twitter

Dunque calziamo addosso a Zakarin lo stereotipo del russo gelido e marmoreo? Anche qui dobbiamo andarci con cautela, poiché il suo sorriso mite lascia tuttavia intravedere altro, probabilmente un carattere docile e gentile. Del resto, se non vi fosse insita nel russo della Tartaria una spiccata sensibilità, sarebbe stato difficile trovarlo al Tour de France 2016 assorto nella lettura di “Una lacrima mi ha salvato” di Angele Lieby, la storia di una donna entrata in coma e pienamente cosciente, ma senza poterlo esprimere. Considerate spacciate le sue funzioni cerebrali, una lacrima comparsa sul ciglio dell’occhio destro ha permesso tuttavia di far capire come lei comprendesse tutto e fosse pienamente cosciente del mondo attorno. Storia di amore e vita, dunque, roba intensa per un ragazzo che si vorrebbe impassibile e freddo automa di vecchio stampo sovietico. Probabilmente quella storia estrema di redenzione gli ha, con il dovuto paragone, ricordato la sua.

Il’nur è un ragazzo che cresce a Naberežnye Čelny, area di maggior produzione di autocarri al tempo della Guerra Fredda. Inizia come tanti a stantuffare in bici: leve lunghe, amici che lo introducono nella squadra locale, risultati giunti in fretta che lo convincono a continuare. A spronarlo ulteriormente il mito di alcune leggende nate di qua e di là dagli Urali, quella sfilza di idoli che giunsero sulle strade d’Europa proprio a cavallo dell’implosione dell’URSS: Vjačeslav Ekimov, Pavel Tonkov, Dimitri Konyshev, Denis Menchov.

Ha diciotto anni quando, piuttosto inaspettatamente, brucia un certo Kwiatkowski nella prova a cronometro dei campionati europei. Il polacco non ci sta e accusa di doping il russo; accusa ingiusta da parte di un giovane Kwiato, battuto invece solo dalla potenza di Zakarin, come mostrano i test del dopocorsa. Quella negatività che invece va in frantumi due anni dopo: Zakarin si becca due anni di squalifica a causa del methiandinone, uno steroide anabolizzante. Da allora testa bassa, un rientro colmo di pentimento e motivazione, ed ecco quella parabola di risalita colta nelle pagine di quel libro tragico.

©Georges Ménager, Flickr

“Quando sono arrivato alla Katusha volevo fare delle buone prove World Tour, ma non mi aspettavo la vittoria al Romandia e il successo al Giro d’Italia”.

Parole che risalgono alla fine del 2015. Probabilmente, in quell’anno di lancio, in molti pensano a un futuro campione in grado di lottare per un grande giro. Ma se Il’nur vince e continua a farlo, oltre alla sua sgraziata classe appaiono in fretta anche i suoi limiti, uno su tutti il modo maldestro di condurre il suo cavallo di carbonio nelle grandi discese. Al Giro d’Italia 2016 una brutta scivolata nella cronometro di Greve in Chianti lo fa allontanare dalla classifica che fino a quel momento sembrava arridergli. Non solo, una volta rientrato in lizza con le sue stilizzate progressioni alpine, a quarantotto ore dalla fine della corsa, quarto e in piena lotta per il podio, accade qualcosa. Dalla televisione giunge quell’immagine terrificante: Zakarin giù da un crepaccio sul mitico e appena scollinato Agnello, gettato fra l’erba e il nevischio come una bambola di pezza. Si teme ben altro rispetto alla diagnosi della caduta: per fortuna solo una clavicola rotta, comunque un Giro d’Italia da abbandonare.

Pochi giorni ed è di nuovo in sella e un isperato riscatto giunge appena un mese più tardi, quando al Tour de France, sul traguardo svizzero di Finhaut-Emosson arriva solo a braccia alzate dopo aver disperso i rivali lungo le rampe della durissima salita d’arrivo. Ancora luci e ombre, dunque, le stesse che lo accompagnano nel 2017: un quinto posto generale al Giro d’Italia, al termine di tappe splendide e all’attacco alternate alle solite frazioni grige che ogni tanto lo attanagliano. Alla Vuelta, invece, è addirittura terzo nella generale dietro due campioni: Froome e Nibali.
Consacrazione definitiva, finalmente? Manco per idea, perché il 2018 è invece un anno opaco e l’ambizioso “obbiettivo Tour de France” si trasforma in un deludente nono posto finale.

Il’nur Zakarin vittorioso all’ultimo Giro d’Italia sul traguardo di Ceresole Reale. ©Giro d’Italia, Twitter

Fino alla storia di questi giorni, di queste ore: l’impresa di Il’nur al Lago Serrù, la sua sagoma inconfondibile che sola svetta sui tornanti alpini. A fine giornata è addirittura rientrato in classifica, in lotta per la maglia più ambita. Nemmeno ventiquattro ore e Il’nur naufraga verso Courmayeur, che invece scrive la storia dell’ecuadoregno Carapaz. L’enigmatico tartaro paga sette minuti precipitando fuori dai primi dieci.
“Ho subito sentito che avrei pagato lo sforzo di ieri. Manca però una settimana, proverò sicuramente a recuperare”, dirà il giorno dopo l’impresa. Come si fa a non volergli bene, a uno così? Partigianeria di chi scrive a parte, credo sinceramente che il personaggio Zakarin faccia bene al ciclismo, poiché talmente colmo di sfaccettature da rinchiudere in sé crolli e risalite della stessa esistenza.

Lo vedremo ancora sbandare in discesa, attaccare, di nuovo patire con le sue gambe da gru un giorno impastate, un giorno in grado di lasciare indietro i migliori atleti del plotone. Un indovinello, un rompicapo, un qualcosa che lo aspetti e non arriva; viceversa, una piacevole emozione che ti prende nelle frazioni ove hai abbandonato ogni speranza di vederlo all’attacco. Ma non erano forse così i suoi tremendi avi? Votati al saccheggio, alle conquiste effimere, alle grandi invasioni accompagnate da una precaria capacità gestionale. Vitalità precaria, come fosse un bimbo che ancora aspetta l’età adulta.

 

 

Foto in evidenza: ©BikeInsider, Twitter