Jelle Wallays è uno dei tanti attaccanti che compongono la Lotto Soudal.

 

 

 

La Parigi-Tours è diverse cose tutte assieme: una delle corse più antiche e prestigiose del circuito, l’appuntamento che chiude il calendario europeo, l’unica classica che Eddy Merckx non ha mai conquistato e nella quale invece Jelle Wallays ha trionfato addirittura tre volte. Non solo: Wallays è il primo e unico corridore ad aver primeggiato tanto da dilettante – una volta, nel 2010 – quanto da professionista – due volte, 2014 e 2019.

Trent’anni e una decina di vittorie in carriera, Wallays ama definirsi “un fiore sbocciato in ritardo”, le sue affermazioni “poche ma speciali”, perché per vincere Wallays è costretto a scegliere le giornate più dure, essendo un diesel ed emergendo nelle giornate climaticamente più complesse. È incredibile come la sua carriera, quella di un corridore tutto sommato normale, abbia intrecciato il suo corso con quello della Parigi-Tours: ogni volta che le due parti s’incontrano, l’impressione è che possa succedere qualcosa da un momento all’altro. La vittoria nella prova riservata ai dilettanti, ad esempio, gli spalancò le porte del professionismo.

La seconda, quindi la prima tra i professionisti, arrivò quattro anni più tardi, nel 2014. Wallays si mosse non appena scorse Voeckler tra i fuggitivi di giornata: ad un giovane e talentuoso attaccante come lui poter condividere duecento chilometri di fuga con uno come Voeckler doveva assomigliare ad un tirocinio preziosissimo. Wallays, infatti, afferma ancora oggi che in quelle ore ha imparato tantissimo.

“Andiamo con calma”, spiegava Voeckler. “Il gruppo vuole la volata, quindi pensa di riprenderci a qualche chilometro dal traguardo: ma noi, se saremo andati regolari come penso e spero, potremmo avere le energie necessarie per fregarli tutti”. Voeckler fu profetico, ma ingenuo: tra i sette fuggitivi ce n’era uno che aveva capito fin troppo bene come muoversi per non rimanere a bocca asciutta. Rimasto da solo con Wallays, Voeckler non poté che maledire se stesso: nelle battute finali il belga non gli diede un cambio, gli si incollò alla ruota e ne uscì soltanto per affiancarlo, sopravanzarlo e vincere.

“Battere un corridore francese come Voeckler nella Parigi-Tours è fantastico”, esultò Wallays.

Il francese non la prese così bene: non si presentò nemmeno sul podio.

Queste dritte gli sono tornate utili almeno in altre due occasioni. Prima alla Dwars door Vlaanderen 2015, abile a creare una situazione di superiorità numerica insieme a Theuns e ad eludere all’ultimo chilometro la compagnia di van Baarle e Kwiatkowski, allora campione del mondo – per la gioia della Topsport Vlaanderen, che festeggiò la vittoria di Wallays e il secondo posto di Theuns. Poi nella diciottesima tappa della Vuelta a España 2018, praticamente una riproposizione del testa a testa con Voeckler ma con Bystrøm nei panni del francese – dello sconfitto, dunque.

Per cercare di vincere, Wallays rischiò di perdere: Sagan e Viviani, il terzo e il quarto, gli arrivarono praticamente in scia. Gli urli che lanciò dopo l’arrivo, tuttavia, infastidirono gli uomini della Quick-Step. “Perdenti”, urlò Wallays quando passò davanti al loro autobus, “avete visto cos’ho fatto?”. In conferenza stampa spiegò: Rik Van Slycke, uno dei direttori sportivi della Quick-Step, immaginava che Wallays avesse cerchiato di rosso quel giorno e tra il serio e il faceto lo aveva dissuaso dal provarci.

Il belga della Lotto Soudal si scusò, ma finalmente aveva centrato quel successo che gli mancò nella corsa spagnola di un anno prima: si presentò in forma come non mai, ma un paio di cadute nei primi giorni di gara lo costrinsero a soggiornare nelle ultime posizioni del gruppo; tornato in Belgio dopo la passerella conclusiva di Madrid, alcuni esami lo informarono di quello che i medici spagnoli non seppero trovargli: frattura dello scafoide della mano destra e della sesta e settima costola del lato destro.

Alla Parigi-Tours 2019 Wallays ha completato la metamorfosi e da allievo è diventato maestro. Per conquistare il terzo successo della sua carriera nella classica francese si è mosso a cinquanta chilometri dall’arrivo, insensibile ai tratti di sterrato che dallo scorso anno complicano il finale e alla foratura che ha appiedato Kragh Andersen, l’unico collega col quale poter dividere lo sforzo.

Non ce n’è stato bisogno, Wallays ha resistito egregiamente arrivando in totale solitudine. O forse no: un dito puntato al cielo a cento metri dal traguardo, la bicicletta alzata in segno di vittoria e accompagnata da uno sguardo emozionato. Wallays era stato selezionato dalla Lotto Soudal per correre il Giro di Polonia, la corsa nella quale è tragicamente scomparso Bjorg Lambrecht.

A Wallays è bastato un attimo per capire che “Kleinen” – il piccolino, come lo chiamava lui – non c’era più. Wallays lo conosceva bene: alla Vuelta 2018, quella dello scafoide e delle costole fratturati, Lambrecht era il suo compagno di stanza. “Chiedeva, chiedeva, chiedeva”, ha ricordato Wallays, “e io, dei due quello esperto, rispondevo, rispondevo e rispondevo”. Wallays non è particolarmente emotivo, dice che dei corridori della Lotto Soudal è quello che parla più apertamente della scomparsa di Lambrecht: con lui ha deciso di condividere la gioia di una vittoria, una delle sue, poche ma speciali.

 

 

Foto in evidenza: ©Lotto Soudal, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.