Joe Dombrowski non è Lance Armstrong

Dopo ingombranti paragoni e l’esperienza al Team Sky, Joe Dombrowski è ripartito.

 

 

Riuscirà Joe Dombrowski ad uscire dal cono d’ombra di Lance Armstrong?, si domandava il The Washington Post nel 2013. Il ciclismo americano aveva un disperato bisogno di riabilitare la propria figura e di riscattare la propria credibilità dopo la confessione di Armstrong. Secondo alcune delle personalità americane più importanti, non c’era nessun dubbio: c’avrebbe pensato Dombrowski. Secondo Phil Liggett e Tyler Hamilton, il ragazzo era un fenomeno; George Hincapie, invece, riconobbe che un talento del genere passa una volta ogni tanto.

Quel talento, vale a dire Joe Dombrowski, era spuntato tardi e per caso. Aveva diciassette anni, infatti, quando un amico gli propose di partecipare insieme ad una gara di mountain bike. Dombrowski, i cui genitori sono ingegneri aerospaziali che di ciclismo non sapevano assolutamente niente, si presentò con una maglietta, un paio di bermuda e scarpe da tennis. Non badò al risultato – pessimo – ma in compenso scoprì che pedalare gli piaceva da morire. Dalla mountain bike si affacciò al ciclocross, dopodiché alla strada; e lì vi rimase: era il 2010, praticamente aveva già diciannove anni.

Le traiettorie di Dombrowski e Armstrong continuarono ad intrecciarsi in maniera del tutto casuale ma impressionante: trattasi di sliding doors, stereotipo narrativo che nel giornalismo anglosassone va che è una meraviglia. Quando Armstrong si ritirò per la prima volta, s’impegnò per allestire una squadra di sviluppo, la Livestrong; qualche anno più tardi, pur di correrci, Dombrowski abbandonò gli studi alla George Mason University.

©Derek Markham, Flickr

La consacrazione arrivò nell’estate del 2012: primo ciclista americano a vincere il Girobio, il Giro d’Italia riservato ai dilettanti. Vinse due tappe, una sul Terminillo e una sul Gavia, e in classifica si lasciò dietro, tra gli altri, Aru, Formolo e Zakarin. A quel punto, resistere al corteggiamento del Team Sky gli fu impossibile. Alla prima sera fuori col resto della squadra, lui e Ian Boswell, i neoprofessionisti americani, vennero fatti ubriacare e obbligati ad uno spogliarello. In quei giorni, insieme a Boswell, Dombrowski si era già trasferito a Nizza – come Armstrong, fece notare la stampa americana – per iniziare la sua avventura nel ciclismo professionistico.

Inizialmente Dombrowski si sentiva forte, sicuro d’aver preso la decisione giusta: diceva che di lì a poco avrebbe iniziato a mettersi in mostra, dichiarava che lavorare per capitani come Wiggins e Froome era il modo migliore per imparare il mestiere. Si sarebbe ricreduto alla svelta: alla Sky era un gregario e basta, soltanto un po’ meno forte e un po’ più giovane dei migliori; poi alle aspettative da mantenere si aggiunsero diversi problemi all’arteria iliaca che gli impedirono di trovare una continuità. Eppure, Dombrowski avrebbe dovuto conoscere sé stesso almeno quanto sarebbe bastato per intuire l’incompatibilità tra lui e il Team Sky.

Troppo estroso e originale, troppo diverso per diventare un dipendente fisso dell’ufficio più efficiente del mondo. Già dal cognome, Dombrowski, tutt’altro che usuale per un americano nato nel 1991: e infatti viene dal bisnonno polacco. E poi la passione per le macchine stagionate, ad esempio; fino a qualche anno fa ne possedeva due: una Ford Fiesta e una BMW M3 del 1992; a loro se ne sarebbe aggiunta una terza, una Porsche 911 Carerra 3.2 Coupe del 1988 – tre anni più vecchia di lui, per dire. E ancora la Dombrewski, ovvero la birra che lui stesso produce per poi berla con gli amici: pare che faccia otto gradi e mezzo e che sappia vagamente di rum. Rimangono fuori la passione per la tranquillità, quella per i libri, quella per la tecnologia – l’unica, forse, che lo accomunava al Team Sky.

©crosby_cj, Flickr

La serenità, Dombrowski, l’ha ritrovata cambiando squadra: cinque stagioni alla Cannondale, poi Education First, e da quest’anno alla UAE-Emirates. Le uniche vittorie tra i professionisti le ha collezionate sul suolo americano, al Tour of Utah, ma lui è convinto d’avere ancora qualcosa da dire anche in Europa. Al Giro d’Italia, la sua corsa preferita, ha sfiorato la vittoria di tappa in almeno un paio d’occasioni; nel 2019, a forza di fughe e prestazioni convincenti, ha concluso al dodicesimo posto della classifica generale. «Mi rendo conto di non aver realizzato tutto quello che mi veniva pronosticato qualche anno fa», ha dichiarato recentemente, ammettendo che ad un neoprofessionista non consiglierebbe il Team Sky per affacciarsi al ciclismo professionistico.

Tuttavia, se qualcuno avesse voluto ascoltarlo, Dombrowski aveva spiegato di non riconoscersi in Lance Armstrong già una decina d’anni fa. Condannare quei giorni e quegli errori non gli interessava, anzi, si dichiarava quasi sollevato dalle confessioni di quel passato: almeno il ciclismo sarebbe potuto ripartire senza scheletri nell’armadio. «Armstrong sembrava animato dalla rabbia», spiegava Dombrowski. «Sembrava dicesse: voglio distruggere questo o quel corridore. Io, invece, preferisco vederla diversamente. Dico a me stesso di dare il massimo e quel che sarà, sarà: se batterò gli altri tanto meglio, altrimenti andrà bene lo stesso. Non è detto che raggiungere un obiettivo personale sia meno gratificante di battere tutti gli altri e vincere». No, Joe Dombrowski non è – e non è mai stato – come Lance Armstrong.

 

 

 

Foto in evidenza: ©Firefly, Twitter

Davide Bernardini

Davide Bernardini

Fondatore e direttore editoriale di Suiveur. È nato nel 1994 e momentaneamente tenta di far andare d'accordo studi universitari e giornalismo. Collabora con la Compagnia Editoriale di Sergio Neri e reputa "Dal pavé allo Stelvio", sua creatura, una realtà interessante ma incompleta.