La bellissima storia di un campione arrivato tardi al ciclismo su strada.

 

 

Lunedì 30 aprile 1984 era in pieno svolgimento la tredicesima edizione della Volta ao Algarve, corsa a tappe portoghese che vedeva al via quasi tutti i migliori corridori del paese. Dal giorno prima la maglia gialla di leader era sulle spalle di una leggenda del ciclismo locale, Joaquim Agostinho, praticamente l’unico corridore lusitano capace di distinguersi ad alto livello fuori dal suo Paese. Agostinho – quarantuno anni appena compiuti, essendo nato il 7 aprile 1943 – era ritornato in patria all’inizio dell’anno, precisamente allo Sporting di Lisbona, a chiudere la carriera dopo aver corso in tutto il mondo, ritagliandosi fama di eccellente corridore, valido sia in salita che a cronometro.

Siamo a Quarteira, un paese costiero della regione dell’Algarve – la più meridionale del Portogallo – e il gruppo entra nel rettilineo finale della tappa. Due cani randagi superano le transenne ed attraversano la strada. Joaquim ne centra uno in pieno e cade rovinosamente sull’asfalto. Si rialza, rimonta in bicicletta e conclude regolarmente la sua fatica di giornata. Solo dopo essere arrivato in albergo inizia ad accusare nausea e un fortissimo mal di testa.

All’ospedale del capoluogo, Faro, si accorgono che ha il cranio fratturato in conseguenza della caduta. Le sale operatorie di Faro e il personale medico non sono idonee per procedere con l’operazione al cervello che sarebbe necessaria per salvare la vita di Agostinho, il quale viene così caricato in ambulanza per una folle corsa di trecento chilometri verso Lisbona, dove sarebbero stati attrezzati per intervenire. Il corridore però cade in coma durante il tragitto. L’intervento viene comunque eseguito e sembra essere tecnicamente riuscito, e invece è tardi. Joaquim non si risveglierà mai più e la sua vita finisce il 10 maggio alle 9.37 del mattino.

©Sporting160, Twitter

Oltre vent’anni prima Agostinho aveva iniziato la sua avventura ciclistica in un contesto del tutto particolare. Nato in un sobborgo di Torres Vedras – in Estremadura – da una modesta famiglia di contadini, si occupava anche lui di agricoltura, quando per assolvere agli obblighi del servizio militare fu mandato in Mozambico, che insieme ad Angola e Guinea era ancora una colonia portoghese in Africa.

Nel Paese infuriava una guerra con i movimenti di liberazione nazionale che rivendicavano l’indipendenza. Per via del suo fisico di media statura ma con la solidità di un rinoceronte, fu scelto dal capitano come staffetta portaordini con compiti di collegamento tra il comando e le unità sul fronte. La mansione veniva svolta a bordo di biciclette da venti chili, su cui a volte venivano caricati anche rifornimenti. Fu così che Joaquim iniziò a pedalare: fortissimo, visto che compiva il percorso di una cinquantina di chilometri in un paio d’ore contro le quasi cinque degli altri militari. Quel particolare allenamento durò tre anni. Quando venne congedato, il capitano stesso gli consigliò  di provare a fare il corridore.

Tornato a casa, fu tesserato dallo Sporting Lisbona, la polisportiva della capitale di cui fa parte anche la nota squadra di calcio, e iniziò a gareggiare fra i dilettanti. Era il 1968. A settembre si sarebbero svolti i mondiali di Imola. Joaquim voleva correrli, ma pur avendo già iniziato a vincere non era ancora entrato nel giro della nazionale; allora si finse professionista, riuscì ad imbrogliare i dirigenti della sua Federazione e fu spedito in Italia per difendere i colori portoghesi. Partirono in ottantaquattro. Joaquim non stette a pensare di essere in corsa contro Merckx, Gimondi, Anquetil e compagnia, né tantomeno alla lunghezza della prova: duecentosettantasette chilometri. Si mise in testa al gruppo fin dal primo giro.

Al quarto andò in fuga, quella buona da cui poi Vittorio Adorni prese il volo per vincere con 9’50” sul secondo, il belga Van Springel, in un ordine d’arrivo che vide altri quattro italiani nei primi sei: Dancelli, Bitossi, Taccone e Gimondi, poi Poulidor, Merckx, Jourdan, Aimar e Anquetil. La prova venne conclusa da diciannove aleti e naturalmente il rinoceronte portoghese fu tra loro, sedicesimo a  15’25” dopo una condotta di gara scriteriata.

©Hugo Milhanas Machado, Twitter

Una follia che però pagò. Fu infatti notato dal Visconte Jean de Gribaldy. Ex corridore e direttore sportivo, diventato molto ricco grazie al commercio di elettrodomestici, si era fatto una sua squadra e girava il mondo alla ricerca di talenti da lanciare. Gli riuscì con molti ragazzi che sarebbero diventati buoni corridori – uno su tutti fu Sean Kelly. Agostinho lo impressionò al Mondiale, e ne fu del tutto conquistato qualche mese dopo, all’inizio della stagione 1969, quando si rividero in Brasile al Tour de Sao Paulo: il lusitano vinse agevolmente e accettò di andare in Francia. La sua volontà era ben precisa: nonostante i ventisei anni, voleva assolutamente provare a diventare un ciclista professionista.

Andava forte fin da subito, tant’è che quando morì dopo la tremenda caduta di Quarteira le sue vittorie ammontavano ad una sessantina. Fu soprattutto specialista delle corse a tappe e s’impegnò principalmente al Tour de France: fu due volte terzo della generale e vincitore di quattro tappe, ma fece bene anche alla Vuelta, finendo secondo nel 1974 dopo il ritiro del 1972 e il sesto posto del 1973. Fu poi presente ancora in due occasioni nel 1976 e 1977, concludendo settimo e quindicesimo, con un totale di tre tappe conquistate in terra iberica.

Al Giro lo si vide solo una volta, era il 1976: si ritirò sui primi metri del passo della Futa durante la dodicesima tappa senza mai farsi notare in corsa. La Volta a Portugal la vinse in tre occasioni consecutive dal 1970 al 1972, quando anche il Giro del Portogallo era una corsa di tre settimane. Le tappe vinte nella prova di casa sono davvero tante: addirittura ventitré. Due successi di giornata li colse anche al Giro di Svizzera, entrambi nel 1972. Fu sei volte campione portoghese in linea e altrettante a cronometro.

Il monumento realizzato da Soares Branco a Torres Vedras. ©ArtSocial, Twitter

È al Tour de France, tuttavia, che Agostinho ha numeri di una impressionante regolarità. Lo corse tredici volte tra il 1969 e il 1983 e solo nel 1981 non lo concluse; oltre a due terzi posti, lo terminò altre sei volte nei primi dieci, per un totale di otto; a Parigi non arrivò mai oltre la quindicesma posizione. Del Tour fu protagonista fin dalla sua prima stagione da professionista nel 1969, e quello non fu un Tour qualsiasi: fu il primo vinto da Eddy Merckx, il quale si aggiudicò tutte le classifiche disponibili. Ebbene, Agostinho si ritagliò il suo spazio tra i pochi lasciati liberi dal Cannibale.

Con la maglia del visconte vinse due tappe: la quinta, da Nancy a Mulhouse di centonovantatré chilometri, e la quattordicesima, duecentotrentaquattro chilometri da La Grande-Motte a Revel. Sul traguardo di Mulhouse Joaquim arriva da solo, dopo essersi avvantaggiato in discesa insieme all’alsaziano Charles Grosskost, il quale fora a sessanta chilometri dell’arrivo dovendo dunque lasciar andare il portoghese.

Anche a Revel Agostinho arriva da solo. In fuga con Poulidor e Altig, se ne va dopo centosessanta chilometri. Dopo averne percorsi centottanta ha già un vantaggio di 2’40”. All’arrivo precede i belgi Beugels e David di 1’18”. Il lusitano però non si è limitato a fare il cacciatore di tappe, ma ha badato anche alla classifica: a Parigi sarà infatti ottavo, anche se i minuti di ritardo da Merckx sono cinquantuno. Ma non dobbiamo dimenticarci che quella volta ne accusò diciotto persino il secondo, Roger Pingeon.

Nel 1970 Agostinho sarà quattordicesimo, poi ancora ottavo nel 1972 e nel 1973. E proprio nel 1973 arrivò il suo terzo successo di tappa nella Grande Boucle, stavolta in maglia Bic. Vinse a cronometro, altra sua specialità, sui dodici chilometri della Bordeaux–Lac, seconda semitappa di giornata dopo la Fleurence–Bordeaux del mattino, prova in linea di “soli” duecentodieci chilometri. Joaquim anticipò di un secondo Thévenet, di tre Zoetemelk e di dodici il suo capitano, Luis Ocaña, il favorito di giornata nonché maglia gialla.

Nel 1974 ottenne il miglior piazzamento in generale: sesto; poi tre anni non particolarmente positivi: quindicesimo nel 1975, assente nel 1976 e tredicesimo nel 1977. I Tour del 1978 e del ’79 furono invece i suoi migliori. Arrivarono due terzi posti in classifica generale e nel 1979 il quarto successo di tappa, su un arrivo mitico, quello dell’Alpe d’Huez, dopo che il percorso di quel 15 luglio aveva richiesto ai corridori anche le scalate del Col de la Madeleine, del Col du Télégraphe e del Galibier.

Didier, un compagno di Hinault, è in fuga con Van Calster; Agostinho, Bernadeau e un paio d’altri ad inseguire. Il lusitano prima stacca i suoi compagni, poi raggiunge la coppia di testa e la lascia sul posto per arrivare da solo sul traguardo dell’Alpe d’Huez con 1’57” di vantaggio sul francese Robert Alban. Quinto nel 1980, si ritirò poi nell’edizione del 1981, unica volta in carriera. Affrontò ancora il Tour nel 1983 chiudendolo, ormai quarantenne, con un più che dignitoso undicesimo posto. Avrebbe voluto esserci anche nel 1984 per eguagliare il record di presenze dell’olandese Joop Zoetemelk – quattordici -, ma quel cane che gli attraversò la strada a Quarteira non glielo permise.

©Alma de Leão, Twitter

Da raccontare anche il secondo posto alla Vuelta del 1974, battuto dall’idolo di casa José Manuel Fuente di soli 11″. In quella Vuelta Agostinho aveva vinto una tappa, la quattordicesima, centotrentaquattro chilometri da Oviedo a  Cangas de Onís, arrivando da solo con 5″ sul leader della generale Fuente e 26” sul connazionale Madeira e l’altro spagnolo Ocaña. Si presentò al via della seconda semitappa della domenica conclusiva da terzo in classifica generale, staccato di 2’35” da Fuente e preceduto anche da un altro spagnolo, Lasa, di 1’03”.

I chilometri in programma per quell’ultima frazione con partenza e arrivo a San Sebastián erano trentasei, con Fuente favorito per mantenere la roja ma non tranquillo visto che le prove contro il tempo non erano il suo forte. Joaquim non si risparmia e va a tutta dal primo all’ultimo metro. Fuente arranca, molti riferiscono riceva aiuti dai mezzi dell’organizzazione. Agostinho spazza via facilmente Lasa, staccandolo di 2’01” e togliendogli il secondo posto. Si aspetta Fuente. Riferisce Juan Plans sulle colonne de El Mundo Deportivo di lunedì 13 maggio 1974:

“Agostinho seminò il panico con un favoloso tempo di 47’42” che lo fece parere il vincitore finale della Vuelta. E Fuente non compariva. I secondi ci sembravano secoli. Le lancette del cronometro correvano implacabilmente e in quest’ansia trascorse il primo minuto a favore di Agostinho. Un altro minuto passò per migliaia di spettatori che aspettavano ansiosamente l’arrivo dell’asturiano senza respirare, come se ciò potesse evitare la tragedia. Allo scoccare dei due minuti un rumore proveniente dalla strada che aumentava sempre di proporzioni ci annunciò l’arrivo del “Tarangus” (soprannome di Fuente, nda). Le lancette del cronometro si bloccarono su un vantaggio di 2’14” per il portoghese a cui andavano aggiunti 10” di abbuono. E così Fuente risultò vincitore della Vuelta con una differenza di 11 secondi.”

Sul Galibier nel 1980 con la maglia verde e bianca della Puch-Campagnolo. ©Rui Quinta, Twitter

Dieci anni più tardi, l’undici maggio del 1984, sempre El Mundo Deportivo dedica un’intera pagina a Joaquim Agostinho. Il cuore del lusitano si è fermato per sempre il giorno prima all’ospedale di Lisbona. E in un riquadro dedicato alle sue vittorie leggiamo senza mezzi termini né l’utilizzo di condizionali:

“Questo secondo posto nella Vuelta fu in realtà un primo. I giudici commisero un deprecabile “errore” – virgolettato a significarne l’intenzionalità  – di cronometraggio nella decisiva tappa a cronometro di San Sebastián.”

El Mundo Deportivo è giornale di Barcellona, quindi catalano, e nel 1984 può denunciare la possibilità di un simile aggiustamento dei tempi a favore di uno spagnolo, mentre nel 1974 non avrebbe potuto scrivere liberamente di certi sospetti, dato che Francisco Franco era ancora al potere.

Un terzo successo di tappa alla Vuelta arriverà nel 1976, quando si aggiudicò la sesta tappa, una cronometro di quattordici chilometri nell’abitato di Murcia, successo che gli valse la roja. La mantenne per tre giorni per poi riprenderla a Cangas de Onís al termine della quindicesima tappa; riuscì a vestirla anche il giorno dopo a Reinosa finché Kuiper non gliela strappò a Bilbao. Tuttavia, nemmeno l’olandese la porterà fino in fondo: infatti lo spagnolo Pesarrodona gliela toglierà proprio nella cronometro finale nella solita San Sebastián. Agostinho concluse settimo assoluto a 3′ 16” in un’edizione dalla classifica molto corta.

©Olympia, Twitter

In Italia vinse una sola volta: nel 1969 al Trofeo Baracchi. Era il 2 novembre e nove erano le coppie al via di quella spettacolare gare a cronometro. Percorso di centoventi chilometri con arrivo a Bergamo e favori del pronostico sempre per lui, Eddy Merckx, che affronta l’impegno insieme a Boifava. Agostinho è in coppia col belga Van Springel, poi ci sono Motta con Ritter, Moser (Aldo) con Tumellero, Karstens–Pijnen, Marcelli-Mori, Denti-Casalini, Rota-Morotti e Dalla Bona-Guarra.

Già dopo quarantotto chilometri, al rilevamento di Biassono, si capisce che la lotta è a due: guidano Merckx-Boifava con 45” di vantaggio su Agostinho-Van Springel, mentre Motta e Ritter, terzi, sono già staccati di 1’50”. A Monza, dopo settantadue chilometri, la coppia belga-portoghese ha recuperato 2”, ma già prima del passaggio a Zingonia dopo centodue chilometri Merckx crolla e al rilevamento Agostinho e Van Springel hanno già 10” di vantaggio, con Motta e Ritter in recupero a 1’20”. Gli ultimi chilometri sono duri per entrambe le coppie che avevano dominato all’inizio, ma se Agostinho-Van Springel riescono a reggere e si impongono sul traguardo di Bergamo con 29” sugli scatenati Motta-Ritter, Merckx e Boifava calano ulteriormente finendo terzi a 1’20”.

Nel dopo corsa Merckx si assume tutte le responsabilità della sconfitta, chiedendo scusa a Boifava: “È il miglior giovane dell’anno, è stato formidabile; non so cosa mi sia successo, mi sentivo debole e  svuotato”. La folla lo fischia, impietosa; gli gridano: “Droga, droga!”, facendo riferimento alla sua esclusione per doping dal Giro nel maggio di quello stesso anno.

Vittorio Adorni, suo ex luogotenente e consigliere alla Faema, lo fa salire sulla sua auto e lo porta via. Anche Gianni Motta si scusa con Ritter mentre scende di bicicletta: “Ole scusa, ti ho rovinato la corsa. Scusa tanto.” E Ritter: “Cosa dici? Volevi vincere, volevamo vincere! Ed eccoci qui, sconfitti e delusi. Non è niente. Capita. Il mestiere è così.” E i i vincitori? Il Corriere della Sera di lunedì 3 novembre li definisce “inattesi”:

“Siamo andati molto forte, sempre, tutti e due! Ma nel finale io tiravo più di lui!”, dichiara Agostinho.

Piccato forse dal fatto che lui era stato solo un ripiego come compagno di Van Springel, dato che doveva correre con Boifava, passato poi a far coppia con Merckx per scelta degli organizzatori. E anche le dichiarazioni del belga, che si era molto lamentato per il cambio con Mino Baracchi arrivando a dire di non avere più nessuna speranza di vittoria, non dovevano essere piaciute a Joaquim. Van Springel però aveva davvero sottovalutato quel contadino ed ex staffetta militare, che ancora due anni prima spingeva una bici da venti chili avanti e indietro per le savane del Mozambico.

Insieme a Merckx. ©Raffaele Filippetti, Twitter

Sempre sul Corriere del 3 novembre, Ciro Verratti fa un mirabile ritratto di Joaquim Agostinho:

“Il portoghese, si sa, è stilisticamente la negazione del corridore: sta male in sella, è sgraziato nel pedalare, manca di ritmo. Ebbene, oggi era letteralmente scatenato, una forza della natura, una specie di valanga che avanzava.

Sulla sua faccia di contadino bruciata dal sole, mai un sorriso ma solo la maschera di una volontà dura, quasi feroce.

Agostinho è stato superiore a ogni attesa. Personalmente abbiamo avuto l’impressione che egli, specie nel finale, abbia tirato assai più del compagno. Qualcuno a proposito di questa coppia ha parlato di braccio e mente, perché evidentemente era Van Springel che dirigeva le operazioni e l’altro obbediva. Ma dobbiamo riconoscere che si trattava di un braccio di eccezionale potenza.”

E questi problemi stilistici, naturali se si considera come e a che età Agostinho aveva iniziato, furono causa di molte cadute, da cui il lusitano si rialzava quasi sempre riuscendo a ripartire, anche se ferito e dolorante. Intervistato in merito da Tele France 1, spiegò all’intervistatore che lui aveva fatto la guerra e dunque era abituato a soffrire e tener duro.

Molti attribuiscono la sua longevità agonistica al tardivo inizio dell’attività, ma non sapremmo dire quanto il lavorare i campi e il combattere nelle savane del Mozambico possano essere stati per il suo fisico meno logoranti di cento o duecento corse in bicicletta in più. Finì più di una volta nella rete dei controlli antidoping. Le regole di allora però erano molto meno rigide delle attuali e dunque Agostinho poté sempre ritornare dopo brevi squalifiche. Gli fu ripetutamente offerta la possibilità di prendere la nazionalità francese, ma lui non la volle mai: preferiva continuare a rappresentare il suo Portogallo.

 

 

Foto in evidenza: ©Sporting CP Brasil, Twitter