Iván Parra è una fuga in salita al Giro d’Italia

Iván Parra è una fuga, un attacco sconclusionato, una tappa dolomitica.

 

 

Se Iván Ramiro Parra fosse un’arma, sarebbe sicuramente un fucile a canne mozze. Due colpi, poco distanti uno dall’altro. Micidiali. Come quelli assestati dal colombiano al Giro 2005, in due tappe consecutive e dal profilo altimetrico simile a denti di coccodrillo. Passo Sella, Passo Gardena e Passo delle Erbe – giusto per citarne tre – un giorno; Stelvio – Cima Coppi di quell’edizione – seguito dal Passo del Foscagno in quello successivo. Tutti sopra i 2000 metri. Terreno fertile per uno come Parra, nato e cresciuto a quote ben più elevate.

Proveniente da una famiglia di Sogamoso, dove l’aria di casa profuma di grasso di catena e di gomma di copertoni, Iván Parra si avvicina alla mountain bike – nel 1994 conquista il titolo di campione nazionale – sulla spinta di papà Humberto. Passa poi alla strada, pedalando per le montagne della zona e seguendo le orme del fratello Fabio, primo colombiano della storia a salire sul podio del Tour de France, era il 1988, dietro a Pedro Delgado e Steven Rooks.

©ESPN Bike, Twitter

«È stato il mio tutor, il mio consigliere, il mio amico, ma soprattutto mio fratello», dichiarava a Cyclingnews. Con un consanguineo capace di collezionare due vittorie di tappa sia alla Grande Boucle che alla Vuelta, ponendosi come pioniere dei famosi “escarabajos”, Ivàn si ritrova a concludere la storia ciclistica della famiglia. In un Giro d’Italia descritto come «davvero indimenticabile per me e per l’intera squadra», porta a casa un’accoppiata di magnifici successi, completando un quadro fatto di doppiette parrensi” in tutti i grandi giri.

E pensare che a quel Giro non sarebbe nemmeno dovuto essere presente. Viene infatti arruolato proprio agli inizi del 2005 dalla Colombia-Selle Italia. Il ventinovenne era da poco rimasto a piedi, disoccupato. «La mia squadra, la Café Baqué, decise di chiudere i battenti e in quel momento fu come se il mondo mi fosse caduto addosso. La fortuna è stata quella di ricevere la telefonata di Gianni Savio, che mi propose di correre per lui: non ci ho pensato due volte». Così, dopo aver ripagato la fiducia della squadra italiana con il titolo nazionale a cronometro, si presenta al Giro con l’obbiettivo di mettersi in mostra sulle montagne italiane. L’esordio alla Corsa Rosa non comincia, però, nel migliore dei modi. Tre spiacevoli cadute, tutte nel finale di corsa, segnano le prime tappe. C’è comunque ancora tanto spazio per provarci e Parra è uno di quelli che non getta la spugna alla prima occasione.

Così, con qualche livido ma senza paura di prendere vento in faccia, il boyacense si lancia in fuga nella tredicesima frazione insieme a un gruppetto di altri diciannove corridori. Dopo 179 chilometri su e giù per le Dolomiti, affrontando cinque gran premi della montagna, Parra si svela al mondo giungendo in solitaria ad Ortisei. Sconosciuto fino quel momento, il colombiano mostra con orgoglio alle telecamere la foto di suo figlio. «Volevo dedicargli una vittoria. Aveva compiuto gli anni in quei giorni e solo un anno prima, alla nascita, stavo per perderlo», raccontava qualche anno più tardi a Mundo Ciclistico.

Seppur estasiato per l’impresa appena compiuta, Iván Parra ha già un altro colpo in canna. Dopo una nottata in bianco – «a causa del successo ho dormito poco, ero troppo felice» -, il giorno successivo lo si ritrova di nuovo là davanti con un manipolo di uomini a galoppare verso il traguardo di Livigno: tra loro, peraltro, c’è anche José Rujano, che conquisterà la cima dedicata al Campionissimo e a fine giornata vestirà la maglia verde.

José Rujano insieme a Benfatto, Serpa e Savio. ©lafraguaRUN, Twitter

Altro proiettile, stesso tiratore: il copione è lo stesso del giorno precedente, l’attore protagonista pure. Sulle rampe dello Stelvio, proprio dove Ivan Basso vede sciogliersi le velleità personali di classifica come la bustina presa per risolvere i tedianti problemi gastrointestinali, Iván Parra sale agile come uno stambecco. Il colpo decisivo lo sferra diversi chilometri dopo, quando sul Passo del Foscagno capisce di essere in un’altra giornata di grazia che in carriera non gli capiterà mai più. Lascia quindi la comitiva, punta dritto su Livigno e arriva di nuovo con le braccia al cielo. A far da cornice a questa stupenda immagine ci pensa un panorama di vette innevate e un Gianni Savio sfoggiante un sorriso a trentadue denti.

«Non mi aspettavo di ripetere il successo di ieri. Questa vittoria mi cambierà la vita», raccontava Parra ad Eurosport al termine della frazione. La svolta della sua carriera arriva qualche mese dopo e coincide con un cambio di divisa. Iván entra nelle fila della Cofidis. Due anni in cui il colombiano riveste il ruolo di leader nelle corse a tappe che contano, ma fatica a ripetersi – ricordiamo comunque un terzo posto al Giro 2007 dietro a Riccò e Piepoli nella memorabile tappa delle Tre Cime di Lavaredo.

Nel 2008, probabilmente consapevole di aver perso il famoso treno che passa una volta sola, si dà alla macchia e lascia l’Europa. Torna nel paese natale in cerca di riscatto, capitano di una formazione all’interno della quale militano le future promesse Fabio Duarte e Sergio Henao. Le annate nel suo buen retiro si susseguono decisamente più ricche di momenti bassi che alti, e così Parra cambia attitudine: sceglie di godersi il piacere di pedalare senza troppe pretese personali. «Ho corso in tutti e tre i grandi giri. La loro eredità è una buona stabilità economica che mi permette di vivere serenamente».

 

Iván Parra non è soltanto il fucile a canne mozze, è pure la fumata successiva allo sparo. Dal rientro in patria, infatti, la sua carriera evapora lentamente come la rugiada sulle foglie la mattina. Nel 2016, all’età di trentasei anni, quando ancora pedala per la Formesan-Bogotá, torna a far parlare di sé per una squalifica: positivo all’ormone della crescita GHRP-2.

Diversamente dal fratello Fabio, a cui è stato assegnato il premio “Vida y Obra” alla carriera, Iván abbandona il ciclismo lasciando dietro di sé, quasi fosse residuo di sparo, una storia segnata da note di sapori contrastanti: aspro, per la questione doping, e mielato, perché le sue gesta hanno animato e ispirato i cuori dei suoi connazionali. La sua doppietta ha contributo infatti a far sì che il padre di Sosa, il colombiano del Team INEOS, scegliesse lo stesso nome di battesimo – Iván Ramiro – sognando un futuro in bicicletta simile a quello di Parra. Omonimi sì, ma con un avvenire già innegabilmente dissimile.

 

 

Foto in evidenza: ©Dolomites Val Gardena