Una carriera da gregario inframezzata da una primavera da specialista del pavé.

 

 

Prendere la stagione per le corna, dare la versione migliore di sé stessi e divertirsi: le stelle polari di Imanol Erviti sono state sempre queste. Non da capitano, però, ma da gregario. Nella prima parte della sua carriera sembrava poter ambire a qualcosa di più: un successo di tappa qua e là, ad esempio, come successe alla Vuelta a España nel 2008 prima e nel 2010 poi; oppure una corsa di un giorno di tanto in tanto, come può essere la Vuelta a La Rioja centrata nel 2011, la terza e ultima affermazione tra i professionisti di Imanol Erviti. E dire che da giovane vinceva, quando iniziò a pedalare sulla bicicletta regalatagli dallo zio mentre tifava Delgado e Indurain. Ma arriva un momento in cui bisogna fare delle scelte e si capisce che non tutti i sogni sono fatti per essere realizzati.

Anche quando riusciva a vincere qualche corsa, Erviti rimaneva un gregario. Persino la data di nascita lo ha instradato verso un destino apparentemente inevitabile: il 14 novembre è un giorno di campioni, sono nati Adorni, Hinault e Nibali; Erviti, invece, è nato il giorno dopo, il 15 novembre 1983. Con i suoi trentasei anni è uno dei più anziani del gruppo. Ha partecipato a dodici edizioni della Vuelta a España arrivando sempre a Madrid. Su quindici partecipazioni al Giro delle Fiandre, i ritiri sono tre appena; due, invece, quelli in quindici anni di Parigi-Roubaix. Fu l’unico spagnolo a concludere la prova in linea del mondiale di Doha e prende il via del Tour de France ininterrottamente dal 2010. Soltanto nel 2012 fu costretto al ritiro: riportò delle brutte ferite sul lato destro del corpo e i dottori lo ricoverarono due giorni.

Erviti ha mantenuto sempre un profilo basso: parla un inglese elementare, spesso deve rispondere a domande che riguardano lo stato di forma dei suoi leader, concentrati e inaccessibili, e la sua corsa finisce quando quella dei capitani non è ancora cominciata. Le sue dichiarazioni sono scolpite nel senso del dovere e nell’umiltà: dice che il suo ruolo è quello di proteggere e aiutare, che quando non si è nati per vincere si può e si deve aiutare gli altri a farlo, che trovare il proprio posto all’interno del gruppo è fondamentale se si vuole correre a lungo. Senza dimenticare il duro lavoro, il rispetto e l’onestà, ovviamente. In quindici anni di onorato servizio, soltanto una volta l’integrità di Imanol Erviti ha vacillato pericolosamente.

Chi crede che un piazzamento tra i primi dieci al Giro delle Fiandre non sia un risultato importante, probabilmente non conosce la storia del ciclismo spagnolo. Arrivando settimo nel 2016, Erviti è diventato il secondo ciclista spagnolo ad entrare tra i primi dieci del Giro delle Fiandre. Il primo fu Flecha, prima di lui nessun altro. Galvanizzato dal risultato storico, Erviti si ripeté una settimana più tardi, arrivando nono alla Parigi-Roubaix. In entrambe le corse adottò la stessa tattica: entrò nella fuga di giornata, strinse i denti nel momento del rientro dei favoriti e cercò di seguirli il più a lungo possibile. “Questi risultati si spiegano facilmente”, raccontò a Ciclo 21. “Quest’anno l’allergia mi ha graziato. Se ho disputato soltanto un Giro d’Italia e se sul pavé non ho mai brillato, c’è un motivo. Sulle pietre sapevo di valere di più di un cinquantesimo posto”.

La Spagna si accorse improvvisamente di Imanol Erviti, trentaduenne ciclista spagnolo che sul pavé aveva fatto meglio di Poblet e di Freire. Le domande, finalmente, riguardavano lui, la sua carriera, il suo futuro. “Parigi-Roubaix o Giro delle Fiandre? Sono belle entrambe, anche se arrivi ad amarle e a odiarle varie volte nella stessa giornata”, raccontò una volta. “Sono state due giornate stupende, non pensavo in un’eco del genere. Tuttavia, vincere e alzare le braccia al cielo resta un’emozione impareggiabile. Sognare la vittoria è quello che mi spinge a dare il 110%”, spiegò a Marca in un’altra occasione.

Il 2016 fu la miglior stagione di Erviti, fece parte persino della nazionale spagnola che partecipò alle Olimpiadi e ai campionati del mondo. Ma rimase un caso isolato, una bellissima esperienza destinata a non ripetersi. Erviti, ad onor del vero, non perse la bussola nemmeno nel momento di massima esaltazione: “Se mi capita qualche buona opportunità, devo essere pronto a coglierla. Ma so bene chi sono e cosa so fare. Se sono stimato e apprezzato, lo devo al gregariato che svolgo quotidianamente, non a qualche sporadico risultato”, diceva in quei giorni ad AS.

Il 2020 sarà la sedicesima stagione di Imanol Erviti nel ciclismo professionistico, così come sedici è il numero massimo di borracce che una volta è riuscito a trasportare: due per ognuno degli otto compagni di squadra al Tour de France. Da quand’è professionista, ovvero dal 2005, Erviti ha sempre corso agli ordini di Eusebio Unzué. Anche Valverde iniziò a lavorare con Unzué nel 2005, ma a differenza di Erviti aveva già corso con la Kelme e la Comunidad Valenciana. Erviti, Valverde e Rojas rappresentano la vecchia guardia della Movistar, gli unici ad essere rimasti mentre tutti gli altri si ritiravano o si accasavano altrove.

Erviti e Valverde, oltre che colleghi e compagni di squadra, sono anche amici. Valverde si fida ciecamente di Erviti, il quale a sua volta ammira spassionatamente Valverde: “È capace di tutto. Che duri mille anni, uno come Valverde”, disse a Vavel nel 2017. Gli obiettivi non mancano: le Ardenne, i grandi giri, le Olimpiadi e la crescita di Soler e Mas da accompagnare. Il piglio, possiamo giurarci, sarà sempre lo stesso: prendere la stagione per le corna, dare la versione migliore di sé stessi e divertirsi.

 

 

Foto in evidenza: ©CampeonesyGregarios, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.