Più che del ciclismo, Svein Tuft è appassionato della vita.

 

 

Se vi capitasse di incontrare Svein Tuft, potreste chiedergli come mai ha deciso di abbandonare il mondo del ciclismo su strada per dedicarsi al gravel. La risposta, preceduta da un sorriso soddisfatto, potrebbe essere la stessa che ha dato nel corso di un’intervista realizzata da VeloNews circa un mese dopo il suo ritiro. «Mi ero stancato di non fare nulla. Sapevo che non avrei potuto semplicemente sedermi su una spiaggia». Già, perché per un tipo come lui sdraiarsi a riposare sulla fine sabbia di una playa spagnola non rientra nella to do list. Potrebbe rientrarci, ma solo dopo una giornata passata in sella ad una bicicletta a spasso per le montagne. Un momento di pace per rilassarsi e meditare.

Svein – la pronuncia è Swayne – Tuft è un “ragazzo” di quarantuno anni suonati che ha fatto molto parlare di sé dopo la proiezione della pellicola Wonderful Losers – A different World. Il film pluripremiato, opera del regista Arunas Matelis e candidato agli Oscar 2019, ha saputo cogliere gli aspetti della reale vita in gruppo dei gregari. Nessuna finzione. Un ritratto nudo e crudo della fatica e della devozione dei gregari, coloro che non vincono ma che sono fondamentali per il capitano della squadra. E così Tuft, forse il gregario più quotato per antonomasia, è stato individuato per essere protagonista. Lui che spesso ha lavorato dietro le quinte senza volere niente in cambio, si è trovato per una volta sotto i riflettori. Non solo riprese di attimi di corsa, ma anche aspetti di una vita privata alquanto particolare: vederlo immerso in una pozza d’acqua circondato dal bianco candore della neve – si intona perfettamente con la carnagione chiara dell’atleta – potrebbe apparire bizzarro agli occhi di molti. Chi lo conosce bene sa invece che Tufty è proprio così: un Alexander Supertrump che al magic bus preferisce la super bike.

©Rouleur, Twitter

Nel libro Into the Wild, il giovane Christopher McCandless lascia l’opprimente società per dirigersi verso la sconfinata natura dell’Alaska. «Vivere soltanto vivere, in quel momento in quel luogo. Senza mappe, senza orologio senza niente. Montagne innevate, fiumi, cieli stellati. Solo io e la natura selvaggia», si legge tra le righe. Di primo acchito, sembrerebbero parole provenienti dalla bocca di Tuft, che da giovane – quando aveva quindici anni – si lanciava in svariate avventure. «Ero felice di arrampicarmi e fare snowboard. È quello il momento in cui ho iniziato a fare l’autostop e a muovermi a bordo di treni merci», si legge in un articolo su Rouleur Magazine. «È stato un momento di libertà ed esplorazione. Non ho davvero ascoltato nessuno. Volevo trovare la mia strada».

La ricerca di sé stesso lo porta a percorrere circa seicento miglia nelle terre desolate sopra i Lower 48. Abbandonata la scuola, parte dalla sua cittadina canadese di Langely in compagnia del suo cane, Bear, alla volta di nuovi mondi. Muovendosi inizialmente a piedi, rimedia poi una mountain bike da quaranta dollari con la quale viaggia leggero, molto leggero. Figlio di un boscaiolo norvegese – suo nonno, Arne Tuft, ha partecipato alle Olimpiadi del ’32, arrivando sesto nella cinquanta chilometri di sci nordico – inizialmente porta con sé solo l’indispensabile: un telo, una coperta di lana e un’ascia. Poi, l’idea di attaccare un carrellino alla sua bici. Un’invenzione su cui Bear, spesso costretto a rincorrere il padrone, ama rilassarsi e farsi rimorchiare, soprattutto quando le energie vengono meno.

Tra le mille storie e leggende di cui Svein è protagonista, ce ne sono un paio che potrebbero entrare di diritto nei libri di Jack London. Si racconta infatti che durante il viaggio in Alaska, il canadese, bagnato fradicio e con una brutta tosse, si rifugia in una baracca disabitata e, trovando un letto, del cibo e un fornello, decide di fermarsi per quattro giorni. Isolato dal mondo. Altro fatto che ha dell’incredibile è legato allo Yukon, dove lo stesso Tuft conferma, in un’intervista rilasciata a VeloNews, di aver picchiato un lupo con una mazza da hockey. Raccolta sul ciglio della strada, la utilizzava come cavalletto per la bici. «Ero accampato nello Yukon, vicino ad un posto chiamato Jade City. Dicono che ci siano i lupi più grandi del mondo, lassù, ma fortunatamente quello che ci ha attaccato era malato e solo. Se fosse stato un branco ad attaccarci, adesso non sarei qui». Avvertito dal suo fedele amico Bear, un mix di chow, pastore tedesco e rottweiler che «a volte inseguiva un alce, a volte se ne andava un’ora, ma tornava sempre», Tuft trova i due animali intenti a combattere e agisce d’impulso. «Sono saltato fuori dal mio bivacco, urlando al mio cane di tornare. Poi li ho visti, ho afferrato il bastone da hockey e ho iniziato a picchiare il lupo. Alla fine è scappato, ma ho passato una brutta nottata».

©Flowizm …, Flickr

Un’altra notte di panico all’aria aperta la trascorre in British Columbia, sulla parete rocciosa dello Yak Peak. È in compagnia di un suo amico, con il quale si sta arrampicando su una nuova via. «Eravamo lassù e siamo stati sorpresi dal maltempo: si è alzato il vento e ha iniziato a fare freddo. Stavamo scendendo, ma una parte della corda si è bloccata. Non potevamo lasciare tutto lassù. L’attrezzatura costava circa quaranta dollari e noi eravamo dei poveri bastardi. Quando sei un vagabondo, quaranta dollari significano molto. Così rimanemmo appesi alla parete anche di notte. Non dimenticherò mai la sensazione che provai quando toccai terra».

Da queste storie, si capisce che Svein è un ciclista dai tratti simili a Bear Grylls: non sfigurerebbe a ricoprire il suo ruolo. Se sia stata proprio questa esperienza a far tornare Tuft con i “piedi per terra”, non ci è dato saperlo. Sappiamo, però, che ad un certo punto Tufty il ramingo smette con il suo peregrinare e si ferma. Inizia a lavorare come aiutante in un negozio di biciclette in cambio di un posto dove dormire – la tromba delle scale – e qualche spicciolo. Un giorno, per puro caso, un suo amico gli fa provare la sua Cannondale da strada e da quel momento la sua vita cambia – almeno in parte.

Il lavoro da garzone gli permette di spostarsi in mountain bike, anche se questo vuol dire trainare spesso un pesante rimorchio. È una fatica produttiva: quando monta in sella ad una bici da strada gli sembra di volare. Decide così di provare a correre seriamente: ha ventidue anni. Impacciato e maldestro, guida il mezzo senza grazia né stile. La sua prima squadra è la Broadmark Capital. Prosegue poi con uno stage alla statunitense Mercury e riesce infine a strappare il primo contratto da professionista con la Prime Alliance. L’inverno trascorso a sciare in backcountry con sci o snowboard ai piedi lo lascia però fuori forma. Per tale motivo, a corto di chilometri macinati durante la stagione fredda, decide di percorrere in bicicletta circa millecinquecento miglia lungo Highway 101. L’obbiettivo è raggiungere il training camp con un po’ di allenamento nelle gambe. Da Vancouver, la Hollywood del Nord, fino a San Diego nel sud della California, portando con sé solo attrezzatura da campeggio, un sacco di patate e il suo inseparabile cane. Bevendo dai ruscelli e dormendo sotto le stelle, affronta vento e pioggia per quasi tutta la durata del tragitto. Arrivato a destinazione, Jonathan Vaughters, suo futuro direttore sportivo alla Garmin, lo vede e resta a bocca aperta. Al New York Times dichiara: «Aveva una barba molto lunga e un odore sgradevole. Ricordo di aver pensato: “Okay, questo tizio è completamente diverso dall’immagine del tipico ciclista europeo guidato dai soldi che compra Porsche nel suo tempo libero”».

©David Kusserow, Flickr

Dopo due anni con la Prime, arriva la notizia dello scioglimento della formazione. È la fine del 2003 e Tuft decide di prendersi una pausa dallo sport, dopo solo quattro anni di gare. Logorato dall’allenamento e dalle corse, Svein non trova molto tempo per stare a contatto con la natura. Altro aspetto che lo dissuade dal continuare è il doping. La voglia di correre, però, è talmente tanta che alla fine si arrende e capisce che «come qualsiasi cosa nella vita, anche nel ciclismo ci sono alcuni aspetti negativi». Per lui, l’importante è essere pulito e in pace con sé stesso. Riprende così a pedalare per puro divertimento. «Che gli altri ragazzi facciano o meno uso di queste cose, a me non interessa. Ho raggiunto un punto in cui se non puoi cambiare una situazione, la devi accettare oppure mollare. Io ho deciso di correre e godermi le gare». Torna quindi in sella, indossando una nuova divisa. Alla Symmetric Cycling, solo in occasione delle gare contro il tempo, veste la maglia di campione nazionale canadese conquistata l’anno precedente, nel 2004. È il primo degli undici titoli nazionali a cronometro ottenuti durante la carriera. L’esperienza in questo team è per lui un tuffo nel passato da selvaggio. Insieme a Christian Meier, futuro compagno alla Orica GreenEdge, vive infatti in una roulotte dietro la casa del team manager in modo da potersi allenare con la squadra.

Nel giro di due anni colleziona piccoli successi, principalmente nella sua specialità preferita: la cronometro individuale. Non se la cava male nemmeno nelle corse in linea, ma alla vita di gruppo preferisce decisamente la tranquillità della cavalcata in assolo. D’altronde, è un lupo solitario. All’ultimo anno nella Symmetric Cycling, prima del passaggio al Team Garmin, vince la classifica del Tour de Beauce, ma soprattutto raccoglie un argento ai campionati del mondo di Varese, ovviamente nella prova contro il tempo, dietro a Grabsch e davanti a Zabriskie. I due anni nella formazione statunitense, in cui militano anche Hesjedal, Wiggins, Dan Martin e David Millar, lo portano a correre in Europa e gli fanno capire il ruolo che rivestirà a vita: il gregario. Tuft dedica tutto sé stesso a questo incarico duro e faticoso. Lasciato libero dai compiti di squadra e dalle pressioni del caso, riesce a togliersi qualche soddisfazione. Capita più che altro nelle corse contro il tempo, dove il suo spirito libero, spinto da gambe grosse come prosciutti, cavalca l’asfalto per il solo piacere di pedalare. Non è un caso che diciassette delle sue ventuno vittorie da professionista provengano da corse identificate dalla sigla ITT – Individual Time Trial – o dalla parola prologo.

©Svein Tuft, Twitter

Al termine dell’anno di transizione alla SpiderTech C-10 riesce a conquistare il primo dei due titoli di campione nazionale canadese su strada nella prova in linea. «Il titolo di campione nazionale è qualcosa che ho sempre voluto, ma è un risultato difficile da ottenere quando i pretendenti sono tanti. Fortunatamente, il mio team mi ha dato pieno supporto. È stato un bel dono da parte loro». È un regalo d’addio. Tuft prende «una delle decisioni più difficili della carriera ciclistica»: il 24 agosto 2011 viene annunciato l’accordo tra l’atleta e la Orica GreenEdge. «Ho scelto questo per tornare a correre nel World Tour, dove credo di poter fare bene. Rappresentare la mia nazione in Europa, negli eventi più importanti del mondo, penso sia una cosa fantastica, piuttosto eccitante».

Svein vola così a Canberra per il training camp e poi si stabilisce a Girona. Tuft, però, non si sente a suo agio nel nuovo continente. «Quando sono arrivato in Europa, ho sentito diversi professionisti lamentarsi di autobus di merda piuttosto che di un hotel sporco. Io ridevo. Anche in corsa sento tanti piagnucolare per il tempo. Io non mi lamento mai per questo. È la vita». È una vita che accetta senza apprezzarla pienamente: predilige la semplicità e la tranquillità. Migra verso le montagne e trova in Andorra la sua dimensione ideale, ma soprattutto ritrova il contatto con la natura. La nuova sistemazione è perfetta: può uscire dalla porta con un paio di sci ai piedi – «se mi avessero detto che non potevo sciare, probabilmente prima di tutto avrei rinunciato a correre», disse una volta in un’intervista – oppure con lo zaino in spalla, alla ricerca di qualche pozza d’acqua in cui immergersi per rigenerare il corpo.

Il Tuftismo, arte che prevede anche digiuno, yoga, jiu-jitsu brasiliano e momenti di relax a base di tisane alle ortiche e letture di George Orwell, è benefico sia per lui che per l’intera squadra. Le parole di Matt White, team manager della Orica, ne sono la testimonianza. «La sua figura ha un’influenza calmante per chi lo circonda». Alla Orica-GreenEdge trova inoltre la compagnia di alcuni atleti positivi tanto quanto lui. Esempio lampante è Chaves, suo capitano, che affettuosamente lo chiama grizzly (la ragione è facilmente intuibile). Da vero gregario si adopera per il bene del team e il suo contributo è apprezzato soprattutto nelle cronometro a squadre, dove spesso sale sul podio insieme ai compagni. Nelle grandi classiche sono più le volte che si ritira di quelle in cui arriva al traguardo – il miglior risultato è un ottantanovesimo posto alla Milano-Sanremo -, mentre i grandi giri sono un discorso a parte.

©Georges Ménager, Flickr

Il primo approccio risale al 2009, alla Vuelta, dove Tuft decide di abbandonare la squadra prima del termine della corsa. L’anno successivo si presenta al via del Giro d’Italia, corsa che qualche anno più tardi – nel 2014 – gli regala una delle gioie più belle della vita: la maglia rosa. Al termine della cronosquadre inaugurale nella grigia città di Belfast, i suoi compagni di squadra gli concedono l’onore di attraversare per primo la linea del traguardo. È il giorno del suo compleanno. La Orica fa segnare il miglior tempo e Svein sale sul podio sotto una pioggia di coriandoli rosa per godersi un momento di gloria. «I ringraziamenti al mio team per questa opportunità non saranno mai abbastanza. Questa squadra è davvero altruista e mi sento davvero fortunato ad aver ricevuto un simile regalo», si legge su VeloNews. Il ricordo di Luke Durbridge, compagno di stanza, è di un Tuft con «un sorriso enorme che andava da un orecchio all’altro, ma era un po’ a disagio».

Non avvezzo alle vittorie, effettivamente si dimostra un po’ fuori luogo anche il giorno successivo. Indossando la maglia di leader nascosta sotto la mantellina nera – purtroppo la pioggia non gli ha concesso la possibilità di sfoggiare davanti alle telecamere il cimelio conquistato -, lui, gregario fatto e finito, si prodiga per il bene comune. È Durbrigde stesso a spiegare un curioso episodio accaduto durante la tappa. «Ricordo che mi si avvicinò e mi disse: “vado in testa al gruppo”. Risposi che non poteva andare davanti a tirare, aveva la maglia rosa e doveva stare a ruota. La sua risposta? “Non voglio stare nella pancia del gruppo. Posso semplicemente pedalare in pace, per favore?”». Svein continua a pedalare indisturbato anche nelle frazioni successive e chiude il Giro in penultima posizione – unico della squadra insieme a Michael Hepburn a concludere la corsa -, migliorando comunque l’ultimo posto raccolto al Tour de France un anno prima.

L’esordio al Tour de France arriva proprio nel 2013, a trentasei anni suonati (è il più vecchio a prendere parte a quell’edizione). Il canadese non aveva mai avuto l’ambizione di partecipare a questa corsa, come testimoniano le sue parole. «Non sono cresciuto con il ciclismo come priorità nella mia vita e andare al Tour non è mai stato il mio sogno da bambino. Per me i corridori erano solo un gruppo di ragazzi che pedalavano in giro indossando body attillati». Il suo interesse verso questa corsa cambia lungo il percorso, tanto che, forse complice la vittoria nella cronosquadre di Nizza, Tuft afferma di «essere felice di stare in Francia in quel momento della sua vita». La Grande Boucle si rivela essere però troppo frenetica e stressante, per uno come lui che ama la pace.

©Scott España, Twitter

Per sfuggire alla giungla della carovana, si rifugia così nei boschi circostanti. «Si tratta soltanto di dedicare una piccola parte della giornata per fare qualcosa di benefico per corpo ed anima». Così, all’inizio o al termine di ogni tappa, non è raro trovarlo a passeggiare a piedi nudi tra gli alberi oppure a meditare in qualche prato a contatto con la natura. E dove i parchi e le foreste non arrivano, Tuft si accontenta dello spazio verde all’interno di una rotonda.  «Al Tour, un paio di anni fa, uscivamo alla mattina per cercare un posto dove toglierci le scarpe e fare stretching. Purtroppo eravamo in città e l’unica soluzione era il prato dentro un rondò. Svein decise che poteva andare bene lo stesso e si mise a praticare yoga nel bel mezzo del traffico cittadino», spiegò Durbridge.

Se il battesimo al Tour arriva tardi, il primo infortunio serio arriva ancora più tardi, dopo quattordici anni di carriera: nel 2015, al Tour de Romandie. In terra elvetica Tufty cade rovinosamente sul guardrail, centrando in pieno il paletto verticale di sostegno. Il suo essere gregario gli salva la vita, almeno in parte. Carico come un mulo, deve la frattura del solo sterno e di un polso alle sei borracce che sta traportando sul petto. La riabilitazione decide di farla a suo modo: zen Tuft vuole accamparsi per un periodo di dodici giorni in quota, scendendo ogni giorno dalla moglie, per poi tornare in alla sua tenda sotto i pini verso sera. Il piano fallisce, poiché«il vento soffiava troppo forte e ha fatto esplodere la tenda». Svein decide di «fare le valigie e scendere a valle, al buio».

A proposito di rinunce, nel 2018 Tuft abbandona la Mitchelton-Scott. Con il titolo di campione nazionale canadese a crono in tasca e all’età di quarantuno anni, tutti si aspettano la fine della carriera. Ma lo spirito libero di Svein opta per un ultimo anno in sella. Alla Rally UHC Cycling torna di nuovo in un team americano e, come dichiara in una intervista su VeloNews, gli «sembra di essere tornato al punto di partenza». «È proprio come dieci, quindici anni fa. Siamo arrivati ​​al Motel 6 dove Jonas Carney e io eravamo compagni di squadra in Prime Alliance nel 2002». È un tuffo nel passato che segna la chiusura di un ciclo iniziato diversi anni prima. Il ritiro definitivo dal mondo delle corse avviene nel 2020 e Tuft, l’anticonformista errante che cavalcava all’interno di un gruppo che pedala senza sosta, capisce che è giunto per lui il momento di appendere gli scarpini al chiodo. Può finalmente camminare a piedi nudi nella natura, accompagnato da un altro cane: Stella.

©MoBikeFed, Flickr

Il termine “riposo” non rientra però nel vocabolario tuftiano. Il tatuaggio che ha sull’avanbraccio destro la dice lunga sul suo modo di vivere la vita. “We will never be here again”, non ci sarà un secondo giro di giostra: sei parole per ricordare a sé stesso di vivere intensamente ogni momento e, forse, di non sedersi sugli allori ma di continuare ad esplorare. Il suo approccio al mondo con visione olistica finisce così per abbracciare un altro mondo, sempre legato al ciclismo: il gravel. Tuft apre una ciclofficina e torna di nuovo in sella – in realtà non è mai sceso -, questa volta per svolgere il lavoro di guida turistica per appassionati del genere. Il suo sito web, Tufts Adventure Tours, lo ritrae come l’uomo ideale con cui visitare Andorra e lanciarsi all’avventura. E, dopo aver letto la sua storia – lui la vorrebbe trasformare in un libro dal titolo “How the fuck did I end up here” – e i suoi racconti, avete ancora qualche dubbio ad affidarvi a Tufty?

 

 

Foto in evidenza: ©Flowizm …, Flickr