C’erano una volta José Rujano e un movimento sudamericano ancora in divenire.

 

 

La nostra storia racconta di un ragazzino di fronte a una vecchia televisione, le case in scialba muratura, l’intonaco scrostato che si alterna a veri e propri monumenti di fango. Odore di caffè ovunque, miseria che si tocca con mano, identica alle fotografie di carta di quel capolavoro letterario che è Cent’anni di solitudine. Le immagini giungono offuscate, poco chiare ma ricche di speranze dall’Eldorado che è l’Europa.

Il ragazzino, nove anni e con una carriera da soldato già intuita dalla madre, s’innamora d’altro: vede strani uomini sbuffanti su mostriciattoli di carbonio, le biciclette arrembanti i monti; certo più belle della sua, quella con cui zigzaga fra mulattiere e piantagioni, ma con simili funzioni e scopi: mutar la pelle dell’uomo verso la libertà.

Santa Cruz de Mora, dicevamo, siamo in Venezuela, una popolazione latina amalgamata cento e passa anni fa con l’immigrazione italiana. E proprio l’Italia, il Giro in diretta televisiva. I grandi passi delle terre di Bolívar accoccolati dietro le case del piccolo José Rujano e di là il Mortirolo, un nome ancora sconosciuto ma che tanto avrà da dire nella storia del ciclismo contemporaneo. I costoni verso Edolo, luogo di morte in entrambe le carneficine mondiali, luogo di vita allora, 1990, quando si scala per la prima volta al Giro dominato da Gianni Bugno.

©Mario Sabato, Twitter

Ed è lì la folgorazione, poiché appena la strada sale Leonardo Sierra attacca, vola via leggero, gioca con la bici e occhieggia alla cima, giungendoci con due minuti sugli inseguitori. Sarà però la discesa verso Mazzo in Valtellina che lo porterà sì alla vittoria di tappa, ma soprattutto a farcelo ricordare per le continue cadute a ogni tornante, come a sottolineare l’ancora eufemisticamente scarsa confidenza che i pedalatori del Sudamerica avevano coi declivi asfaltati.

Il ragazzino cresce e segue le orme di Leonardo, peraltro suo compaesano: la salita, gli allenamenti su quei tremila che lambiscono il loro paese. Il Picco dell’Aquila o il Passo del Condor addirittura sopra i quattromila metri e scalato più volte. L’Italia come sogno e il secondo grande idolo dopo Sierra: Marco Pantani, che proprio in quegli anni, ancora il Mortirolo come overture, diede vita a una folgorante e indimenticata leggenda.

Il giovane José inizia a correre e si mette in mostra alla Vuelta al Tàchira, palcoscenico venezuelano al confine con la Colombia. Il Principe Savio, già allora razzolatore di talenti, vede, nota, e prende Rujano con sé in quella fucina di giovani talenti che è la trentennale Androni, al tempo Selle Italia.

Quell’Europa solo sognata e veduta dalle opache frequenze del Nuovo Mondo adesso è realtà. Il 2005, ventitré anni, ed ecco la sua grande impresa. Nel giorno dell’epica battaglia per la rosa fra Simoni e Savoldelli, il piccolo José si prese gli onori della cronaca, la frazione, la maglia verde e la gloria che ancora oggi lo ricorda.

Ancora una coincidenza col suo predecessore Sierra, poiché se Leonardo domò per primo una salita oggi totem del ciclismo, il giorno del trionfo di Rujano fu un altro mito dell’odierno pedale a essere affrontato per la prima volta: il Colle delle Finestre. Lo sterrato dunque, il bosco e le pietre, le grandi braccia aperte della montagna e tre uomini all’attacco: Simoni a caccia del terzo Giro, Di Luca in seguito colto da crampi e il nostro ragazzino ormai cresciuto, catapultato all’attacco del Giro d’Italia.

©Otto Kristensen, Flickr

È una settimana che è divenuto un personaggio, calvo e con gli orecchi a sventola, proprio a ricordare una leggenda mancata un anno avanti. “Mi chiamano Pantanino? Per me può essere solo un onore. Ero un suo grande tifoso e ho un orecchino in sua memoria”, dirà al termine della tappa. Dietro, ad inseguire, uno stanchissimo ma ancora lucido Savoldelli: perderà in salita, recupererà poi fra discesa e piano; un classico del Falco, che manterrà dunque la maglia, ventotto secondi su Simoni e quaranta sul nostro vincitore di tappa.

Tutto apparve allora roseo e la carriera di José si credeva non fosse la solita avanguardia pioneristica sudamericana, ma una solida realtà arrembante persino alle classifiche dei grandi giri. Eppure, fra alterchi con le squadre, il rapporto di amore-odio con Savio e vittorie solo in piccole corse, ci vorranno sei anni per rivederlo davvero competitivo: sempre al Giro, secondo sull’Etna dietro al grande Contador e primo, sempre giungendo in coppia col pistolero, nella tappa di sconfinamento austriaco a Grossglockner. Finirà settimo nella generale, eppure non si ripeterà più.

Nuove alterne fortune negli anni a seguire e i soliti trionfi in quella corsa ormai di casa che è la Vuelta al Tàchira e che un tempo fu il suo passaporto per il futuro.

Insieme a Benfatto, Serpa e Savio. ©lafraguaRUN, Twitter

Sono passati molti anni da quegli sprazzi di classe purtroppo discontinua, e i suddetti pionieri verso la frontiera del ciclismo mondializzato sono scomparsi: il ciclismo sudamericano (in realtà un monopolio colombiano) ha oggi veri e propri campioni che spaziano su ogni terreno: volata, crono e discesa compresi, al tempo invece vere e proprie dannazioni latine.

A noi rimangono questi ricordi di un’epoca in cui dovevamo attendere i monti per gli attacchi dei piccoli indios. Senza sapere se la discesa seguente li avrebbe inghiottiti e sputati a valle, magari bruciati dall’asfalto. Li vedevamo allora, Cacaíto Rodríguez, Leonardo Sierra, José Rujano, immolarsi come in un vecchio assalto all’arma bianca. Era questo il Sudamerica di non troppi decenni fa, capace di piccole grandi imprese e di seguenti immancabili rovesci.

Folklore e simpatia, scostanza e sogni, più che altro voglia di una vita migliore fuori da un’eterna miseria: sono passati quasi trent’anni da quel giorno del 1990 in cui due piccoli grandi venezuelani mostrarono il loro amore per la bici, uno consacrandosi sul Mortirolo, l’altro iniziando a fare di quel sogno sui pedali la propria realtà di vita. José Rujano e un ciclismo mitico come catalizzatore di speranze, come favola vera, come sport di riscatto umano.

 

 

Foto in evidenza: ©ESPN Bike, Twitter